Proposta di legge modifica legge 482/99

Posted by amministratore su 2 luglio 2011

In questi giorni è stata presentata alla Commissione della Camera dei deputati la proposta di legge di modifica della legge n. 482 del 15 Dicembre 1999 “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche “.

La proposta di legge è stata firmata da molti parlamentari di quasi tutti i partiti politici presenti nel Parlamento.

Un eccellente lavoro, spero sia la volta buona.

Proposta di novellamento della Legge 15 Dicembre 1999, n. 482

” Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche “

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 297 del 20 dicembre 1999

Relazione

Quando nel 1999 fu emanata la legge 482 “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” durante i lavori preparatori ci si chiese se anche la popolazione romanì (con i due gruppi presenti in Italia: i rom e i sinti) fosse una delle minoranze storiche da tutelare, ma alla fine prevalse l’idea che, non essendo minoranze stanziali, ad esse mal si sarebbe adattata una legge pensata per tutelare popolazioni storicamente localizzate in alcune precise regioni italiane.

Ma negli anni successivi venne presto in luce il vuoto legislativo nei confronti di una popolazione la cui presenza sulla nostra penisola è attestata già dal XV secolo, come dimostrano prove documentali, come quello di un anonimo bolognese, raccolto nella Rerum Italicarum Scriptores da Ludovico Antonio Muratori, in cui si racconta del loro arrivo a Bologna, nel 1422. In una delle cronache dello stesso anno, quella di frate Girolamo dei Fiocchi da Forlì, si fa già riferimento alla probabile origine indiana dei rom: “Aliqui dicebant, quod erant de India”. Questa popolazione ha mantenuto nei secoli la propria identità, pur passando da una abitudine di nomadismo legato ai mestieri svolti (stagnini, calderai, indoratori, ecc.; commercio dei cavalli; spettacolo viaggiante e circo; vendita ambulante di prodotti e oggetti artigianali; lavori agricoli stagionali) alla quasi totale stanzialità di oggi. Attualmente, tale popolazione è localizzata nelle città e nei piccoli centri urbani.

Con lo sguardo odierno – in un mondo globalizzato e contemporaneamente tutto composto di minoranze, nella accresciuta e generalizzata mobilità dei popoli – è divenuta una forte contraddizione escludere dalla tutela delle minoranze comunità etniche storiche la cui unica diversa specificità è quella di essere localizzate non in uno, due o tre particolari territori, ma in un numero maggiore di località di tutto il territorio italiano. Ciò, al contrario, non può che esaltare il ruolo dello Stato nella tutela delle minoranze linguistiche, come è stato ben evidenziato dalla sentenza della Corte Costituzionale numero 159/2009 che precisa, appunto, il potere statale di individuare le lingue minoritarie da proteggere, di determinare gli elementi che le identificano, nonché gli istituti caratteristici per tale tutela e il bilanciamento con altri interessi, come, ad esempio, quelli di coloro che non parlano o non comprendono la lingua protetta.

Un secondo scoglio nell’accogliere i rom e i sinti tra le minoranze linguistiche storiche potrebbe essere rappresentato dalla natura della normativa di salvaguardia delle lingue minoritarie della 482/99 che è una tutela di diritti (nella toponomastica, negli uffici pubblici, nella scuola e così via) applicata ai cittadini di lingua minoritaria solo se residenti nei territori in cui vi è una sufficiente presenza di cittadini appartenenti alla minoranza stessa.

Per una minoranza quale quella dei rom e dei sinti è ben evidente che non possa essere garantito, ad esempio, il diritto di esprimersi nella lingua romanì in tutti gli uffici pubblici della Repubblica. Ma qui si tratta di concepire la tutela in modo differenziato da minoranza a minoranza, come, d’altra parte, già avviene nell’applicazione di questa legge per il fatto che alle leggi regionali spetta l’ulteriore necessaria e specifica attuazione in sede locale. Necessaria specificità che nel caso di una minoranza presente in tutte le regioni può e deve essere garantita dalla Repubblica stessa. Lo Stato, in questo caso, può facilmente individuare quegli elementi utili alla minoranza rom e sinta per tutelare la propria tipicità e contemporaneamente per maturare una migliore interazione con la popolazione non rom e non sinta, elementi di tutela ovviamente non in contrasto con i diritti degli altri cittadini, ma anzi utili alla qualità di una migliore comune convivenza.

