TESTIMONIANZE

17 Settembre 2010  L’altra faccia dei rom nascosta dai media

Nazzareno, Santino, Bruno, Ivana, Eva, Yuri, ecc. non sono mosche bianche, nella popolazione romanì, ma alcuni dei tantissimi esempi positivi.

La giornalista Francesca Paci del quotidiano La Stampa è venuta in Abruzzo per raccogliere alcune interviste di rom professionisti, operai, commercianti, artigiani, infermieri, ecc. e farle conoscere all’opinione pubblica.

In testo integrale dell’articolo con foto è nel quotidiano La Stampa di oggi 17 Settembre 2010.

Riporto una sintesi Web dell’articolo.


Giovanni sorride verso l’obiettivo mentre risuola il tacco del sandalo rosso dietro il banco sommerso dalle scarpe della bottega nel cuore di Lanciano, 36 mila anime arroccate tra la Majella e il mare:
«Buon sangue non mente: sembro mio padre quando ferrava lo zoccolo del cavallo». Tempo due ore e ci ripensa: «Mia figlia mi ha chiesto di non espormi, in questo periodo esce con un ragazzo e preferisce non sappia che siamo una famiglia rom».


Circa il 60 per cento dei 170 mila rom e sinti che vivono nel nostro paese sono italiani come il calzolaio Giulio, eredi dei pionieri sbarcati alla fine del 1300 sulle coste adriatiche per lasciarsi alle spalle le guerre degli Ottomani.

Molti rivelano nei lineamenti le antiche origini indiane, alcuni ostentano la propria identità indossando gilet di gusto balcanico o lunghe gonne fiorate, la maggior parte ha una casa, un lavoro, un conto in banca. Eppure, in qualche angolo remoto della coscienza collettiva dove sono impressi i nomi dei clan criminali Casamonica, Di Silvio, Ciarelli, restano comunque tutti diversi, nomadi come quelli cacciati oggi dalla Francia di Sarkozy.

«L’integrazione assomiglia all’amore, si fa in due: quando vengono accettati senza che si tenti d’assimilarli, rom e sinti pagano le tasse, servono nell’esercito, i loro figli studiano e arrivano fino all’università» osserva Santino Spinelli, musicista e docente di lingua e cultura romanì all’università di Chieti.

Le differenze esistono, ammette alternando una forchettata di spaghetti al pesce a un sorso di vino Fragolino: «La cultura rom non distingue il mondo dell’infanzia da quello degli adulti. Se per esempio il papà va a dormire alle tre di notte o la mamma chiede l’elemosina i bambini li seguono. E’ naturale, non si tratta di sfruttamento.

Nell’assenza totale d’una quotidianità la scuola è l’ultimo dei problemi». Difficile trovare uno studente che reciti le tabelline nei dormitori improvvisati sotto i cavalcavia del quartiere romano della Magliana, dove gli abitanti minacciano le barricate.

Qui a Lanciano però, a Pescara, nell’Abruzzo da 7 mila rom e neppure una roulotte del tipo ammassate nei campi nomadi alle perfierie delle grandi città, l’eccezione è la regola e capita tranquillamente d’incontrare lo «zingaro» Fioravante al volante del furgone portavalori o l’altro, supermanageriale, alla plancia di comando d’una filiale della Bls di Chieti.

Perché facciano «outing» ci vorrà ancora tempo, ma sono lì.

«Otto anni fa, quando sono stato eletto, i rom non si sognavano neppure d’entrare in Municipio. Ora sono ospiti fissi, ci conosciamo, ragioniamo, affrontiamo le difficoltà man mano che si presentano» racconta il sindaco Filippo Paolini, un avvocato ambientalista che assomiglia a Gianfranco Fini, parla come Vendola, negozia come un vecchio democristiano e milita da sempre nelle file di Forza Italia.

L’obiezione ai compagni di partito è tattica prima ancora che strategica: «Posto che quanto sta facendo il governo francese contro i nomadi è una forma di deportazione, la linea dura stile Sarkozy-Maroni non funziona, non si amministra senza integrare le diversità».

E pazienza se l’ultimo rapporto del centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità dell’Università di Firenze indica nei sinti un nodo critico dell’allarme sociale.

Il primo cittadino rifiuta l’equazione lombrosiana zingaro-uguale-delinquente, ma non concede sconti a chi sbaglia: «Sono dell’avviso di dare una chance a tutti, una casa, la possibilità di studiare, la normalità. Se poi uno delinque se ne va, in prigione o direttamente al suo paese».

