Cultura

UN POPOLO MISTERIOSO…

Arrivati in Italia dopo un lunghissimo viaggio, che quasi non hanno lasciato tracce nelle cronache. In Italia da 600 anni ma non conosciuti, la popolazione romanì rappresentano uno degli ultimi popoli ancora da “scoprire”.

Non c’è al mondo altro popolo attorno al quale opinioni e giudizi si dividono come attorno alla popolazione romanì. Mitizzati e invidiati dagli uni, disprezzati e perseguitati dagli altri. Per tanta divergenza di opinione c’è una spiegazione: non conoscere , non spaere nulla dell’origine, della storia, della lingua e della cultura.

Un popolo misterioso perché poco e mal conosciuto: un popolo senza patria, senza terra, senza brama di terra e quindi senza guerre, senza classi sociali e ceti, questo popolo che non ha un verbo per esprimere l’amore, il possedere e che designa lo ieri e il domani con la stessa parola perché conta solo il presente.

Sebbene suddivisi in cinque grandi gruppi (Rom, Sinti, Kalé, Manousche, Romanichels) e numerosi sottogruppi, i rom sono affratellati non solo dalle loro origini, dalla storia e dalla lingua, ma anche da alcune tradizioni e norme di comportamento.

VENUTI DA LONTANO

Sono tante le domande, domande finora senza risposta, sui motivi che possono aver spinto la popolazione romanì a lasciare l’India 1000 anni fa. Si allontanarono per guerre? Per espulsioni? Per motivi economici? Fuggirono dagli invasori? Si spostarono dall’India nord occidentale, considerata la loro patria, perché richiesti in Persia come maestri nella lavorazione dell’oro e dei metalli? Come musicisti?

Si è cercato di spiegare la loro partenza con le più svariate e fantasiose teorie. L’unica cosa certa è che partirono. Non fu un’emigrazione di massa, bensì un espatrio graduato: in gruppi di alcune centinaia di persone, uomini, donne e bambini.

Arrivarono, si fermarono per un certo tempo, partirono di nuovo: dall’India alla Persia, dalla Persia all’Armenia, dall’Armenia attraverso l’Asia Minore in Grecia, dalla Grecia nei paesi Balcanici, dai Balcani in tutti gli altri paesi Europei, dall’Europa nel mondo. Del loro avventuroso, affascinante viaggio non hanno lasciato documenti scritti. Solo la lingua racconta della storia buia e travagliata dei rom.

DA SECOLI IN EUROPA

“…e come ho sentito, alcuni dicevano che erano dell’India”. Così annota Frate Gerolamo da Forlì il 7 agosto 1422 nel cuo Chronicon. Nel 1348, gruppi di rom erano stati visti in Servia, nel 1370 in Moldavia, nel 1390 in Italia, nel 1399 in Boemia. Ma dopo queste prime apparizioni spuntano come per magia in mezza Europa: nel 1407 in Germania, nel 1414 in Svizzera, nel 1415 in Francia, nel 1416 in Transilvania, nel 1420 in Belgio e Olanda. E nel 1422 in Italia: il 18 luglio a Bologna e veni giorni più tardi a Forlì. Dopo questa grande migrazione si fermano nelle varie regioni Europeee, mantendno, nonostante le influenze esterne su lingua, usanze e attività, le caratteristiche di un unico gruppo etnico. Non passano inosservati.

La pelle scura, l’abbigliamento colorito e fantasiosos, la lingua incomprensibile, le origini misteriose suscitano la curiosità della gente. E sanno rpesentarsi bene. Affermano di essere pellegrini e quindi viaggiatori a quel tempo privilegiati, si procurano dei salvacondotti da Imperatori, Papi e Re, ostentano credenziali aristocratiche.

Pittoreschi gruppi rom vengono accolti come gran signori alle varie corti europee, dalla Boemia all’Andaluzia. Sono oggi in Europa la più grande minoranza del nostro continente. Ma anche la minoranza più nascosta.

UNA DIVERSA CULTURA… IL NEMICO

Sono comunque stranieri molto strani. Non hanno niente da condividere con  le popolazioni europee: né la storia, né la religione, né la lingua, né lo stile di vita. Perché l’Europa, a quell’epoca, si sta faticosamente organizzando dal punto di vista politico ed economico. E loro, i rom, sono arrivati nel momento meno opportuno: nomadi in una società che ha deciso di rifiutare e bollare il nomadismo dal quale era uscita da poco tempo. Poi questa pelle olivastra che li rende simili agli islamici che turbano il cristianesimo, ai Turchi che minacciano l’Occidentte.