Questa visione aggiornata della tutela delle minoranze storiche è supportata da una corposa normativa internazionale che fa emergere le cosiddette “minoranze nazionali”, che non solo non debbono essere discriminate, ma alle quali va garantita una effettiva partecipazione alla vita collettiva del loro paese. Lo Stato italiano ha, ad oggi, provveduto a ratificare la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali ( L. 302/1997) e la Convenzione sulla protezione e la promozione delle diversità delle espressioni culturali ( L. 19/2007).

La forma giuridica individuata inserisce tra le minoranze storiche riconosciute dall’articolo 2 quelle rom e sinte. Nel successivo articolo 3 viene aggiunto il comma 4 che assegna allo Stato, precisamente al Ministero dell’interno, il compito di riconoscere le minoranze nazionali, indica l’integrazione delle norme regolamentari in tal senso e introduce per tali minoranze nazionali la possibilità di costituire organismi di coordinamento e proposta anche a livello nazionale. Con un emendamento all’articolo 16 si assegna allo Stato, nel caso di minoranza linguistica diffusa sul territorio nazionale, il compito di sostenere istituti per la tutela delle tradizioni linguistiche e culturali di dette minoranze nazionali.

La lingua costituisce un elemento chiave nell’identificazione di un popolo e ciò è particolarmente valido nel caso della popolazione romanì, dato che è proprio la lingua la testimonianza determinante della comune origine. La lingua romaní o romanès è strettamente imparentata con le lingue neo-indiane (come l’hindi, punjabi, rajastani) e deriva dal sànscrito. Non è un dialetto delle lingue neo-indiane, quanto una lingua a sé stante viva e vitale, e finora tramandata oralmente.

I linguisti hanno censito 18 principali varianti dialettali influenzate e arricchite dalle diverse lingue locali. La base di parole comuni contiene circa 800 termini di origine indiana, 70 di origine persiana, 40 di origine armena e 200 termini tratti dal greco.

Come è stato sottolineato in diversi congressi a livello internazionale (Parigi, Ginevra, Londra, Gottingen) promuovere la ricerca di unità culturale tra le comunità romanès basandosi sulla comune origine e su valori già oggi condivisi, incoraggiare il diffondersi dell’uso scritto della lingua e dare impulso ad una letteratura rom scritta, potrà essere l’inizio ed il progressivo rafforzamento di una nuova consapevolezza per questo popolo. E sarà questa consapevolezza il primo passo utile a rimuovere un’immagine tradizionale e certo non sempre positiva dello “zingaro” e farne un rom, un sinto, cioè uomini e donne protagonisti della società di oggi a pieno titolo, capaci di comunicare con proprietà nella propria lingua, di esprimere la propria cultura sapendola offrire come un apporto arricchente per la comunità circostante.

Secondo i dati raccolti dal Consiglio d’Europa in Italia sarebbero presenti circa 170-180 mila rom e sinti, due dei cinque gruppi romanés che compongono la popolazione romanì e precisamente: Rom, Sinti, Manouches, Kalè (Calè) e Romanichals.Tutti si sentono legati dalla phralipé (fratellanza) che come una grande rete avvolge e collega tutte le comunità romanés. Tutti ritrovano la propria peculiare identità non solo nella lingua romanes, ma nel rilevante valore dato alla famiglia, nel legame con la natura e soprattutto in quello indissolubile con la musica, divenuta, quest’ultima, già patrimonio universale nelle opere di grandi compositori.

