ESCLUSI E AMMASSATI ricerca sulla condizione dei minori rom a Roma

Posted by amministratore su 23 novembre 2010

Riportiamo il testo integrale della ricerca “ESCLUSI E AMMASSATI” ricerca sulla condizione dei minori rom nel villaggio attrezzato di via di Salone a Roma, presentata a Roma il 20 Novembre 2010 dall’associazione 21 Luglio. La ricerca è stata condotta da Andrea Anzaldi e Carlo Stasolla ed hanno collaborato: Adriana Arrighi (psicologa), Dzemila Salkanovic (mediatrice culturale), Gasperino Celano (ingegnere), Giovanna Ilardi (architetto), Salvatore Fachile (avvocato)

Troverete le note a fine testo.
Nei prossimi giorni pubblicheremo in questo blog una riflessione di Nazzareno Guarnieri sulla ricerca “Esclusi ed ammassati”.

Introduzione

Nel corso degli ultimi anni le autorità italiane hanno deciso alcuni provvedimenti indirizzati esclusivamente a rom e sinti, nel tentativo di rispondere alle preoccupazioni legate alla sicurezza dovute alla presenza di «insediamenti nomadi» in alcune grandi città. Dal maggio 2008 il presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, ha emanato un decreto con cui viene dichiarato lo «stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi» e ha emesso alcune ordinanze attuative con le quali ha nominato i prefetti di Roma, Napoli, Milano, Torino e Venezia, «commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza» nelle regioni di Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte e Veneto. Queste iniziative hanno provocato una forte reazione critica delle istituzioni europee.

Per quanto riguarda la città di Roma, nel febbraio 2009 il prefetto-commissario Giuseppe Pecoraro ha firmato il Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio e il 31 luglio 2009 in quanto «Commissario straordinario per l’emergenza nomadi» ha presentato – insieme al Comune di Roma – il Piano Nomadi. Tra i primi provvedimenti attuati in base al Piano c’è stata, tra gennaio e febbraio 2010, la chiusura del campo informale Casilino 900 e lo spostamento di alcune famiglie rom nel «villaggio attrezzato» in via di Salone 323 nel Municipio VIII.

Il presente rapporto1 intende – in seguito all’attuazione del Piano Nomadi di Roma – analizzare le condizioni di vita delle famiglie rom che abitano nell’insediamento formale di via di Salone. La preoccupazione alla base della decisione di avviare questo studio – con una particolare attenzione rivolta ai minori – risiede nel fatto che l’implementazione del Piano Nomadi di Roma possa creare una situazione di discriminazione e segregazione sia delle famiglie trasferite dal Casilino 900 sia di quelle che vivono nell’insediamento da più tempo.

Nel valutare l’impatto che il Piano Nomadi di Roma ha avuto sull’infanzia rom si è deciso di svolgere la ricerca all’interno dell’insediamento di via di Salone, considerato, questo, il campo formale che più di ogni altro risponde ai requisiti contenuti nel Piano, e sembra, quindi, il più rappresentativo della politica decisa dall’amministrazione comunale nei confronti della popolazione rom.

L’indagine, iniziata il 1° luglio 2010 e conclusa il 15 settembre 2010, è stata condotta con una ricerca sul campo utilizzando alcuni strumenti dell’analisi qualitativa: l’osservazione diretta e le interviste in profondità. Nel corso della ricerca sono state raccolte 15 interviste con altrettante famiglie che abitano il campo di via di Salone. Una particolare attenzione è stata riservata alle persone trasferite dal campo Casilino 900. Sono state raccolte quattro interviste con altrettanti rappresentanti di organizzazioni che intervengono nel campo con progetti di integrazione socio-sanitaria e tre interviste con rappresentanti del Comune di Roma. Il 27 luglio 2010 l’Associazione 21 luglio ha presentato presso il Dipartimento V del Comune di Roma una domanda di accesso ai documenti amministrativi relativi ai «villaggi attrezzati» senza ricevere alcuna risposta.


Le aree tematiche che questo rapporto vuole discutere sono le condizioni di vita delle famiglie e dei minori residenti nel campo con particolare riferimento a: dimensioni delle abitazioni, spazio all’interno del campo, distanza fra il campo e la città di Roma, sicurezza, educazione e salute.

Questo rapporto intende infine valutare le possibili situazioni di esclusione, segregazione e privazione di quei diritti che riguardano i minori rom nella città di Roma sanciti dalle convenzioni internazionali, facendo riferimento principalmente alla Convenzione sui diritti dell’Infanzia firmata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata nell’ordinamento giuridico italiano dalla legge n. 176 del 27 maggio 1991.

1 QUADRO NORMATIVO E POLITICO

1.1 LA DICHIARAZIONE DELLA STATO DI EMERGENZA E LE ORDINANZE DI ATTUAZIONE

[1]. Il 21 maggio 2008, il presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, in seguito agli attacchi avvenuti ai danni degli abitanti di alcuni insediamenti rom a Ponticelli (Napoli)2, ha emanato il DPCM denominato Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia3. Il 30 maggio 2008, il presidente del Consiglio ha inoltre emanato tre ordinanze per l’attuazione del decreto nelle regioni di Lombardia, Lazio e Campania4 con cui i prefetti di Milano, Roma e Napoli sono stati nominati «Commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza».

[2]. Secondo il decreto del 21 maggio 2008 lo stato di emergenza sarebbe dovuto durare fino al 31 maggio 2009. Il 28 maggio 2009 è stato emanato un altro decreto del presidente del Consiglio dei ministri che ha prorogato lo stato di emergenza al 31 dicembre 2010, estendendolo anche alle regioni del Piemonte e del Veneto5. Inoltre, il 1° giugno 2009 sono state emanate altre due ordinanze di attuazione del decreto di emergenza con cui i prefetti delle città di Torino e Venezia sono stati nominati «Commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza» per le regioni di Piemonte e Veneto6.

[3]. Secondo il testo del provvedimento, la dichiarazione dello stato di emergenza si sarebbe resa necessaria per «l’estrema criticità determinatasi» a causa della «presenza di numerosi cittadini extracomunitari irregolari e nomadi che si sono stabilmente insediati nelle aree urbane [e] considerato che detti insediamenti, a causa della loro estrema precarietà, hanno determinato una situazione di grave allarme sociale, con possibili gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e sicurezza per le popolazioni locali […] che mettono in serio pericolo l’ordine e la sicurezza pubblica […]»7. Sempre secondo il testo della dichiarazione «[…] la predetta situazione, che coinvolge vari livelli di governo territoriale, per intensità ed estensione, non è fronteggiabile con gli strumenti previsti dalla normativa ordinaria»8.

[4]. Le ordinanze indicano le aree di intervento e i compiti dei commissari straordinari: «[…] a) definizione dei programmi di azione per il superamento dell’emergenza; b) monitoraggio dei campi autorizzati in cui sono presenti comunità nomadi ed individuazione degli insediamenti abusivi; c) identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei luoghi di cui al punto b), attraverso rilievi segnaletici; d) adozione delle necessarie misure, avvalendosi delle forze di Polizia, nei confronti delle persone di cui al punto c) che risultino o possano essere destinatarie di provvedimenti amministrativi o giudiziari di allontanamento o di espulsione; e) programmazione, qualora quelli esistenti non riescano a soddisfare le esigenze abitative, della individuazione di altri siti idonei per la realizzazione di campi autorizzati; f) adozione di misure finalizzate allo sgombero ed al ripristino delle aree occupate dagli insediamenti abusivi; g) realizzazione dei primi interventi idonei a ripristinare i livelli minimi delle prestazioni sociali e sanitarie; h) realizzazione di interventi finalizzati a favorire l’inserimento e l’integrazione sociale delle persone trasferite nei campi autorizzati, con particolare riferimento a misure di sostegno ed a progetti integrati per i minori, nonché ad azioni volte a contrastare i fenomeni del commercio abusivo, dell’accattonaggio e della prostituzione; i) monitoraggio e promozione delle iniziative poste in essere nei campi autorizzati per favorire la scolarizzazione e l’avviamento professionale e il coinvolgimento nelle attività di realizzazione o di recupero di abitazioni; l) adozione di ogni misura utile e necessaria per il superamento dell’emergenza»9.