Diventano così la personificazione del “nemico”. Inoltre conoscono i metalli, conoscono quindi i segreti dell’alchimia, della magia. E dato che si dedicano, effettivamente, all’arte divinatoria vengono circondati di un alone misterioso, ma nello stesso tempo aumentano le diffidenze e le paure nei loro confronti. Sono considerati giocatori, commediante e spie, eretici e gente senza religione che –secondo una leggenda – aveva forgiato i chiodi per la crocifissione di Cristo.

Inizia già allora il violento conflitto tra sedentari e nomadi, tra la società rigidamente organizzata e regolamentata e i “girovaghi”. Ed inizia una seire infinita di proibizioni e divieti, di rifiuti ed espulsioni, di emarginazioni e discriminazioni. Ma la popolazione Romanì sopravvive, nonostante i bandi più terrificanti che, nel corso dei secoli, minacciano loro di marchi a fuoco e lavori forzati, incarcerazioni ed impiccagione per il fatto di essere rom.

LA LINGUA… IL SANSCRITO

Il romanes, una lingua di origine indoeuropea, ha conservato, nel suo vocabolario, più parole sanscrite di ogni altra lingua Europea.

Durante il lungo cammino la lingua si arricchisce di parole sempre nuove, parole che permettono agli scienziati di ripercorrere questo esodo unico al mondo. In Persia la popolazione romanì assimila termini come zor (forza), baxt (fortuna) Khangri (chiesa. Parole armene entrate nel Romanes sono grast (cavallo), vurdon (carrozzone), dal Curdo deriva bori (nuora) mentre in Grecia si appropriano di voci come klidi (chiave), drom (strada), draka (uva), zumin (minestra), tzoxa (gonna).

E il viaggio (non solo linguistico) continua: fino nelle terre tedesche dove si “impadroniscono” di molti vocaboli germanici. Da glaso (bicchiere) e tisha (tavolo) fino a lixta (luce) e all’immancabile graiga (violino). Pochi decenni dopo l’anno mille, nelle vicinanze del Monte Athos in Grecia, un cronista registra il passaggio di un gruppo di rom che si guadagnano da vivere come maghi e incantatori di serpenti.

OGNI GIORNO UN NUOVO INIZIO

Al centro della vita della popolazione romanì sta la famiglia, piccola o grande che sia, oltre la quale non esistono gerarchie. Né capi o comandanti, né Re o Regine. All’interno di un gruppo familiare vi sono, comunque, persone particolarmente stimate. Gli insegnamenti e i pareri degli anziani sono tenuti in grande considerazione. Sono loro che possono “giudicare” una persona che sia venuta meno a determinate regole della convivenza e deidere di allontanarla dal gruppo.

La donna vera protagonista e custode della tradizione, si presenta con un abbigliamento appariscente: non un costume vero e proprio, bensì un modo di vestire caratterizzante. Elementi tipici del vestiario femminile sono (erano?) una blusa ampia, una gonna lunga, larga e colorata con applicazioni colorate, un fazzoletto in testa se è sposata. Meno vistosi sono invece i vestiti dell’uomo rom, in genere influenzati dalle mode del paese in cui vive.

Parte importante dell’abbigliamento sono i gioielli: lunghi orecchini, collane e braccialetti per le donne, grandi anelli per gli uomini. E tutti rigorosamente in oro. Unica ricchezza di un popolo che non conosce altre proprietà. La popolazione romanì ha avuto da sempre un fortissimo legame con la natura che rispettavano perché dava loro riparo e protezione.

Alla nascita, oltre al nome di battesimo, al bambino viene dato di solito anche un soprannome con il quale sarà conosciuto dal gruppo. Quando muore un rom, presso molti gruppi si usa ancora oggi, come vuole la tradizione indù, si bruciano tutti i suoi beni personali. Non esiste eredità materiale. Ogni rom deve costruirsi il suo patrimonio da solo, come i rom hanno sempre dovuto ricominciare daccapo, ogni giorno, ovunque arrivassero dopo lunghi e difficili viaggi.

L’ARTE DEL LAVORARE VIAGGIANDO

In un proverbio della Grecia, paese in cui i rom si sono fermati per vari secoli, si dice che ogni villaggio deve avere la sua chiesa e il suo rom, in altre parole: un parroco e un fabbro.

Fin dalla loro apparizione in Europa i rom si fecero conoscere come abilissimi artigiani nella lavorazione dei metalli:dal ferro e dal rame all’argento e all’oro. Fornivano i nobili di spade finemente cesellate e di armature, di staffe e di ferri di cavallo, indoravano calici e altri oggetti sacri per le chiese, fabbricavano e riparavano padelle, pentole e caldaie per gli abitanti della campagna e delle città.