Nel corso della sua storia millenaria la popolazione romanì è stata sottoposta a numerosi tentativi di assimilazione forzata, diversi nella forma, ma sempre con la stessa finalità di rendere la popolazione romanì “dipendente” dalle culture maggioritarie. Rimangono documenti che attestano che fin dal 1500 la cultura romanì veniva considerata “stranezza sospetta e malvista” e tali dichiarazioni servivano a giustificare un processo di criminalizzazione e di persecuzione.

L’apice si raggiunse con il “dispotismo illuminato”, il tentativo, cioè, di distruggere la cultura romanì in cambio dei diritti di cittadinanza, e successivamente con il genocidio nazista, il porrajmos, persecuzione razziale della popolazione romanes ancora oggi troppo ignorata.

Vari popoli hanno subito e stanno purtroppo subendo tuttora conflitti violenti, le cui cause sono sempre di ordine economico e legate al possesso di territori, ma la violenza, la persecuzione e le ingiustizie subite, nel corso di mille anni, dalla popolazione romanì – che non ha mai posseduto o rivendicato territori – hanno purtroppo la precisa motivazione di eliminare una diversità culturale. Ed è qui il motivo della fondamentale importanza di agire sul piano culturale.

Tale azione culturale è particolarmente importante oggi, in presenza di un crescente antiziganismo, più diffuso e sistematico rispetto al passato. Con l’aggravante che, mentre in passato tale pregiudizio sfociava in un tentativo di assimilazione forzata, oggi si traduce spesso in una barriera culturale da parte della società maggioritaria. Il rifiuto del diverso, diffusosi negli ultimi anni anche in seguito all’aumento dei fenomeni migratori, ha accentuato il clima di diffidenza nei confronti di tali minoranze, rappresentate in modo sempre più negativo e percepite unicamente come problema sociale. Le resistenze diffuse a tutti i livelli, anche per l’ignoranza relativa alla storia e alla cultura romanès, hanno permeato il dibattito politico inducendo le istituzioni a dare risposte inadeguate, spesso errate, quali la creazione di “campi nomadi” totalmente isolati dalla comunità circostante.

Talvolta, anche in buona fede, si sono promosse politiche differenziate e massicce dosi di assistenzialismo, accettate dai rom e dai sinti per questioni di sopravvivenza, al prezzo di rinunciare ad essere soggetti attivi e di divenire oggetti passivi, di sentirsi ‘cavie di laboratorio’ e di vedere disprezzata e distrutta la propria cultura.

La presenza e la visibilità di questa parte “segregata” della popolazione romanì, che subisce condizioni di vita difficili, amplificate dai media e dalle dichiarazioni pubbliche, aumenta a dismisura la paura del diverso già sopra accennata e produce maggiore intolleranza e, conseguentemente, una maggiore segregazione della popolazione romanì. Questa spirale negativa produce violenza, panico e chiusura, rendendo insicura per tutti la società.

La modifica della 482/99 costituisce, dunque, un passo significativo per spezzare questa spirale proprio sul piano culturale. Esso è infatti un intervento legislativo complessivo rivolto ad una minoranza portatrice di una storia e di una cultura complessa e viva – che è cresciuta e si è sviluppata nei secoli, costituendo una parte integrante della cultura italiana – e non semplicemente un intervento rivolto ad un gruppo socialmente emarginato. Non perché la marginalità sociale non esista, ma perché è importante affermare che rom e sinti d’Italia non significano marginalità e tanto peggio marginalità non superabile. Ma perché occorre portare alla conoscenza del Paese le migliaia di rom e sinti che sono già soggetti attivi e partecipi del tessuto sociale, ma che spesso sono costretti a nascondere la propria identità a causa delle mancanze gravi nella tutela della loro cultura.

