Aprile … che disastro!

Posted by amministratore su 28 aprile 2011

Questo mese di aprile è stato un disastro politico ed umanitario per la popolazione romanì.

Le istituzioni europee hanno sempre sollecitato gli Stati membri di promuovere ed attivare la partecipazione attiva dei rom e nel mese di aprile il Consiglio d’Europa ha avviato in Italia un corso di formazione per mediatore culturale rom, ma ignora il coinvolgimento attivo delle organizzazioni rom e delle professionalità rom nella promozione e la realizzazione del corso.

A questo punto è difficile capire cosa intendono per partecipazione attiva dei rom, intanto la popolazione romanì continua ad essere un “oggetto” invece che un “soggetto” attivo.

La Commissione straordinaria sulla tutela e la promozione dei diritti umani del Senato della Repubblica, attraverso le audizioni, redige un rapporto sulla condizione della popolazione romanì, ma non convoca per l’audizione le organizzazioni rom e le professionalità rom.

Nella città di Lamezia Terne (Catanzaro) la magistratura notifica la sindaco una ordinanza di sgombero del campo nomadi dove vivono circa 600 persone rom. Il sindaco chiede aiuto alla Provincia di Catanzaro, alla Regione Calabria, al ministero dell’interno, ma non dialoga con le organizzazioni rom e con le professionalità rom.

In diverse città italiane sono in corso numerosi sgomberi di campi nomadi, in particolare Milano e Roma. A Milano un politico rivendica di aver effettuato 500 sgomberi di campi nomadi, mentre nella Capitale in poche settimane sono stati effettuati oltre 40 sgomberi di campi nomadi abusivi con oltre mille persone rom in mezzo alla strada.

Alla vigilia di Pasqua alcune famiglie rom sgomberate dai campi abusivi hanno occupato la storica Basilica di San Paolo fuori le mura, dopo una lunga trattativa oggi sono ospiti in una struttura di accoglienza della Caritas. Fino a quando?

Allora è indispensabile andare subito oltre … andare oltre il campo nomade … è necessario volere e saper andare subito oltre la dipendenza assistenziale e definire con le famiglie rom una “sicurezza abitativa”.

Il rischio di un disastro politico ed umanitario è concreto, ed è grave che le persone rom impegnate nell’associazionismo non lo percepiscano ancora. Il piano nomadi del comune non ha prodotto i benefici sperati; altre iniziative di partecipazione attiva dei rom, sollecitate dal comune, sono state da una parte delle chimere ricche di autorefenzialità e di improvvisazione, dall’altra uno strumento per la propaganda politica.

Ogni volta che si avvicinano le elezioni, politiche o amministrative, le parole rom, sinti, zingari, nomadi, ecc. sono in primo piano su tutta la propaganda politica con un crescendo oltre ogni misura di istigazione all’odio razziale e di discriminazione.

Tanti si sono indignati ieri, tanti si indignano oggi per il “trattamento” ipocrita che la popolazione romanì è costretta a subire.

Una indignazione incapace di andare subito oltre la logica del campo nomadi e dall’assistenzialismo e che troppo spesso non riesce a vedere la fondamentale necessità dell‘autonomia, della partecipazione attiva, dell’evoluzione della cultura romanì, cioè della normalità.

Generalizzare la richiesta dei diritti si rischia di delegittimarli, anche per una narrazione ipocrita del mondo rom, tale da non garantirli concretamente alle persone che ne hanno un effettivo diritto.

Tutti i campinomadi, abusivi ed autorizzati, vanno smantellati SUBITO, senza se e senza ma, ed è possibile farlo in breve tempo con l’autogestione, lavorando con le famiglie rom per uscire dalla logica del campo nomade, con la programmazione di una corretta politica di accoglienza e di interazione culturale.

Programmare una politica di accoglienza e di interazione culturale vuol dire applicare la normativa (un dovere non una bontà), promuovere l’autonomia delle persone rom, la normalità delle politiche (no politiche differenziate), la partecipazione attiva delle professionalità rom, una politica per la cultura romanì.

Smantellare i campi nomadi e programmare una politica di accoglienza e di interazione culturale NON significa dare, a prescindere, una casa a tutte le famiglie rom, ma significa definire e condividere le politiche, le regole e le condizioni.

I comuni devono programmare e realizzare una politica della casa con la costruzione di abitazioni di proprietà comunale da assegnare ai cittadini attraverso bandi pubblici con precise regole, e condizioni rispettosi delle norme e dei principi.

La programmazione e la realizzazione di una politica della casa è diventata una urgente necessità dei cittadini su tutto il territorio nazionale.

La politica deve prendere atto della necessità urgente di smantellare questa politica abitativa segregante e stornare le risorse destinate alla costruzione, gestione e sgomberi dei campi nomadi ed utilizzarli per programmare e realizzazione  una politica di accoglienza e di interazione culturale.

Le organizzazioni che si occupano di rom devono prendere atto del bisogno urgente di uscire fuori dalla logica del campo nomadi e dalla dipendenza assistenziale, sollecitando e sostenendo le famiglie rom nella ricerca di soluzioni flessibili e diversificate.

Se una piccola provincia Abruzzese di circa 300 mila abitanti è in grado di garantire una “sicurezza abitativa” a 92 famiglie rom (kosovare e romene), e se una città abruzzese di circa 15 mila abitanti è capace di garantire una “sicurezza abitativa” a 26 famiglie rom immigrate (kosovare e romene), utilizzando in entrambi i contesti il metodo di accoglienza del territorio e una coerente normativa, perchè nelle altre città questo non è possibile da realizzare?

Non è vero che nelle piccole città l’integrazione culturale delle famiglie rom è più facile.

L’integrazione culturale si realizza se il modello di accoglienza e le politiche di interazione culturale funzionano, ma in particolare l’integrazione culturale si realizza se le professionalità rom hanno un ruolo attivo nel modello di accoglienza e nelle scelte politiche.

La questione romanì è complessa ma non irrisolvibile. Le chiavi di volta sono il riconoscimento alla popolazione romanì quale entità culturale e politica dell’Italia e la partecipazione attiva e professionale di rom e sinti.

Il resto va da sé: rappresentanza politica, partecipazione attiva alla vita sociale, culturale, politica ed economica del paese.

Perchè tanta ostilità verso la partecipazione attiva e professionale di rom e sinti?

Perchè tanto boicottaggio ad una rappresentatività romanì credibile e professionale?

Dr. Nazzareno Guarnieri – presidente Federazione romanì

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