Al bar Roma, alle spalle di Piazza Plebiscito, Giulia, mora e formosa, prepara un cappuccino dopo l’altro. Gli anziani che ogni mattina si fermano da lei prima di comprare il giornale hanno quasi dimenticato quando da bambina seguiva mamma e papà da una fiera di paese all’altra, i giovani non lo sanno. «Perché ricordarglielo?» chiosa Amelia, titolare d’una impresa di pulizie. La cugina parrucchiera annuisce. Qualcuno, lontano dalle curve avversarie, mette forse in conto a un goleador le sue origini?


Debora: «Tutti in fila per il mio pane»

Quando era una scolaretta delle elementari, Debora Spinelli detestava le feste di compleanno. «Invitavo i miei compagni di classe ma non veniva nessuno, anche se sono nata qui e vestivo uguale a loro dicevano che ero la figlia dello zingaro», racconta, incartando una pagnotta calda calda per la signora che ascolta distratta come fosse una storia della tv.
Oggi, 40 anni e due figli adolescenti a cui nessuno rinfaccia più l’origine gitana, è la fornaia più gettonata di Lanciano, ma davanti alla porta ha deciso di scrivere Panetteria Console, il cognome del marito, un marchio senza passato. Non si sa mai.

Capigliatura corvina, sguardo tagliente, brillantino al naso, Debora tiene al collo la medaglietta con la foto di papà Angelo che non c’è più: «Mi ha insegnato a lavorare a sei anni, magari adesso sarebbe un reato, io però ne sono sempre stata fiera. Insieme agli altri sei fratelli e sorelle attaccavamo ai VHS le macchinette con cui si potevano vedere Grisù e Paperino e poi le vendevamo. Le battutacce delle amiche mi facevano male, ma le difendevo, soffrivo di una specie di sindrome di Stoccolma».Crescendo, ha visto i film di Kusturica, ha ascoltato la musica di Bregovic, capisce la lingua degli avi, il romanì. Eppure ai cantori eccellenti della cultura rom preferisce la routine, l’esempio quotidiano: «Siamo noi i primi a doverci accettare. Ai genitori dei compagni dei miei ragazzi spiego subito che sono rom in modo da lasciarli liberi di venire o meno alle feste di compleanno». E quelli vanno.


Guido: «Con la boxe salvo i ragazzi difficili»

A ripensarli adesso i mille round di cui Guido Di Rocco porta i segni sul volto sbieco da pugile sono i pioli della sua scalata sociale.

«Lo sport è stato la mia chance, quella grazie a cui sono riuscito a farmi accettare nonostante fossi rom», racconta Guido, 55 anni portati da campione, passeggiando nella palestra di boxe dove allena una trentina di ragazzi «difficili» del quartiere disagiato di Rancitelli, il Bronx di Pescara.
Anche lui all’inizio tirava pugni di rabbia, ammette mostrando il nome Margherita sul bicipite: «Sono stato in prigione… mi sono tatuato a mano perché allora non c’era mica l’ago… Dopo però tutto è cambiato».

Un paio di foto in bianco e nero appese alle pareti ricordano il passato aureo, gli anni in cui si allenava con il Pescara Calcio. «Ho conosciuto Tom Rosati, Cadè, Angelillo» continua. Per strada era il figlio dello zingaro, in campo dribblava da furetto. Sul ring faceva scintille: «Ho vestito la maglia della nazionale, ho tenuto alto il nome dell’Italia». Destro dopo destro, Guido ha dimenticato d’essere stato additato come «nomade» da ragazzino e si è sentito italiano. Straitaliano: «Mi dispiace quando si parla male dei rom, ma penso che la gente ha problemi con quelli nuovi, gli stranieri, e se la prende anche con noi che siamo nati qui e non abbiamo mai creato guai».

Squilla il telefono. La voce si addolcisce: è il figlio Moreno, quello che studia medicina all’università di Chieti.


Carmine: «Ora sono l’infermiere migliore»

Mi ricordo quando con mamma, papà e fratelli giravamo con le bighe e i cavalli, ci spostavamo da un paese all’altro seguendo le fiere, era divertente ma appena facevo amicizia con qualcuno dovevo ripartire».

Oggi il cinquantunenne Carmine Di Rocco non può allontanarsi da Pescara salvo scatenare le proteste dei pazienti del distretto sanitario di Montesilvano, riluttanti a privarsi dell’infermiere modello. E non conta che Carmine abbia sangue rom: da 20 anni è in prima linea al pronto soccorso, in sala operatoria, tra i tossicodipendenti del Sert.