La modifica della 482/99, ancora, è un atto di giustizia che consente di riportare l’attenzione sulle minoranze sinta e rom in quanto portatrici di una cultura minoritaria alla pari di molte altre minoranze storiche italiane. Consente di evidenziare come essa sia cresciuta e si sia sviluppata nei secoli in continuo dialogo con quella della popolazione maggioritaria e, soprattutto, consente di superare le logiche segreganti e assistenziali che hanno condizionato le politiche verso i rom e sinti negli ultimi anni.

Tale riconoscimento della minoranza rom e sinta restituisce, infine, dignità, rompe gli stereotipi che generano discriminazione, pone le condizioni per una consapevole parità di diritti e doveri, è un processo formativo, promuove partecipazione sociale in ambito locale e nazionale (come è avvenuto con grande accelerazione in Ungheria dal 1993 quando xxxx); attiva una più significativa collaborazione tra gli Enti locali e l’associazionismo che opera nel settore ponendo le condizioni per la realizzazione di politiche efficaci, attiva meccanismi di interazione e conoscenza reciproca, apre spazi seri di dialogo e di confronto alla pari, adegua finalmente l’Italia alla normativa europea. E’ volta a rendere la società italiana più sicura e più coesa.

Art. 1.

1. La lingua ufficiale della Repubblica é l’italiano.

2. La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresí la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge.

Art. 2.

In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princípi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene, croate, rom e sinte e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo.

Art. 3.

1. La delimitazione dell’ambito territoriale e subcomunale in cui si applicano le disposizioni di tutela delle minoranze linguistiche storiche previste dalla presente legge é adottata dal consiglio provinciale, sentiti i comuni interessati, su richiesta di almeno il quindici per cento dei cittadini iscritti nelle liste elettorali e residenti nei comuni stessi, ovvero di un terzo dei consiglieri comunali dei medesimi comuni.

2. Nel caso in cui non sussista alcuna delle due condizioni di cui al comma 1 e qualora sul territorio comunale insista comunque una minoranza linguistica ricompresa nell’elenco di cui all’articolo 2, il procedimento inizia qualora si pronunci favorevolmente la popolazione residente, attraverso apposita consultazione promossa dai soggetti aventi titolo e con le modalità previste dai rispettivi statuti e regolamenti comunali.

3. Quando le minoranze linguistiche di cui all’articolo 2 si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento e di proposta, che gli enti locali interessati hanno facoltà di riconoscere.

4. Quando le stesse minoranze siano diffuse in tutto il territorio nazionale, esse possono costituire organismi di coordinamento e proposta anche a livello nazionale. In tal caso è il Ministero dell’Interno riconoscerle sulla base dei principi delle presente legge e delle norme regolamentari di cui all’art 17 della presente legge, opportunamente integrate.

Art. 4.

1. Nelle scuole materne dei comuni di cui all’articolo 3, l’educazione linguistica prevede, accanto all’uso della lingua italiana, anche l’uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado é previsto l’uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento.

2. Le istituzioni scolastiche elementari e secondarie di primo grado, in conformità a quanto previsto dall’articolo 3, comma 1, della presente legge, nell’esercizio dell’autonomia organizzativa e didattica di cui all’articolo 21, commi 8 e 9, della legge 15 marzo 1997, n. 59, nei limiti dell’orario curriculare complessivo definito a livello nazionale e nel rispetto dei complessivi obblighi di servizio dei docenti previsti dai contratti collettivi, al fine di assicurare l’apprendimento della lingua della minoranza, deliberano, anche sulla base delle richieste dei genitori degli alunni, le modalità di svolgimento delle attività di insegnamento della lingua e delle tradizioni culturali delle comunità locali, stabilendone i tempi e le metodologie, nonché stabilendo i criteri di valutazione degli alunni e le modalità di impiego di docenti qualificati.