1.2 IL REGOLAMENTO DEI «VILLAGGI ATTREZZATI» E IL PIANO NOMADI DEL COMUNE DI ROMA

[5]. Il primo intervento organizzato a seguito della dichiarazione dello stato di emergenza è stato il censimento condotto nel corso del 2008 che ha coinvolto rom e sinti abitanti degli insediamenti formali e informali di Napoli, Roma e Milano. Le operazioni sono state svolte con l’impiego di forze di polizia e – limitatamente ai territori di Roma e Napoli – con la partecipazione della Croce Rossa. Tra gennaio e aprile del 2009 a Roma è stato svolto un secondo censimento nei campi formali e informali. Le operazioni, condotte dall’esercito e dalle forze di polizia, hanno portato a perquisizioni delle abitazioni e sgomberi forzati10.

[6]. I censimenti e la raccolta delle impronte digitali di alcuni abitanti dei campi hanno provocato critiche da parte del Parlamento europeo che nel luglio del 2008 ha adottato una risoluzione in merito al censimento su basi etniche dei rom in Italia in cui esprime apprensione riguardo all’affermazione contenuta nei decreti del governo «che la presenza di campi rom nei pressi di grandi città rappresenta di per sé una seria emergenza sociale, con ripercussioni sull’ordine pubblico e la sicurezza tali da giustificare la dichiarazione di stato di emergenza»11. Inoltre, una delegazione di eurodeputati ha visitato l’Italia nell’autunno 2008 per verificare le modalità di esecuzione del censimento.

[7]. In seguito alle visite in Italia nel giugno 200812 e nel gennaio 2009,13 il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ha espresso preoccupazioni relative al fatto che vengano prese le impronte digitali di rom e sinti e riguardo alla tutela della riservatezza dei dati che vengono raccolti tramite il censimento.

[8]. Nel luglio 2008 anche l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha svolto una missione investigativa in Italia, visitando i campi rom a Milano, Roma e Napoli. Nel rapporto presentato nell’aprile 2009, l’OSCE ha rilevato che «le misure adottate dal governo, a partire dalla dichiarazione di stato di emergenza, [sono] sproporzionate in rapporto all’effettiva portata della minaccia alla sicurezza legata all’immigrazione e alla situazione degli insediamenti rom e sinti. Inoltre, la delegazione esprime preoccupazione per il fatto che le misure prese, che in effetti hanno per obiettivo una particolare comunità, cioè rom e sinti (altrimenti detti “nomadi”), insieme alle notizie spesso allarmiste e incendiarie diffuse dai media e alle dichiarazioni di esponenti politici noti e influenti, alimentino il pregiudizio anti-rom in tutti i settori della società e contribuiscano alla stigmatizzazione della comunità rom e sinti in Italia»14.

[9]. Il 18 febbraio 2009 è entrato in vigore il Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio, firmato dal prefetto-commissario. Queste sono alcune disposizioni previste dal nuovo regolamento: la vigilanza esterna e interna (sarà presente un presidio fisso) e il possibile uso di telecamere; l’identificazione delle persone che entrano nel campo, compresi i residenti; il rilascio anche ai minori di un tesserino di riconoscimento con fotografie e dati anagrafici; il divieto di ingresso e parcheggio per autoveicoli e motoveicoli; l’autorizzazione per la residenza avrà una durata massima di due anni prorogabile e verrà rilasciata dal Dipartimento delle Politiche Sociali del Comune di Roma; le persone provenienti da paesi terzi dovranno avere il permesso di soggiorno o dovranno dimostrare la permanenza in Italia per un periodo superiore a 10 anni; il pagamento di un canone e delle utenze. Il regolamento stabilisce che il permesso di risiedere nel campo viene revocato a coloro che non rispettano i doveri sopra indicati, a coloro che abbandonano la struttura per più di 3 mesi senza autorizzazione, a coloro che rifiutano più volte l’inserimento lavorativo, a coloro che con il loro comportamento provocano «concrete minacce di turbamento alla sicura e civile convivenza».

[10]. Il 1° luglio 2010 il Tribunale Amministrativo del Lazio ha accolto parte di un ricorso presentato dall’European Roma Rights Centre in merito alla dichiarazione dello stato di emergenza e ai regolamenti firmati dai commissari delegati per la gestione dei campi formali di Lazio e Lombardia. In particolare, il Tribunale Amministrativo ha accolto le richieste di annullamento dei regolamenti in quanto violano: «[…] i diritti di libera circolazione, di soggiorno, di vita di relazione» costituendo, tra l’altro, «una ingiustificata interferenza nella vita privata e familiare dei destinatari, siano essi ospiti o loro parenti e amici»17. L’avvocatura dello Stato ha presentato ricorso davanti al Consiglio di Stato che, al momento in cui questo rapporto viene redatto, ha sospeso la sentenza del Tribunale Amministrativo in attesa di pronunciarsi in via definitiva.

[11]. Il Piano Nomadi che interessa la città di Roma è stato presentato dal prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, in qualità di commissario straordinario per l’emergenza nomadi nel Lazio e dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il 31 luglio 2009 presso il «villaggio attrezzato» di via di Salone18. Il ministero dell’Interno ha messo a disposizione la somma di 19,5 milioni di euro per la realizzazione del Piano19. Secondo il documento, questa è la situazione delle comunità di rom e sinti a Roma: presenza di oltre 80 insediamenti abusivi, di 14 campi tollerati e di 7 «villaggi autorizzati»; 2200 persone stimate negli insediamenti informali, 2736 in quelli «tollerati» e 2241 nei «villaggi attrezzati». Le persone appartenenti alle comunità rom e sinte sarebbero 7.177 negli oltre 100 insediamenti presenti nel territorio comunale. Il Piano prevede un totale di 13 «villaggi autorizzati» (nuovo villaggio A, nuovo villaggio B, Salone, Gordiani, Camping River, Candoni, Castel Romano, Cesarina, Lombroso, Ortolani, Salviati, La Barbuta, Struttura di transito) con la possibilità di accogliere un massimo di 6000 rom e sinti. Il documento sembra quindi indicare un limite alle presenze. Il Piano ha previsto entro giugno 2010 la chiusura definitiva di tre campi: Casilino 900, Tor de Cenci, La Martora, considerati abusivi. A settembre 2010 soltanto i campi di Casilino 900 e solo parzialmente La Martora risultano essere stati sgomberati.

[12]. Gli altri interventi previsti dal Piano Nomadi sono: la chiusura degli insediamenti abusivi; la ristrutturazione di cinque «villaggi autorizzati» (Salone, Gordiani, Camping River, Candoni, Castel Romano) che accoglieranno parte delle persone sgomberate dai campi che verranno chiusi; la ricollocazione di chi ha diritto a rimanere nei campi; il completamento del censimento e la consegna delle tessere DAST (Documento di autorizzazione allo stazionamento temporaneo); la realizzazione di presidi di vigilanza h24 e impianti di video-sorveglianza. Il Piano indica quindi la realizzazione di 3 nuovi insediamenti in aree che verranno scelte dal prefetto-commissario; la struttura di transito ospiterà 600 persone, 400 stabili e 200 persone a rotazione per «l’accoglienza dei nuclei in attesa di collocazione».