«Ho studiato al liceo artistico, volevo fare l’architetto», racconta prendendo sulle spalle il piccolo Christian, il minore dei quattro figli. Dopo il corso da infermiere ha archiviato le ambizioni grafiche, riservando l’estro creativo alla batteria, dietro cui trascorre il tempo libero: «Da ragazzo mi è capitato di essere scartato a un colloquio di lavoro per il mio nome, inconfondibilmente rom. Ma da quando indosso il camice non mi sono mai sentito diverso, in ospedale siamo davvero tutti uguali».


Le notizie che arrivano dalla Francia lo rattristano. «Non è accettabile, cacciare quei poveracci è una forma di deportazione».

Ma in Italia, dice, riesce a capire la diffidenza: «La cultura rom è cambiata. Una volta c’era un’etica, rubare per mangiare era accettato ma per arricchirsi no. Inoltre era impossibile trovare uno che spacciasse droga». Anche l’integrazione ha un prezzo, per tutti

Gianni: «Il mio cantiere premiato dall’onestà»

Per quanto si sgobbi è difficilissimo scardinare l’immagine del rom a bordo della Bmw scassata», osserva Gianni Bevilacqua e si accende una Marlboro.
«Per carità, anche a me piace la Bmw», scherza indicando il duetto parcheggiato accanto alla Mercedes E220 nel cortile della villa a San Vito Chietino, sulla costa adriatica.
Ha lavorato 20 anni per diventare l’imprenditore edile che oggi vanta 300 condomini in manutenzione, 60 cantieri, il restauro appena ultimato di una chiesa del vicinato e cinque operai di fiducia, nessuno dei quali in nero. Una personalità nella zona.”

Ma non è stato sempre così. L’impresa più faticosa? «Vincere i pregiudizi», risponde senza pensarci. Quella di Gianni, 42 anni, polo arancione e jeans alla moda, è storia vissuta: «Ho avuto un’infanzia da nomade, senza una casa. Mio padre? Faceva il borseggiatore, doveva crescere un mucchio di figli e quando non c’è da mangiare non si può pensare al resto».
Lui è venuto su senza guardare indietro, testa alta e rimboccarsi le maniche, la lezione che ripete ai due bambini: «Fatico da quando sono piccolo. Nessuno mi ha mai regalato niente, ho ottenuto fiducia in cambio d’onestà».

Per questo racconta la sua esperienza, ma preferisce non essere fotografato: «Entro nelle case, il mio nome è una garanzia. Ma che succederebbe se l’associassero a un volto rom?».
Impossibile distinguere la sua da quella dei concittadini. Eppure, chissà: «Sono italiano, un imprenditore italiano».

Invitiamo le associazioni, le singole persone, rom e sinti a raccogliere le interviste con una foto ed inviarle alla email: federazioneromani@libero.it

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Rom, oltre i campi nomadi: ecco alcune storie di integrazioni da Nord a Sud

“Essere rom non può essere una vergogna”, così da Torino sintetizza Vesna Vuletic, fondatrice di Idea Rom, e la realtà spesso capovolge i luoghi comuni: dal Nord al Sud d’Italia, piccole storie di quotidiana integrazione crescono, all’ombra delle polemiche che puntualmente si scatenano sul destino dei rom, aspettando “politiche pubbliche adeguate”.

Il progetto della sartoria Rom

In via Nomentana 952 a Roma puoi trovare un abito unico, con pizzi bianchi o ricami, tessuti orientali broccati o cascate di colore vivace: è l’Antica sartoria rom, dove donne rom dei campi nomadi della capitale confezionano abiti secondo la moda gitana di fine Ottocento, cuciti a mano e con stoffe rigorosamente in fibra naturale, seta, cotone, lana, lino, canapa.

Il progetto nasce nel 1997 tra le baracche in un campo in periferia, Alessandra Carmen Rocco, italiana è laureata in lettere e canta come mezzosoprano, e organizza concerti per questo incontra molti musicisti gitani. Così conosce i campi nomadi e le donne dei campi nomadi. Donne – racconta – che hanno un desiderio: lavorare. In uno dei campi nomadi della periferia romana nasce un giorno l’idea della sartoria, le più anziane insegnano alle più giovani un’arte tramandata per secoli.

Il progetto si sviluppa e cresce diventa laboratorio, sartoria, negozio, con sfilate – nel 2005 sotto l’egida di Romeo Gigli – e una cooperativa sociale che organizza corsi per chi vuole imparare quest’arte e anche di riuso e riutilizzo delle stoffe da buttare.