3. Le medesime istituzioni scolastiche di cui al comma 2, ai sensi dell’articolo 21, comma 10, della legge 15 marzo 1997, n. 59, sia singolarmente sia in forma associata, possono realizzare ampliamenti dell’offerta formativa in favore degli adulti. Nell’esercizio dell’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo, di cui al citato articolo 21, comma 10, le istituzioni scolastiche adottano, anche attraverso forme associate, iniziative nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali degli appartenenti ad una minoranza linguistica riconosciuta ai sensi degli articoli 2 e 3 della presente legge e perseguono attività di formazione e aggiornamento degli insegnanti addetti alle medesime discipline. A tale scopo le istituzioni scolastiche possono stipulare convenzioni ai sensi dell’articolo 21, comma 12, della citata legge n. 59 del 1997.

4. Le iniziative previste dai commi 2 e 3 sono realizzate dalle medesime istituzioni scolastiche avvalendosi delle risorse umane a disposizione, della dotazione finanziaria attribuita ai sensi dell’articolo 21, comma 5, della legge 15 marzo 1997, n. 59, nonché delle risorse aggiuntive reperibili con convenzioni, prevedendo tra le priorità stabilite dal medesimo comma 5 quelle di cui alla presente legge. Nella ripartizione delle risorse di cui al citato comma 5 dell’articolo 21 della legge n. 59 del 1997, si tiene conto delle priorità aggiuntive di cui al presente comma.
5. Al momento della preiscrizione i genitori comunicano alla istituzione scolastica interessata se intendono avvalersi per i propri figli dell’insegnamento della lingua della minoranza.

Art. 5.

1. Il Ministro della pubblica istruzione, con propri decreti, indica i criteri generali per l’attuazione delle misure contenute nell’articolo 4 e puó promuovere e realizzare progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali degli appartenenti ad una minoranza linguistica riconosciuta ai sensi degli articoli 2 e 3 della presente legge. Per la realizzazione dei progetti é autorizzata la spesa di lire 2 miliardi annue a decorrere dall’anno 1999.

2. Gli schemi di decreto di cui al comma 1 sono trasmessi al Parlamento per l’acquisizione del parere delle competenti Commissioni permanenti, che possono esprimersi entro sessanta giorni.

Art. 6.

1. Ai sensi degli articoli 6 e 8 della legge 19 novembre 1990, n. 341, le università delle regioni interessate, nell’ambito della loro autonomia e degli ordinari stanziamenti di bilancio, assumono ogni iniziativa, ivi compresa l’istituzione di corsi di lingua e cultura delle lingue di cui all’articolo 2, finalizzata ad agevolare la ricerca scientifica e le attività culturali e formative a sostegno delle finalità della presente legge.

Art. 7.

1. Nei comuni di cui all’articolo 3, i membri dei consigli comunali e degli altri organi a struttura collegiale dell’amministrazione possono usare, nell’attività degli organismi medesimi, la lingua ammessa a tutela.

2. La disposizione di cui al comma 1 si applica altresí ai consiglieri delle comunità montane, delle province e delle regioni, i cui territori ricomprendano comuni nei quali é riconosciuta la lingua ammessa a tutela, che complessivamente costituiscano almeno il 15 per cento della popolazione interessata.

3. Qualora uno o piú componenti degli organi collegiali di cui ai commi 1 e 2 dichiarino di non conoscere la lingua ammessa a tutela, deve essere garantita una immediata traduzione in lingua italiana.

4. Qualora gli atti destinati ad uso pubblico siano redatti nelle due lingue, producono effetti giuridici solo gli atti e le deliberazioni redatti in lingua italiana.

Art. 8.

1. Nei comuni di cui all’articolo 3, il consiglio comunale puó provvedere, con oneri a carico del bilancio del comune stesso, in mancanza di altre risorse disponibili a questo fine, alla pubblicazione nella lingua ammessa a tutela di atti ufficiali dello Stato, delle regioni e degli enti locali nonché di enti pubblici non territoriali, fermo restando il valore legale esclusivo degli atti nel testo redatto in lingua italiana.

Art. 9.