[13]. Dal mese di novembre 2009 le autorità amministrative del Comune di Roma, in accordo con il prefetto-commissario, hanno avviato le procedure sia per il rilascio della tessera DAST (Documento Autorizzativo per lo Stazionamento Temporaneo) – necessaria agli abitanti per poter risiedere negli insediamenti autorizzati – sia per la richiesta di protezione internazionale da parte dei rom presenti nei campi Salone e Casilino 900, necessaria per regolarizzare la loro posizione giuridica al fine di rilasciare – sussistendone i presupposti – il permesso di soggiorno per motivi umanitari. I rilievi dattisloscopici e fotografici sono stati utilizzati in entrambe le procedure e hanno riguardato tutti gli abitanti dei due campi, non solo gli apolidi di fatto, ma anche coloro che erano già in possesso di un documento di identificazione e i rom cittadini italiani.

[14]. Durante l’intervista raccolta da un ricercatore dell’Associazione 21 luglio, un funzionario della polizia municipale presente nel corso delle fasi di sgombero del Casilino 900 ha affermato che la procedura di fotosegnalamento e raccolta di impronte digitali è stata richiesta dal prefetto di Roma per verificare la possibilità dell’assegnazione di un alloggio in uno dei campi attrezzati. La stessa persona intervistata ha poi precisato: «Il fotosegnalamento e raccolta impronte va fatto a tutti, anche ai cittadini italiani. La procedura del fotosegnalamento decisa dal prefetto non deve rispettare il codice di procedura penale; [il prefetto] agisce per motivi di ordine pubblico in deroga come commissario delegato»20.

[15]. Le operazioni di sgombero e trasferimento degli abitanti del Casilino 900 sono iniziate il 19 gennaio 2010 e si sono concluse il 15 febbraio 2010. I rom (618 persone tra cui 273 minori) sono stati spostati con automezzi propri o della Croce Rossa, in 4 campi autorizzati: Salone (circa 200 persone), Candoni (96), Camping River (173), Gordiani (40) e in un centro di accoglienza del Comune di Roma in via Amarilli (64)21. Altri rom hanno preferito soluzioni autonome trovando ospitalità presso parenti in diversi insediamenti.

[16]. L’11 marzo 2010, l’organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani, Amnesty International, ha presentato un rapporto dal titolo La risposta sbagliata, in cui viene analizzato criticamente il contenuto del Piano Nomadi. Secondo Amnesty International il Piano viola il diritto all’alloggio dei rom perché prevede sgomberi forzati, la distruzione degli insediamenti e il trasferimento delle persone in «appena 13 campi situati nella periferia romana. […] Invece di offrire ai rom l’accesso a un alloggio adeguato, le autorità li stanno allontanando trasferendoli in campi lontani. Questo aumenta ulteriormente gli ostacoli e la discriminazione cui i rom vanno incontro nella ricerca di un lavoro regolare che consentirebbe loro di accedere al mercato immobiliare privato. […] Il piano è chiamato “Piano Nomadi”. Ma la maggior parte dei rom che saranno toccati non è affatto nomade. Etichettandoli e trattandoli come nomadi, chi ha ideato il piano sta perpetuando gli stessi problemi che sostiene di affrontare. […] Amnesty International ritiene che, nella sua formulazione attuale, il “Piano nomadi” non rispetti gli obblighi dell’Italia di garantire che non vi sia discriminazione nei confronti di gruppi specifici né segregazione in materia di alloggio». 22

[17]. Nel maggio 2010 è stato ufficialmente costituito il “Gruppo di coordinamento e garanzia del Piano Nomadi”. Le undici associazioni che lo compongono (Acli di Roma, Arciconfraternita del SS. Sacramento e San Trifone, Camminare insieme, Caritas diocesana di Roma, Centro Astalli, Centro socio educativo interculturale San Giovanni Bosco, Compagnia delle Opere di Roma, Comunità della Riconciliazione, Gruppi del volontariato vincenziano, Gruppo Ercolini di Don Orione, Istituto di medicina solidale onlus) hanno il compito di «affiancare i rappresentanti delle popolazioni nomadi e di valutare di volta in volta, eventuali implementazioni degli interventi di inclusione sociale, fungendo da “mediatore sociale” tra amministrazione capitolina e popolazione nomade»23. Il 27 agosto 2010 Najo Adzovic, uno dei portavoce del Casilino 900 durante le fasi dello sgombero, è stato nominato “delegato del sindaco di Roma Gianni Alemanno ai rapporti con la comunità rom”24.

[18]. Il 21 luglio 2010, 7 famiglie di rom bosniaci (circa 50 persone di cui 30 bambini) sono stati trasferiti dal campo di via La Martora a quello di via di Salone25. Nel momento della stesura di questo rapporto lo sgombero del campo di via La Martora non è stato ancora completato.

[19]. Il 4 settembre 2010 a Roma il “Coordinamento nazionale anti-discriminazione” ha organizzato una manifestazione di protesta contro la politica francese nei confronti dei rom e contro il Piano Nomadi del Comune di Roma26.

2 STORIA E COMPOSIZIONE DEL «VILLAGGIO ATTREZZATO» DI VIA DI SALONE27

[20]. Nell’agosto del 199928 alcuni nuclei familiari sgomberati da un insediamento nei pressi di via dell’Acqua Vergine sono stati trasferiti su un terreno privato di circa 2,5 ettari, nella periferia orientale di Roma, nello stesso luogo dove oggi si trova il «villaggio» di via di Salone29. Il campo non era attrezzato e le famiglie rom abitavano in roulotte di loro proprietà o in quelle fornite dal Comune di Roma. Nel 2002 un giovane rom di 16 anni abitante del campo è morto raggiunto da un proiettile esploso da un carabiniere30. Nel gennaio 2006, poco prima che il campo venisse attrezzato, un incendio è divampato tra le baracche all’interno dell’insediamento non provocando vittime31.

[21]. Nel 2006 il terreno è stato acquistato dal Comune di Roma che ha provveduto ai lavori di urbanizzazione per la realizzazione di un «villaggio attrezzato» per una ricettività di 600-650 persone. Il nuovo «villaggio», inaugurato nel giugno 2006, aveva inizialmente al suo interno 138 moduli abitativi, 5 container di servizio, un’area adibita ad attività sportive, 3 aree comuni per la socializzazione e il presidio socio-sanitario. I primi ospiti accolti erano circa 600 rom provenienti da Bosnia, Serbia, Montenegro e Romania. Lo spazio è stato circondato da una recinzione metallica e provvisto di un sistema di video-sorveglianza con l’installazione di circa 30 videocamere lungo tutto il perimetro dell’insediamento con il controllo degli ingressi.

[22]. L’amministrazione comunale ha predisposto un servizio di guardiania H24 e un presidio sociale curati da due organizzazioni del terzo settore, una delle quali gestiva un progetto di scolarizzazione e di intervento socio-sanitario.

[23]. Nei pressi del cancello d’ingresso sono stati sistemati i moduli per la guardiania, il presidio sociale e l’ambulatorio medico. È stato inoltre previsto un modulo-asilo per l’accoglienza dei bambini abitanti nel campo fino ai tre anni con annesso spazio-giochi attrezzato. Accanto a questa struttura è stato realizzato un piccolo campo per attività sportive. Erano presenti tre aree dedicate alla socialità e alla vita in comune degli abitanti. L’insediamento è stato inoltre dotato di presidi antincendio comprensivi di punti di erogazione d’acqua deputati esclusivamente alle situazioni di emergenza.

[24]. Da quando il campo è stato attrezzato e fino al 2008, secondo le informazioni raccolte dall’Associazione 21 luglio, e tenendo conto del numero degli abitanti presenti in quel periodo, la viabilità di accesso all’area, i presidi antincendio, le vie di esodo erano compatibili con le norme in materia di gestione delle emergenze e del pericolo incendi. Dal 2008, al servizio di guardiania gestito da un’associazione del terzo settore, si è aggiunto quello di sorveglianza svolto da due società di vigilanza privata. Il personale armato si divide i compiti di sorveglianza, tramite i monitor collegati alle videocamere, e di controllo interno al campo con l’utilizzo della macchina di servizio.