Ora all’Antica sartoria rom, che confeziona anche costumi teatrali, lavorano 4 donne rom, guadagnano un piccolo stipendio, insegnano ad altre donne rom per dar loro un futuro.

Ma i corsi sono frequentati anche da donne italiane – una cinquantina negli ultimi due anni – affascinate dalla moda gipsy. E a comprare sono soprattutto clienti italiani. Nessun finanziamento pubblico. Fanno da sole.

Bari rom assumono rom

A marzo 2008 i rom romeni del villaggio sosta comunale di strada Santa Teresa a Japigia danno il via alla cooperativa di lavoro Artezian, facchinaggio, traslochi e manutenzione del verde, e il primo settembre 2010 riescono ad assumere con contratto di lavoro un rom bosniaco di un altro compo nomadi tra Modugno e Bitonto.

Da Artezian è nato anche un progetto per il riuso e riciclo di materiali e macchine da buttare e le donne del campo creano bigiotteria e abiti con materiali di scarto.

Progetto “Idea Rom” a Torino

“Essere rom non può essere una vergogna, con il nostro progetto vogliamo dire e far conoscere chi siamo davvero”, così Vesna Vuletic, 48 anni, da 20 in Italia dove lavora come mediatrice culturale, racconta la nascita, un anno fa a Torino di “Idea Rom” che ora raccoglie una ventina di donne rom, e il loro obiettivo è l’outing: loro lo hanno fatto per prime e ora cercano di aiutare gli altri ad uscire allo scoperto, a non vergognarsi o temere di dire a lavoro, a scuola, all’università, di essere rom.

Per metà sono donne già integrate, inserite nel lavoro, abitano in una casa, l’altra metà del gruppo sono donne giovani, che invece vivono quasi tutte nei campi nomadi, sono disoccupate, bassa scolarità. “Ci siamo ritrovate a parlare – spiega Vesna – alcune di noi fanno le pulizie in banca, in ufficio, ma nessuna diceva di essere rom per paura del sospetto, i figli non lo dicono a scuola per paura di discriminazioni.

Molte sono state combattute per anni ma adesso stanno prendendo coraggio, dichiarandosi, rilasciando interviste e anche per comunicare alla società che i rom non sono quelli sporchi, i cattivi da cacciare”. Condizioni di povertà portano all’esclusione e alla microcriminalità ma questa non è la realtà della maggior parte dei rom: a Torino ad esempio delle 100 famiglie rom che ora abitano nelle case popolari, solo per 5 ci sono state problematiche.

Le donne di Idea Rom così si riuniscono, parlano, vanno nei campi per promuovere il diritto di uscire allo scoperto, e hanno vinto così anche un progetto del Dipartimento delle pari opportunità per interventi di mediazione culturale. Ad ottobre a Torino inizieranno anche corsi di danze tradizionali rom, aperti naturalmente a tutti.

Il vino a Milano e i premi

Prima le mamme del quartiere milanese e le maestre aiutavano i bimbi e le famiglie rom in caso di emergenza, poi hanno voluto fare di più, così insieme a Gas, Sant’Egidio, alla cooperativa di produzione Eughenia, è nata l’idea, del vino R.O.M che sta per “Rosso di origine migrante”: bottiglie di vino toscano, Sangiovese, Merlot, Shyra, per finanziare borse di studio e lavoro, un progetto grazie a cui due padri rom hanno trovato lavoro e casa. Problemi di integrazione coi rom a scuola o fuori ?

“Assolutamente no – spiega Francesca – sono culturalmente diversi da noi ma va benissimo. Noi abbiamo aiutato loro ma loro hanno aiutano noi. Avere i bimbi rom nella nostra scuola è una ricchezza. Ci sono genitori di bambini che frequentano altre scuole del centro di Milano, dove non si sono né stranieri né rom che vengono qui con i loro figli perché vogliono ‘mischiarli con i rom’, perchè – dicono – “i loro figli non possono crescere senza conoscere altre realtà”.

E qualche volta, nonostante tutto, i riconoscimenti arrivano anche dall’alto: il maestro di fisarmonica Jovica Jovic, 53 anni, è un rom jugoslavo che vive nel campo nomadi di via Sesia a Milano e a marzo ha ricevuto dal ministro Roberto Maroni, appassionato di musica, un permesso di soggiorno, seppur temporaneo, per meriti artistici.

Insegna a Milano, da lui, che ha suonato con Pelù e Manu Chao, vanno a studiare molte ragazze.

E ogni tanto va nelle scuole, e assicurano “sarebbe un ottimo maestro per i bambini”.

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