1. Fatto salvo quanto previsto dall’articolo 7, nei comuni di cui all’articolo 3 é consentito, negli uffici delle amministrazioni pubbliche, l’uso orale e scritto della lingua ammessa a tutela. Dall’applicazione del presente comma sono escluse le forze armate e le forze di polizia dello Stato.

2. Per rendere effettivo l’esercizio delle facoltà di cui al comma 1, le pubbliche amministrazioni provvedono, anche attraverso convenzioni con altri enti, a garantire la presenza di personale che sia in grado di rispondere alle richieste del pubblico usando la lingua ammessa a tutela. A tal fine é istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per gli affari regionali, un Fondo nazionale per la tutela delle minoranze linguistiche con una dotazione finanziaria annua di lire 9.800.000.000 a decorrere dal 1999. Tali risorse, da considerare quale limite massimo di spesa, sono ripartite annualmente con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, sentite le amministrazioni interessate.

3. Nei procedimenti davanti al giudice di pace é consentito l’uso della lingua ammessa a tutela. Restano ferme le disposizioni di cui all’articolo 109 del codice di procedura penale.

Art. 10.

1. Nei comuni di cui all’articolo 3, in aggiunta ai toponimi ufficiali, i consigli comunali possono deliberare l’adozione di toponimi conformi alle tradizioni e agli usi locali.

Art. 11.

1. I cittadini che fanno parte di una minoranza linguistica riconosciuta ai sensi degli articoli 2 e 3 e residenti nei comuni di cui al medesimo articolo 3, i cognomi o i nomi dei quali siano stati modificati prima della data di entrata in vigore della presente legge o ai quali sia stato impedito in passato di apporre il nome di battesimo nella lingua della minoranza, hanno diritto di ottenere, sulla base di adeguata documentazione, il ripristino degli stessi in forma originaria. Il ripristino del cognome ha effetto anche per i discendenti degli interessati che non siano maggiorenni o che, se maggiorenni, abbiano prestato il loro consenso.

2. Nei casi di cui al comma 1 la domanda deve indicare il nome o il cognome che si intende assumere ed é presentata al sindaco del comune di residenza del richiedente, il quale provvede d’ufficio a trasmetterla al prefetto, corredandola di un estratto dell’atto di nascita. Il prefetto, qualora ricorrano i presupposti previsti dal comma 1, emana il decreto di ripristino del nome o del cognome. Per i membri della stessa famiglia il prefetto puó provvedere con un unico decreto. Nel caso di reiezione della domanda, il relativo provvedimento puó essere impugnato, entro trenta giorni dalla comunicazione, con ricorso al Ministro di grazia e giustizia, che decide previo parere del Consiglio di Stato. Il procedimento é esente da spese e deve essere concluso entro novanta giorni dalla richiesta.

3. Gli uffici dello stato civile dei comuni interessati provvedono alle annotazioni conseguenti all’attuazione delle disposizioni di cui al presente articolo. Tutti gli altri registri, tutti gli elenchi e ruoli nominativi sono rettificati d’ufficio dal comune e dalle altre amministrazioni competenti.

Art. 12.

1. Nella convenzione tra il Ministero delle comunicazioni e la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e nel conseguente contratto di servizio sono assicurate condizioni per la tutela delle minoranze linguistiche nelle zone di appartenenza.

2. Le regioni interessate possono altresí stipulare apposite convenzioni con la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo per trasmissioni giornalistiche o programmi nelle lingue ammesse a tutela, nell’ambito delle programmazioni radiofoniche e televisive regionali della medesima società concessionaria; per le stesse finalità le regioni possono stipulare appositi accordi con emittenti locali.

3. La tutela delle minoranze linguistiche nell’ambito del sistema delle comunicazioni di massa é di competenza dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di cui alla legge 31 luglio 1997, n. 249, fatte salve le funzioni di indirizzo della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

Art. 13.

1. Le regioni a statuto ordinario, nelle materie di loro competenza, adeguano la propria legislazione ai princípi stabiliti dalla presente legge, fatte salve le disposizioni legislative regionali vigenti che prevedano condizioni piú favorevoli per le minoranze linguistiche.