[25]. Secondo quanto affermato dal rappresentante di un’associazione che gestisce un progetto all’interno dell’insediamento32, tra il 2006 e il 2008 era in vigore un regolamento sottoscritto dagli abitanti del campo, dalla polizia municipale e dalle associazioni. Inoltre, durante lo stesso periodo, era stato creato un “Comitato di gestione” di cui facevano parte anche due rappresentanti di ognuna delle comunità presenti nell’insediamento. Questa partecipazione diretta ha comportato il raggiungimento di alcuni risultati, giudicati positivamente dai rappresentanti delle associazioni: mantenimento di buone condizioni strutturali del campo, partecipazione attiva delle donne alla vita sociale, buone condizioni di vita dei minori presenti all’interno del «villaggio»33.

[26]. Dal 2006 al momento della stesura di questo rapporto il campo ha, tuttavia, visto aumentare in modo significativo il numero dei propri ospiti provenienti da altri insediamenti sgomberati. Nel 2008 gli ospiti accolti risultavano essere circa 700 – inclusi 210 minori in età scolare, tutti iscritti alla scuola dell’obbligo con una frequenza che raggiungeva circa il 96% degli alunni34. Nel novembre del 2009 sono state trasferite a via di Salone 10 famiglie provenienti dall’insediamento di via Dameta; nel febbraio 2010 circa 200 persone provenienti dal campo Casilino 900; nel luglio 2010 circa 50 persone (7 famiglie) sgomberate dal campo di via La Martora. A causa di questi trasferimenti i tre spazi dove si svolgevano le attività di socializzazione sono stati occupati dalle case-container messe a disposizione dei nuovi arrivati. In precedenza questi spazi venivano usati dalle associazioni e dai rom per l’organizzazione di feste: il Giurgevdan, il Natale e la celebrazione della giornata per i Diritti dell’Infanzia del 20 novembre. Al momento della stesura del rapporto gli abitanti risultano essere 97835, a cui bisogna aggiungere una stima del 10% in più di abitanti formalmente non autorizzati. Si arriva così a un numero di presenze pari a circa 1076 abitanti distribuiti in 198 case-container36.

[27]. Gli osservatori privilegiati intervistati hanno sottolineato come l’aumento della popolazione del campo e il progressivo degrado delle condizioni strutturali dell’insediamento stiano comportando seri problemi relativi alla situazione igienico-sanitaria e alla sicurezza degli abitanti: aumento di materiale da discarica non smaltito presente nei pressi dell’entrata del campo; apertura incontrollata di varchi nella recinzione; presenza di numerosi cani randagi; continue risse tra rom appartenenti alle diverse comunità; aumento di comportamenti devianti e criminalità (prostituzione, spaccio di droga). Inoltre, se prima dell’aumento progressivo degli abitanti, le famiglie pagavano un contributo compreso tra il 20 e il 30% del costo delle utenze (la parte rimanente veniva versata dal Comune di Roma), al momento dello svolgimento di questa ricerca il pagamento è stato sospeso per tutti gli abitanti. L’amministrazione comunale, infatti, ha concesso ai nuovi arrivati l’utilizzo gratuito delle utenze e, per evitare di creare disparità di trattamento e possibili dissidi tra nuovi e vecchi abitanti, ha disposto per tutti la sospensione del pagamento.

[28]. Durante lo svolgimento della ricerca, era in corso nel campo di via di Salone il rilascio da parte degli uffici comunali della tessera DAST, accompagnata da un documento denominato Atto di impegno e di una copia del Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati. I documenti sono stati ritirati da coloro i quali, secondo l’Ente attuatore37, avevano i requisiti necessari per ottenere l’autorizzazione alla permanenza all’interno del «villaggio attrezzato».

[29]. Ogni abitante, contestualmente all’ottenimento del DAST, ha dovuto firmare un documento con cui si è impegnato – «per se stesso e per i propri figli minori a carico» a «fronte del rilascio dell’Autorizzazione allo Stazionamento Temporaneo nel villaggio attrezzato di Salone per tutta la durata dello stazionamento»38 – a: «farsi carico degli oneri di sua spettanza quali il canone mensile stabilito per l’utilizzo della piazzola e dei servizi del campo, le utenze per i consumi familiari e l’importo della tassa rifiuti; effettuare la piccola manutenzione della piazzola assegnata comprensiva delle eventuali strutture connesse e di rispettare e mantenere efficienti le strutture comuni; assicurare costantemente l’assolvimento dell’obbligo scolastico per i minori in età scolare, oltre la regolare frequenza di corsi di formazione professionale, attività di studio o di occupazione lavorativa, per i minori non più soggetti agli obblighi scolastici; frequentare le attività di integrazione sociale previste dal locale Presidio Socio Educativo; collaborare alle attività di controllo del locale Presidio di Vigilanza; rispettare tutti gli obblighi previsti dal Disciplinare sul funzionamento dei Villaggi Attrezzati nel Comune di Roma39 […]». Il Disciplinare è stato emanato dal Comune di Roma nel gennaio 2010 e «stabilisce, per le comunità nomadi presenti nel Comune di Roma le modalità di permanenza temporanea nei Villaggi Attrezzati […]». Il documento indica i criteri generali di gestione demandando «l’attività di controllo e vigilanza […] e la generale responsabilità della sicurezza del villaggio» a un «presidio di vigilanza» (composto da forze di polizia municipale oppure da «soggetti selezionati della vigilanza privata») che deve svolgere i seguenti compiti: «Assicurare il controllo sul rispetto delle norme del presente Regolamento in rapporto con il Gruppo di polizia municipale competente per il territorio; tenere aggiornato il registro delle presenze e verificare che le persone alloggiate siano autorizzate e munite di documento idoneo ad attestarne l’identità secondo le norme vigenti; provvedere, previa identificazione, ad annotare in un altro Registro le generalità delle persone che occasionalmente chiedono di accedere all’area di stazionamento indicando il nucleo familiare di riferimento, dopo averne verificato il consenso; accertare, attraverso il coordinatore, le violazioni alle norme dettate dal presente regolamento, comunicandolo al Dipartimento delle Politiche Sociali per gli eventuali provvedimenti». Il Disciplinare tra i criteri di gestione indica le attività sociali ed educative, promuove «l’elezione di un Comitato di Rappresentanza del Villaggio»40 e istituisce un Comitato Consultivo presieduto dall’assessore ai Servizi Sociali; stabilisce inoltre le regole di comportamento di «ciascun assegnatario»: «effettuare la piccola manutenzione della propria piazzola e delle strutture connesse; rispettare e mantenere efficienti le strutture e gli impianti comuni; provvedere al pagamento dei servizi forniti dall’Amministrazione; tenere pulita la piazzola assegnata collocando i rifiuti negli appositi contenitori; posizionare correttamente, all’interno degli spazi concessi, la roulotte o altro modulo abitativo; non creare intralcio o pericolo al transito di persone o veicoli nelle zone di libero passaggio; assicurare la frequenza dei minori a carico alla scuola dell’obbligo». Il documento elenca anche una serie di divieti: «Manomettere gli impianti idrici, elettrici, antincendio, nonché qualsiasi altra struttura a servizio dell’area; utilizzare le strutture o parti di esse per scopi che non siano quelli autorizzati; accedere, parcheggiare o semplicemente transitare con qualsiasi veicolo o motoveicolo all’interno del villaggio attrezzato, senza specifica autorizzazione del locale Presidio di Vigilanza; favorire l’ingresso nel villaggio anche se solo per visite, da parte di soggetti privi dei requisiti soggettivi di natura legale previsti per il rilascio del titolo autorizzativo […]; ospitare e far dimorare persone non registrate e comunque non autorizzate; occupare spazi al di fuori della recinzione; arrecare disturbo al vicinato a mezzo di apparati radiotelevisivi o similari; accendere fuochi negli spazi comuni, ad eccezione di attrezzature idonee, tipo barbecue, a distanza di sicurezza dalle strutture abitative e dai servizi; detenere animali in violazione delle norme vigenti in materia, nonché realizzare recinti per il ricovero degli stessi»41.