Le donne rom invece praticavano la cartomanzia e la lettura della mano, predicavano la ventura. In un censimento effettuato nel 1523 nell’Impero Ottomano, si contavano nella parte europea del regno oltre 66,000 “cigane”: di prevalenza fabbri, maniscalchi ed armaioli, ma nache allevatori e commercianti di cavalli e addirittura avvocati, medici e monaci. E negli eserciti di vari paesi europei i rom si sono distinti, nel corso dei secoli, come valenti e coraggiosi soldati. Fina dal loro arrivo furono apprezzati anche come musicisti e danzatori, acrobati, saltimbanchi, giocolieri e ammaestratori di animali.

Il nomadismo li predestinava al commercio di utensili e oggetti prodotti da loro stessi durante le soste invernali: trogoli in legno e setacci, ceramiche per i contadini, cesti per panettieri e macellai, ruote di carri e sedie impagliate, strumenti musicali come violini e flauti, tamburi e cornamuse. Li vendevano come “ambulanti”, girando di casa in casa, di paese in paese e portando. Oltre alla loro merce, anche le novità e le ultime notizie. Pur viaggiando per il mondo, i rom sapevano sempre ritagliarsi dei lavori adeguati al loro stile di vita. I fabbri rom sono rimasti maestri nella creazione di oggetti in ferro battuto, dalla Spagna alla Slovacchia dove il centro storico di Bratislava rivive grazie anche alla loro abilità. Lo sviluppo industriale ha costretto i rom a rinunciare a molti dei mestieri tradizionali. Ma hanno saputo adattarsi anche questa volta?

L’ARTE …. IL CINEMA

Nella storia del cinema non si dovranno dimenticare della popolazione romanì che, girando prima con la “laterna magica” e poi con i proiettori per le piazze di paesi e città, hanno contribuito alla diffusione dell’arte cinematografica che, del resto, ha conosciuto e conosce famosi attori di origine rom, come Yul Brinner, Charlie Chaplin, Rita Hayworth, Michael Caine e Bob Hopkins. Fino a poco tempo fa era raro incontrare rom autori di lavori letterari.

Da quando hanno auto le opportunità di confrontarsi con il mondo culturale dei gagé, dei non rom, hanno imparato ad usare le loro forme di espressione artistica, anche quella letteraria. Scrivono in Romanes, ma più spesso nella lingua del paese che li ospita. Non c’è al mondo un altro popolo che abbia lasciato tante tracce nella musica, nell’arte figurativa e nella letteratura Occidentale, nell’immaginario collettivo.

IL SOGNO DELLA VITA LIBERA…

È facile trovare nell’arte europea rappresentazioni della popolazione romanì: da Giorgione, la cui “Tempesta” si chiamava originariamente “il soldato e la zingarella”, a Boccaccia Beccaccino che ci ha lasciato un delicato ritratto di una “Zingara”, alla “Buona Ventura” di Caravaggio, da Jacques Callot, artista del seicento, che da giovane divise la vita con un gruppo di rom e li ritrasse fieri ed esuberanti, in alcune incisioni su rame, alle romanticizzate visioni ottocentesche della vita “allegra” e “libera” delgi accampamenti rom, alle raffigurazioni aspre, sofferte di espressionisti Tedeschi come Max Beckmann e Otto Muller (che era figlio di una romnì). Per trovare anche tra i rom pittori e scultori bisogna arrivare al XX secolo.

Il russo Serge Polliakoff (1900/1969) che si distinse per un astrattismo dalle forti tinte, non nascose mai le sue origini rom. In Francia viveva anche Torino Zigler che ha lsciato opere pittoriche di grande poesiaa. Simile è lo scenario della letteratura dove abbondano figure di zingari e di zingare.

Vi troviamo la GItanella di Cervantes e la Carmen di Prosper Mérimée, il capitano zingaro che salva la vita a Gotz von Berlichingen nell’omonimo dramma di Goethe, “gli Zingari di Aleksandr Puskin e i gitani di Federico Garcia Lorca, la Pilar di Ernest Hemingway, la Madre Coraggio di Vert Brecth e gli zingari di Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di Solitudine”.

LA MUSICA: LA PAROLA DI UN POPOLO MUTO

Dal flamenco spagnolo al jazz di Django Reinhardt, dagli ottoni della Kocani Orkestar che risuonano in alcuni recenti film, ai ritmi di rumba dei Gipsy Kings, i canti religiosi dei Tesameli: il panorama della musica rom è amplissimo. Nel libro dei Re, scritto attorno all’anno 1000, il poeta persiano Firdusi parla di “diecimila uomini e donne esperti nel suonare il lito che il Re di Persia richiese al sovrano dell’India per divertire i suoi sudditi. E si pensa che fossero musicanti romanì.