Art. 14.

1. Nell’ambito delle proprie disponibilità di bilancio le regioni e le province in cui siano presenti i gruppi linguistici di cui all’articolo 2 nonché i comuni ricompresi nelle suddette province possono determinare, in base a criteri oggettivi, provvidenze per l’editoria, per gli organi di stampa e per le emittenti radiotelevisive a carattere privato che utilizzino una delle lingue ammesse a tutela, nonché per le associazioni riconosciute e radicate nel territorio che abbiano come finalità la salvaguardia delle minoranze linguistiche.

Art. 15.

1. Oltre a quanto previsto dagli articoli 5, comma 1, e 9, comma 2, le spese sostenute dagli enti locali per l’assolvimento degli obblighi derivanti dalla presente legge sono poste a carico del bilancio statale entro il limite massimo complessivo annuo di lire 8.700.000.000 a decorrere dal 1999.

2. L’iscrizione nei bilanci degli enti locali delle previsioni di spesa per le esigenze di cui al comma 1 é subordinata alla previa ripartizione delle risorse di cui al medesimo comma 1 tra gli enti locali interessati, da effettuare con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.

3. L’erogazione delle somme ripartite ai sensi del comma 2 avviene sulla base di una appropriata rendicontazione, presentata dall’ente locale competente, con indicazione dei motivi dell’intervento e delle giustificazioni circa la congruità della spesa.

 Art. 16.

1. Le regioni, le province e lo Stato, nel caso di minoranza linguistica diffusa sul territorio nazionale, possono provvedere, a carico delle proprie disponibilità di bilancio, alla creazione di appositi istituti per la tutela delle tradizioni linguistiche e culturali delle popolazioni considerate dalla presente legge, ovvero favoriscono la costituzione di sezioni autonome delle istituzioni culturali locali già esistenti.

Art. 17.

1. Le norme regolamentari di attuazione della presente legge sono adottate entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della medesima, sentite le regioni interessate.

Art. 18.

1. Nelle regioni a statuto speciale l’applicazione delle disposizioni piú favorevoli previste dalla presente legge é disciplinata con norme di attuazione dei rispettivi statuti. Restano ferme le norme di tutela esistenti nelle medesime regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano.

2. Fino all’entrata in vigore delle norme di attuazione di cui al comma 1, nelle regioni a statuto speciale il cui ordinamento non preveda norme di tutela si applicano le disposizioni di cui alla presente legge.

Art. 19.

1. La Repubblica promuove, nei modi e nelle forme che saranno di caso in caso previsti in apposite convenzioni e perseguendo condizioni di reciprocità con gli Stati esteri, lo sviluppo delle lingue e delle culture di cui all’articolo 2 diffuse all’estero, nei casi in cui i cittadini delle relative comunità abbiano mantenuto e sviluppato l’identità socio-culturale e linguistica d’origine.
2. Il Ministero degli affari esteri promuove le opportune intese con altri Stati, al fine di assicurare condizioni favorevoli per le comunità di lingua italiana presenti sul loro territorio e di diffondere all’estero la lingua e la cultura italiane. La Repubblica favorisce la cooperazione transfrontaliera e interregionale anche nell’ambito dei programmi dell’Unione europea.

3. Il Governo presenta annualmente al Parlamento una relazione in merito allo sta to di attuazione degli adempimenti previsti dal presente articolo.

Art. 20.

1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge, valutato in lire 20.500.000.000 a decorrere dal 1999, si provvede mediante corrispondente riduzione delle proiezioni dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1998-2000, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente “Fondo speciale” dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l’anno 1998, allo scopo parzialmente utilizzando, quanto a lire 18.500.000.000, l’accantonamento relativo alla Presidenza del Consiglio dei ministri e, quanto a lire 2.000.000.000, l’accantonamento relativo al Ministero della pubblica istruzione.

2. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica é autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

 

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