3 LE CONDIZIONI STRUTTURALI DEL «VILLAGGIO ATTREZZATO» DI VIA DI SALONE

3.1 RIFERIMENTI NORMATIVI PER LA REALIZZAZIONE DELL’INSEDIAMENTO

[30]. Il campo, di forma trapezoidale, presenta un unico cancello di accesso, presidiato h24 da personale di vigilanza, e un corridoio centrale per la sola viabilità interna dei mezzi di servizio e di soccorso. Sui lati della strada sono disposti 198 moduli abitativi, costituiti da prefabbricati posizionati su cavalletti metallici. Tutta l’area risulta munita di recinzione metallica con altezza non inferiore a 2,5 metri, munita di circa 30 videocamere per la sorveglianza. Ciascuna unità abitativa è fornita di allaccio elettrico, idrico e pozzetto di scarico delle acque nere. Per le esigenze di cottura dei cibi si è constatata la presenza presso le singole unità abitative di una bombola di gas GPL esterna di 12 kg ed in alcuni casi anche di bracieri esterni. Lungo la strada interna sono collocate 6 colonne idranti che risultano prive di manichetta e lancia antincendio. Una colonna idrante è risultata priva di saracinesca di intercettazione e pertanto, non fuoriuscendo acqua, si presume che la rete stessa sia priva di alimentazione idrica o comunque l’alimentazione idrica è chiusa. Non sono stati rilevati estintori distribuiti all’interno dell’area. Non è stata rilevata la presenza di alcun tipo di segnaletica riguardo ai presidi antincendio all’interno del campo.

[31]. In assenza di una legge specifica, l’amministrazione comunale di Roma utilizza come riferimento per la realizzazione dei «villaggi attrezzati» la seguente normativa42: Regolamento regionale, 24 ottobre 2008, n. 17, Disciplina delle strutture ricettive alberghiere43; Regolamento regionale, 24 ottobre 2008, n. 18, Disciplina delle strutture ricettive all’aria aperta44; Regolamento d’igiene del Comune di Roma, 12 novembre 193245 .

[32]. In base alle rilevazioni del personale tecnico dell’Associazione 21 luglio, la superficie totale dell’insediamento al netto dell’area antistante e della strada di servizio è di 23000 mq46. Il Regolamento regionale n. 18 stabilisce che le strutture (campeggi e «villaggi attrezzati» per la sosta temporanea) possono offrire una capacità ricettiva per un numero non superiore a 250 ospiti per ogni ettaro. Gli abitanti dovrebbero quindi essere al massimo 575, mentre secondo una stima basata sui rilevamenti effettuati dall’Associazione 21 luglio, al momento dello svolgimento della ricerca, gli abitanti del campo di via di Salone erano 1076 ovvero 501 persone in più, quasi il doppio della capacità di accoglienza stabilita dalle norme.

[33]. Per quanto riguarda la superficie delle abitazioni, lo stesso Regolamento prevede, con l’art. 5, che: i) le unità abitative denominate bungalow abbiano una superficie interna utile compresa fra 20 e 40 mq; ii) la piazzola attrezzata, dotata di reti tecnologiche per le utenze idriche, elettriche e fognarie, abbia una superficie minima non inferiore a 50 mq; iii) l’“equipaggio” sia un «gruppo costituito da un numero massimo di quattro persone che utilizzano e soggiornano in una singola piazzola»47. Da notare che, secondo l’art. 40 del Regolamento Edilizio del Comune di Roma48, la dimensione minima di un’abitazione per quattro persone deve essere di almeno 56 mq.

[34]. L’ambiguità sottesa alla possibilità di far riferimento ai diversi termini, bungalow o abitazione, contenuti nelle due norme, viene meno se si nota che il Regolamento regionale del 24 ottobre 2008 n. 18, chiarisce all’art. 2 che le strutture «ricettive all’aria aperta» sono adibite alla «sosta e soggiorno di turisti». I container presenti nell’insediamento di via di Salone sono invece da considerarsi maggiormente come abitazioni (che devono quindi essere di almeno 56 mq per 4 abitanti) in cui risiedere per un tempo lungo (ed evidentemente non da turisti) se si tiene conto del fatto che il Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio prevede la residenza nei campi attrezzati per almeno due anni, prorogabili49.

[35]. In base a queste norme le attuali 1076 persone presenti nel campo di via di Salone dovrebbero abitare in 269 container da 4 persone grandi almeno 56 mq ciascuno. Nel campo, invece, le abitazioni sono 198 con una superficie media di 24,80 quindi notevolmente inferiore a quella indicata dalla legislazione e dove risiedono in media più di 4 persone.

[36]. Il Regolamento regionale del 24 ottobre 2008 n. 18, inoltre, stabilisce che almeno il 30% della superficie della struttura ricettiva deve essere destinato a verde sportivo e naturalistico. Per quanto riguarda il campo di via di Salone la superficie destinata a questo scopo dovrebbe essere di 6900 mq di cui 1725 mq quella per le aree alberate e ombreggiate. Di fatto le aree a verde sportivo consistono in due spazi di circa 300 mq ciascuno, uno attrezzato con alcuni giochi per bambini e l’altro adibito a campo di calcio. Le aree alberate e ombreggiate consistono in 25 piccoli alberi per una superficie ombreggiata complessiva di circa 180 mq.

[37]. Durante le visite nel «villaggio attrezzato», compiute dai ricercatori dell’Associazione 21 luglio, è stata registrata una notevole difformità dai parametri edilizi e igienico-sanitari e una totale assenza delle disposizioni vigenti per il superamento delle barriere architettoniche50.

3.2 CARENZE STRUTTURALI E CONDIZIONI DI VITA

[38]. Le condizioni strutturali dell’insediamento sono apparse in cattivo stato. Nel corso dei numerosi sopralluoghi l’impianto fognario era costantemente inutilizzabile per circa la metà degli abitanti e i rom (coloro che erano in grado di farlo) si adoperavano per tentare di sbloccarlo lamentandosi per la pericolosa situazione igienico-sanitaria anche dovuta alla presenza, nei pressi dell’entrata del campo, di una grande quantità di immondizia non smaltita:

[39]. «Qui il problema sono le fogne, si otturano e non possiamo stare vicino e poi così possono portare anche le malattie»51.

[40]. «Spesso non funziona la fogna e non possiamo stare con la puzza che si sente. Noi dobbiamo ogni volta sbloccare le fogne che si otturano»52.

[41]. «Ci sono sempre le fogne rotte come ora, e non le aggiustano mai»53.

[42]. «Le fogne puzzano davanti casa mia; quando sto fuori non posso rimanere, mi dà fastidio»54.

[43]. «Ora [il campo] però sta peggiorando con le nuove persone. Non c’è più spazio per l’immondizia fuori, è tutto pieno»55.

[44]. «L’acqua a volte non c’è o scorre pochissimo. Spesso si bloccano le fogne. Noi lo abbiamo detto e ci hanno comunicato che ognuno di noi deve agire per conto proprio, che è colpa nostra se si bloccano, ma non è vero. Il campo è abbandonato, non è gestito da nessuno. Prendono solo i soldi, come per i vigilanti. Potrebbero darci un campo attrezzato per noi del Casilino. Qui non è attrezzato, c’è solo la rete intorno»56.

[45]. «Qui c’è un problema con le fogne. Si bloccano e qui si sente sempre puzza. Sono sempre rotte. Non si può stare così!»57.

[46]. «Con questo caldo le fogne otturate puzzano tutto il giorno. Non possiamo stare neanche fuori. Dentro è piccolo e fuori con le fogne rotte […]. Non sappiamo dove andare così!»58.