La musica ha fatto si che i rom, nel corso dei secoli, si siano trovati in situazioni paradossali: mentre i musicisti erano richiesti alle corti europee, il popolo nomade veniva bandito da tutti i paesi, espluso e derubato della sua identità. I musicisti romanì invece dovevano divertire: dapprima i nobili, in seguito anche il popolo ai matrimoni, alle feste in piazza, durante i reclutamenti. Temi musicali rom hanno ispirato compositori come Bizet (la famosa Carmen), Brahams, Dvorakl, Ravel e grande ammiratore dei rom e della loro musica fu Franz Liszt.

Mentre i musicisti romanì dell’Europa balcanica prediligono da sempre strumenti a fiato, in Romania, Ungheria, Austria lo strumento principe era ed è il violino. La chitarra invece acquistò maggiore prestigio con Django Reinhardt (1910/1953) che nel 194 fondò il mitico quintetto dell’Hot Club de France: con le improvvisazioni zingaresche di Django segnò la storia del jazz.

IL CANTO: I SENTIMENTI DI UN POPOLO MUTO

Il canto, che nella cultura esclusivamente orale del popolo rom aveva avuto sempre una funzione narrativa, ha conservato un importante ruolo tra i gitani spagnoli che, come cataores, chitarristi e ballerini, hanno dato un fondamentale contributo alla nascita e allo sviluppo del flamenco e del canto jondo con il quale esprimevano il loro dolore per le persecuzioni subite.

Le tracce del cammino millenario, che ha portato i rom dall’India in Europa, si trovano anche nella musica che ha una forte matrice orientale. La popolazione romanì ha assorbito gli elementi più tipici delle musiche incontrate “lungo la strada”, per mescolarli e reinterpretarli.

Il risultato è una musica dall’impronta inconfondibile, attraverso la quale riescono ad esprimere tutta la scala dei sentimenti, dalla profonda tristezza alla più sfrenata allegria. Suonano spesso “ad orecchio”, senza conoscenze teoriche, ma suonano con la forte espressività dell’anima. Perché la musica, per la popolazione romanì, ha da sempre rappresentato anche la sua parola.

UN OCAUSTO DIMENTICATO

Simonia Berger, una bambina rom, nasce nel giugno del 1933 ad Altheim, un villaggio austriaco. Abbandonata dopo la nascita dalla madre naturale, viene accolta in una famiglia gagé (non rom) del posto ed allevata assieme al loro figlio. È inserita nella vita del paese, frequenta la scuola.

Ma all’età di dieci anni viene tolta alla famiglia a cui è stata affidata, riportata alla madre naturale, trasportata assieme a questa nel campo di sterminio di Auschwizt – Birkenau. Registrata con il numero 6672, vi morirà il 6 agosto 1943 di crepacuore e non nella camera a gas come la maggior parte dei rom e dei sinti deportati. Simonia Berger è solo una delle oltre 500.000 vittime rom delle persecuzioni naziste durante la seconda guerra mondiale.

Ma il caso di questa bambina, morta a dieci anni solo perché nata rom, è emblematico: mostra al di là delle cifre, fatti raccapriccianti e descrizioni di scene strazianti, quanto fosse spietata ed inesorabile la volontà nazista di sterminare, oltre agli ebrei, anche il popolo romanò.

I treni con i rom destinati a morire non arrivavano solo ad uschwitz, dove nel 1942 era stato istituito il famigerato “Zigeunerlager” di Birkenau: anche a Dachau e a Ravensbruck, dove donne e bambine rom furono sterilizzate, a Natzweiler-Struthof, nell’Alsazia francese, dove furono sottoposti a vari e mortali esperimenti medici, a Buchenwald dove furono ceduti alle grandi società farmaceutiche per 170 marchi a “capo” e poi a Majdanek, Treblinka, Chelmno e Lodz, a Bergen-Belsen e Neuengamme, a Teresin, Mauthausen, Lackenback e jasenavac.

AUSCHWITZ… Zigeuner”

È un olocausto quasi dimenticato, anche nelle commemorazioni e nei monumenti dedicati alle vittime del nazismo. I rom, identificati ad Auschwitz con un triangolo nero o verde sui vestiti e una “Z” che stave per “Zigeuner”, tatuata sul braccio sinistro, furono per lungo tempo esclusi dalla memoria delle loro sofferenze.

Qusesto popolo disperso nel mondo, senza una nazione o uno stato che caldeggiasse la sua causa, non aveva né la forza né il potere per alzare la voce e gridare al mondo le ingiustizie e i sorpusi subiti.

Il tribunale di Norimberga, che condannò i più grandi criminali nazisti, disse degi zingari: non fu data nessuna spiegazione perché questo popolo inoffensivo, che nel corso dei secoli ha donato al mondo, con musica e canti, tutta la sua ricchezza, doveva essere braccato come un animale selvaggio.

Pittoreschi negli abiti e nelle usanze, hanno dato svago e divertimento alla società, l’hanno talvolta stancata con la loro indolenza. Ma mai nessuno li ha condannati come minaccia mortale per la società”.

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