[47]. Altre problematiche riguardano il peggioramento delle condizioni di vita dopo l’arrivo di altri ospiti che, secondo le persone intervistate, hanno portato a una maggiore difficoltà nei rapporti tra le diverse comunità59, a un aumento della criminalità e alla riduzione dello spazio all’interno del campo. D’altra parte, i nuovi arrivati spesso rimpiangono alcune caratteristiche del campo Casilino 900 da cui sono stati trasferiti:

[48]. «Tutto il campo non ha uno spazio giusto, non ci sono gli spazi dove stare insieme, anche per i bambini. Poi qui dentro ci sono tante razze: montenegrini, bosniaci, rumeni; tutte le razze. Questo è un problema perché non siamo mai andati d’accordo con loro. Non siamo cresciuti con loro, non li conosciamo, non conosciamo il loro carattere. Poi si picchiano, fanno di tutto»60.

[49]. «Qui alcune persone mettono la musica ad alto volume tutto il giorno e tutta la notte. Siamo gente diversa troppo mischiata e spesso ci sono delle risse. Qui c’è anche la prostituzione anche di ragazze giovani, soprattutto dei rumeni. Lo fanno sia per gli abitanti del campo sia per quelli fuori. Per loro [i rumeni] è normale, ma per noi [rom dalla ex-Jugoslavia] non è possibile, non lo ammettiamo. Non possiamo accettare la prostituzione o i giovani che usano droga, che fumano, come succede qui»61.

[50]. «Al campo c’è troppa musica, sempre e troppo alta. Le persone litigano sempre e fanno risse violente. È pericoloso e mio figlio che sta male non può vedere quelle scene, piange e urla»62.

[51]. «Nel campo Salone lo spazio è troppo piccolo, non mi piace stare in questo campo. Al Casilino era diverso, lì c’era tutta la mia gente che conoscevo. Se mettevo l’acqua davanti nessuno mi diceva niente. Anche se mettevamo una piscina [gonfiabile] per i bambini, nessuno diceva niente. Se la mettiamo qui, la gente dice che la dobbiamo togliere, e non si sa nemmeno dove metterla»63.

[52]. «Al Casilino c’era anche tanto verde davanti la baracca, qua non c’è niente. Poi c’era lo spazio per giocare per i bambini, per fare una festa. C’era lo spazio per fare la vita in comune, per fare il fuoco. Al campo Salone non c’è spazio per la vita in comune, per giocare»64.

[53]. «Adesso hanno portato le persone da Casilino e Martora. Aumentano sempre di più le persone e diminuisce lo spazio. Siamo come in un lager, tutti appiccicati. Io chiedo al Comune di migliorare la vita qui, non per me, ma per i bambini. Da quando sono arrivate le persone dagli altri campi si litiga di più perché loro sono troppo stretti. Molte volte litigano fra loro, perché i bambini litigano perché non ci sono spazi per loro qui. Ora qui sta peggiorando con le nuove persone. […] Non c’è più spazio per mettere le cose dopo la raccolta nei cassoni, oppure nelle cantine da vendere ai mercatini»65.

[54]. «Qui al campo c’è troppa musica. Le persone ascoltano la musica fino alle 2 o alle 3 di notte, come possiamo dormire? I maestri mi hanno detto che i miei figli dormivano a scuola perché non possono mai dormire con tutta questa musica al campo»66.

[55]. «Qui si sta riempiendo di persone diverse. Stanno anche portando gente dal campo della Martora. Sta diventando una bomba qui dentro, ci sono sempre risse, litigano sempre qui. Io ero una portavoce del Casilino, ora non rappresento più nessuno e sono delusa: il prefetto mi aveva detto che dopo 5 mesi al campo Salone ci avrebbero dato un campo nostro dentro al raccordo anulare, un campo attrezzato ma non si è visto nulla di questo. Anzi stanno portando altra gente qui dai campi sgomberati. Le autorità ci avevano promesso che avremmo avuto un box per mettere le cose da vendere al mercato, ma non c’è niente qui e hanno chiuso il mercato. Ci avevano anche detto che avremmo avuto un sussidio per coprire le spese iniziali per venire a Salone, ma non ci hanno dato niente. Qui io non posso lasciare niente fuori dal container: le persone passano e si prendono le mie cose, devo sempre stare attenta. […] Qui ci sono tutti gruppi diversi e io ho paura, c’è droga, prostituzione, delinquenza. […] Le autorità avevano detto: ‘Noi non vi abbandoneremo’; e invece ci hanno abbandonato. Fanno soluzioni solo temporanee per i voti e per fare girare i soldi. Noi invece da qui, non possiamo più fare il mercato. Non possiamo raccogliere, non abbiamo un posto dove mettere le cose. Non abbiamo soldi senza mercato. Ci hanno messo dentro una situazione criminale. Qui c’è alcol, droga, prostituzione»67.

[56]. «In questo campo ci sono troppo litigi. Le altre persone ascoltano sempre la musica per tutta la notte e ci sono persone che sono malate, che stanno male e non possono sentire la musica così forte. […] Io vorrei tornare in Jugoslavia ma non ho i soldi per andare lì e non ho più nessuno che posso andare a trovare. È un peccato questo, vorrei vedere i posti di quando ero bambina»68.

[57]. Alcune persone intervistate hanno sottolineato il carattere costrittivo della loro permanenza nel campo. Questa non è vissuta come una libera scelta, ma come una condizione determinata dalla mancanza di una alternativa, per alcuni dovuta all’impossibilità di ottenere documenti regolari, pur essendo nati in Italia69.

[58]. «Sono venuta in Italia quando avevo 2 anni e ho abitato per 18 anni al Casilino […]. Era un ricatto: ‘O andate nei campi attrezzati che vi diciamo noi, oppure andate per strada’. Io sono venuta in questo campo per la mia famiglia, per la scuola dei miei figli. Io voglio una vita diversa per loro senza rubare e senza chiedere l’elemosina. Io sono venuta in questo campo per loro, perché era il più vicino alla loro scuola»70.

[59]. «Io vorrei la cittadinanza. Con la cittadinanza io posso uscire normalmente dal campo e potrei vivere nelle case normali. Io ho paura di uscire ed essere fermato e portato al CIE [Centro Identificazione ed Espulsione]. Vivere qui è come vivere in gabbia. In Italia c’è più razzismo che negli altri paesi europei: in Spagna i rom vivono nelle case e tutti quelli nati lì hanno la cittadinanza. I nostri figli sono nati qui ma non sono italiani. È questo il problema: non hanno diritti. Vivere qui è come vivere in gabbia. Ora aspetto il permesso di soggiorno così posso essere più regolare. […] Con un pezzo di carta la mia vita cambia molto. Noi speriamo con questo permesso di soggiorno [permesso per motivi umanitari] di avere un lavoro»71.

[60]. «Quello che ci serve è la cittadinanza. Non vogliamo essere fermati senza documenti. Siamo nati in Italia ma non siamo regolari. Siamo costretti a vivere in questo campo perché non abbiamo documenti»72.

[61]. «Noi vogliamo avere i documenti in regola. Servirebbe la cittadinanza, io sono nato in Italia. Se esco dal campo ho paura che la polizia mi ferma, per questo vivo qui a Salone. Se riesco ad avere i documenti con il permesso di soggiorno io vado via da qui»73.

[62]. «Io non avevo scelta o per strada o qui. Non c’è scelta. Adesso aspetto il permesso di soggiorno e poi provo ad affittare un appartamento. Voglio stare con i miei figli tranquillo. Ma se non hai il permesso di soggiorno cosa fai? Non puoi fare niente. Non posso affittarmi la casa se non ho i documenti in regola»74.

[63]. «Io se potessi scegliere vorrei vivere al Casilino. Vorrei che lo aggiustassero, che ci mettono l’acqua e la corrente e che ci mettono le case, anche container, però un po’ più grandi, però al Casilino. Vorrei che il Casilino fosse attrezzato»75.

[64]. «Qui è come un campo di concentramento, non c’è il tatuaggio, ma c’è il tesserino per entrare e per uscire. Io mi chiedo se questo campo è a norma. I container saranno fatti secondo la legge? La legge permette di fare stare in questo modo tutta questa gente in uno spazio del genere? Bisogna fare queste cose secondo la legge. Io dico di aiutarci ad avere documenti regolari, e quindi un lavoro e la scuola per i bambini, poi per la casa ci penso io, la voglio poter pagare io»76.

4 LE CASE-CONTAINER

[65]. Le abitazioni presenti nel «villaggio attrezzato» di via di Salone consistono in tre tipologie di case-container di 22,50, 24,30, e 27,60 mq composte da un soggiorno, due camere e un disimpegno/cucina77. Gli abitanti intervistati hanno riferito dei disagi provocati dalla esiguità degli spazi all’interno dei container. Spazi in cui vivono fino a 9 persone e in cui non è possibile svolgere le normali attività quotidiane (dormire, mangiare, studiare, ecc…) soprattutto per quanto riguarda la vita dei minori. Gli abitanti sgomberati dal Casilino 900 hanno sottolineato la differenza tra i container e le case abbattute nell’inverno del 2010, considerate comunque migliori per lo spazio e in generale per le condizioni di vita:

[66]. «Siamo 6 persone in questo container, è troppo stretto qui. In inverno quando piove, dobbiamo stringerci per mangiare tutti insieme nel container dove c’è la cucina. […] Nel container non c’è spazio per tutti. È come abitare sempre fuori. Poi sono caldi in estate e freddi in inverno. […] I miei figli non stanno mai a casa: o vengono in giro con me oppure a scuola, a casa non c’è spazio per giocare e studiare. Ora fa troppo caldo dentro e spesso non dormono»78.

[67]. «Non c’è spazio dentro al container. Con 10 bambini qui come faccio? Non possiamo neanche mettere un tavolino fuori e mangiare. Due dei miei figli dormono per terra. I grandi dormono in un altro container e hanno abbastanza spazio. Ma i piccoli vogliono stare con noi, ma non c’è spazio e dormono nel salottino per terra. Noi avevamo una baracca grande per tutta la famiglia al campo Casilino. È come se ti prendono da casa e ti mettono dentro una roulotte, dentro un campeggio, come stai? Quelle al Casilino erano vere e proprie case. È come se si passa dalla casa al campeggio. Quando una persona va in campeggio, ci sta 10 giorni e poi torni, magari qui ci staremo 5 anni, 6 anni, come si fa? I bambini come la possono prendere? Dentro non c’è spazio per fare niente. Non possono né giocare né studiare. Dormono e poi escono. Anche se c’è freddo stanno sempre fuori. I bambini che vanno a scuola fanno i compiti, qui non riescono. […] C’è solo lo spazio per cucinare, ma mangiamo sempre fuori [nel cortile] anche in inverno, tutta la famiglia insieme; che faccio: mangiare tutti divisi? Loro [i figli più grandi] in quel container e noi qui? Dove si mettono dentro 12 persone a mangiare?»79.

[68]. «Noi abitiamo in 5 qui dentro. I miei figli non riescono a dormire per il caldo in estate e per il freddo in inverno. Non ci sono spazi per giocare qui né in casa né al campo. […] Lo spazio è stretto, non è come prima al Casilino. Dobbiamo stringerci»80.

[69]. «Questa casa non è fatta per essere abitata per tanto tempo. I container sono troppo piccoli, non c’è lo spazio vitale. Non è idonea alla nostra situazione. [Le autorità] ci hanno promesso le case popolari e che saremmo stati qui solo per 4 mesi. E invece qui stiamo da tanto. Io sono andato dal sindaco perché ero anche io uno dei portavoce del campo, ma non ascoltano. Noi vorremmo un’abitazione per pagarla, ma il problema è il lavoro e anche la scuola. Io ho chiesto questo alle autorità e loro hanno fatto delle promesse. Ora io aspetto quello che ci hanno promesso: casa, lavoro ed educazione per i bambini. Sono i diritti scritti nella Costituzione. […] I miei figli se rimangono qui avranno problemi e io non voglio farli crescere così. Dentro casa per i bambini non c’è spazio per fare niente, per giocare, dormire e studiare»81.

[70]. «Noi siamo 8 persone nel container, non c’è spazio per tutti e allora dobbiamo dormire per terra. […] I bambini più grandi studiano a scuola e non possiamo mai mangiare tutti insieme dentro la casa, non c’è spazio per tutti. Per ora mangiamo nel tavolo fuori, ma in inverno non possiamo»82.

[71]. «Qui c’è il container che è bello ma è troppo piccolo. Noi viviamo in 4 qui. […] Ora io dormo nel salotto perché è più grande e mi trovo meglio. Anche mia nonna dorme nel salotto con me e a volte dorme fuori perché si sente più fresca. Al Casilino avevo la mia stanza da sola, era grande, tutta la casa era grande. Per fare i compiti, qualche volta vengono dei ragazzi a scuola che ci fanno il sostegno, qualche volta mi metto in salotto, ma c’è sempre gente. [Prima al Casilino] potevo studiare tranquillamente dentro la mia camera. Avevo un grande spazio e qualche volta ci giocavo con in miei cugini. Ora dentro al container non ho spazio per giocare»83.

[72]. «Al Casilino la casa era grande, era 60 mq ed era divisa in 4 stanze, 2 stanze da letto, la cucina e il salone. […] La bambina non ce la fa a studiare, lo spazio è limitato. Non ha un posto dove mettersi a studiare»84.

[73]. «Noi viviamo a Salone dal 1999. […] Nel container siamo in 4, con mio marito e 2 figlie. Ci sono due stanze, una per le ragazze e una per me e mio marito. Qui così va bene, ma per mio figlio no. Adesso arriva il suo sesto figlio e sono 8 persone in un container, con due stanzette piccole. Loro non stanno bene così. […] Noi in inverno, devo dire la verità, non stiamo bene qui, con questo spazio. Se io voglio fare una cena o un pranzo con mio figlio, una tavolata, noi non possiamo farlo. Dove ci mettiamo seduti? A volte qualcuno mangia in piedi, perché qui un tavolo non c’entra. Invece d’estate mangiamo fuori, mettiamo i tavoli fuori e allora siamo comodi. D’inverno siamo molto stretti»85.

[74]. «Ma come faccio a stare qui? Lo spazio è troppo piccolo, io ho 7 figli e il container è troppo piccolo. Io ho chiesto un altro container, ma non me lo hanno dato. I miei figli studiano nel salotto, metto un tavolo, oppure studiano a scuola. I più piccoli non hanno spazio per stare a casa e giocare. Io avrei bisogno di un altro container. […] Non possiamo mangiare in 9 nel salottino, è troppo piccolo. Ora che è estate mangiamo fuori, ma d’inverno è troppo freddo per stare fuori. In inverno quando è freddo stiamo dentro e mangiamo come capita, tutti stretti»86.

[75]. «La casa non è grande come quella che avevo al Casilino. Io dormo qui fuori, fa troppo caldo dentro. Non posso dormire dentro. […] Mia nipote studia dove capita: dentro o fuori, un posto lo trova. Noi mangiamo sempre fuori, facciamo tutto fuori [nel cortile davanti il container]»87.

[76]. «Siamo 9 dentro a un container! È impossibile vivere così. C’è troppa promiscuità tra i bambini che crescono, tra maschi e femmine e litigano sempre. Alcuni bambini dormono per terra e altri in stanza. […] Quattro dei miei figli dormono per terra. Qui non c’è spazio per giocare o studiare dentro i container. Non possiamo mai mangiare tutti insieme. Mangiamo fuori dal container, dentro non c’è spazio per 9 persone»88.

[77]. «Il container è troppo stretto e siamo in 8 lì dentro. Dobbiamo fare tutto fuori, non possiamo stare dentro. In estate è un forno e in inverno è un frigo perché è tutto di lamiera e plastica. […] Mangiamo sempre fuori, ma d’inverno quando piove e fa freddo non possiamo. Ora sì perché è estate, ma dopo non possiamo mangiare tutti insieme. Dentro il container [i miei bambini] non possono stare, è troppo stretto, stanno fuori nel cortile, ma anche quello non è grande per tutti»89.

[78]. «Noi siamo tanti, siamo 7 e il container è piccolo per tutti. È troppo stretto vivere lì. Ora che è estate è troppo caldo e dentro non possiamo stare. I bambini stanno molto a scuola e studiano lì. Non hanno spazio per giocare dentro e quelli che studiano litigano con i più piccoli. Ora dormono male e alcuni dormono fuori [nel cortile] con noi. D’inverno alcuni dormono per terra. D’estate mangiamo fuori tutti insieme. D’inverno non possiamo stare tutti: è troppo stretto»90.

[79]. La mancanza di spazio impedisce anche lo svolgimento delle feste tradizionali che in condizioni normali prevederebbero l’uccisione e la preparazione rituale di un animale – pecora o maiale – da parte degli appartenenti alle diverse comunità presenti al campo insieme a una grande partecipazione di parenti e amici:

[80]. «Non possiamo fare le feste come vogliamo noi. Non c’è spazio e non possiamo uccidere la pecora come è la nostra tradizione. Lo spazio è fuori [nel cortile davanti il container], ma è troppo stretto»91.

[81]. «Da quando sono venuto qua, non ho mai fatto una festa ancora. Dove la faccio qua? Neanche il Giurgevdan ho fatto qui. Non posso fare il fuoco qua, può prendere fuoco tutto quanto. Tutti i container sono vicini qui. Basta poco e va a fuoco tutto»92.

[82]. «Qui non c’è spazio e il Giurgevdan lo abbiamo festeggiato al lago. Qui non possiamo fare il fuoco, è vietato e non possiamo uccidere gli animali come è la nostra tradizione»93.

[83]. «Qui non possiamo fare nessuna festa nostra, non c’è spazio e non possiamo accendere il fuoco. È la nostra tradizione e la stiamo perdendo per colpa loro. I miei figli perderanno la loro cultura»94.

[84]. «Per le feste è un problema. Non possiamo farle e invitare persone. In inverno non possiamo mangiare fuori, solo in estate»95.

[85]. «Prima, nella baracca di mia madre, e siamo 8 figli con le famiglie, c’entravamo tutti. Adesso nel container non ce la facciamo: quando ci sono 4 o 5 persone dobbiamo uscire fuori e anche fuori è piccolo e tutti non ci stiamo. I container sono appiccicati l’uno all’altro e non c’è lo spazio, non ce la facciamo. Quando questo inverno era venuta mia sorella dalla Spagna non riuscivamo a stare tutti dentro e siamo usciti fuori anche se pioveva siamo stati sotto la tettoia con i bambini e tutto quanto»96.

[86]. «Quando facciamo le feste d’estate possiamo ammazzare la pecora dentro al campo. Dobbiamo chiedere il permesso ai vigilanti, ma lo possiamo fare. Se lo facciamo d’inverno dobbiamo coprire tutto se poi piove con un tendone»97.

[87]. «Qui non c’è spazio. Io volevo fare una festa per ringraziare che mio figlio di 6 mesi è rimasto vivo dopo la rianimazione, ma non c’è lo spazio qui per fare questo»98.

[88]. «Fra una settimana farò l’anniversario dei 6 mesi per la morte di mio fratello. Preparo da mangiare e tutti sono invitati, anche quelli che non conosciamo. Questi anniversari si fanno dopo 7 giorni, poi dopo 6 mesi e dopo un anno e poi basta. Non ci entreremo tutti, alcuni staranno in piedi, altri seduti. Ci dobbiamo arrangiare e accontentare. Gli zingari sempre si devono accontentare, non è come per voi»99.

[89]. «Non possiamo uccidere gli animali qui. Non possiamo fare come le nostre tradizioni, dobbiamo uccidere la pecora fuori. Hanno ucciso le nostre tradizioni»100.

5 IL CAMPO. GLI SPAZI PER I MINORI E LA PRIVACY DELLE FAMIGLIE

[90]. Le tre aree adibite alle attività di socializzazione che si trovavano nel campo di via di Salone ora non esistono più perché totalmente occupate dai container che ospitano le persone trasferite dal Casilino 900 e dall’insediamento di via La Martora. Il «villaggio» è dotato di uno spazio-giochi per bambini e di un piccolo campo sportivo. La maggior parte degli abitanti intervistati ha affermato che nella pratica l’utilizzo di queste aree viene impedito dal personale addetto alla vigilanza – che sembra mostrarsi particolarmente attento al buon mantenimento delle strutture – e dal timore di possibili litigi che potrebbero pericolosamente coinvolgere anche gli adulti:

[91]. «Qui al campo ci sono giochi per i bambini e un campetto di calcio, ma i vigilanti li cacciano quando vanno lì»101.

[92]. «Ogni tanto i bambini andavano a giocare nel campetto di calcio, ma litigano e poi possono esserci risse con le altre razze che sono al campo»102.

[93]. «Al Casilino c’era il parco intorno. Qui dove giocano? Qui non c’è niente. Ci sarebbe un posto dove i bambini piccoli possono giocare, ma la vigilanza non li fa entrare dentro, dicono che sporcano e rompono tutto»103.

[94]. «Quando ho portato i miei figli ai giochi qui al campo i vigilanti non ci hanno fatto entrare. I vigilanti e la polizia municipale non fanno usare il campetto da calcio e i giochi perché dicono che si rompono»104.

[95]. «Qui c’è un piccolo posto con i giochi per i bambini, ma loro non ci vanno; io non li mando a giocare, ho paura che possono litigare con qualcuno, con gli altri bambini e poi noi litighiamo con i genitori»105.

[96]. «Vicino l’entrata del campo ci sono dei giochi per bambini, ma i guardiani non ci fanno entrare. I guardiani ci sgridano e dicono che dobbiamo andare via e uscire dal quel posto. Allora con le persone che hanno portato dal Casilino giochiamo davanti le case dei nostri familiari»106.

[97]. «Prima c’era un tendone qua, uno spazio per tutti. Ma quando sono arrivati quelli dal Casilino, lo hanno tolto. Adesso quindi non c’è uno spazio dove possono giocare i ragazzini. Se poi vanno a parlare all’entrata e dove si gioca a pallone i guardiani li cacciano via. Dove ci sono i giochi per i più piccoli è solo per l’asilo nido»107.

[98]. «I miei figli non hanno spazio qui e litigano con gli altri bambini. Non stanno bene qui»108.

[99]. «I miei figli non girano molto per il campo, hanno paura a giocare con gli altri bambini qui. Loro hanno paura di fare una rissa tremenda»109.

[100]. «I bambini giocano fuori dalle case, come qui fuori. Ma non c’è molto spazio ed è pericoloso. Devono accontentarsi e stare attenti. Al Casilino c’era un parco vicino alle baracche. Anche qui c’è un posto dove portare i bambini a giocare, qui dentro al campo. Ma io non li porto e non li lascio andare, ho paura che succede qualche litigio con altri bambini, che fanno a botte»110.

[101]. «C’è un campo da calcetto qui, ma i guardiani non li lasciano entrare. Non sanno dove stare e dove giocare perché fuori poi c’è troppo sole e si sentono male»111.

[102]. «I bambini piccoli dell’asilo del campo hanno i giochi. Gli altri bambini i vigilanti non li fanno andare lì, dicono che poi rompono tutto. Non si possono usare così»112.

[103]. La conformazione del campo e la vicinanza delle abitazioni tra loro, secondo alcune persone intervistate, non permettono un’adeguata tutela della riservatezza degli abitanti rom:

[104]. «I container sono così vicini che è come vivere tutti insieme, tutti vedono cosa fai. Non c’è il tuo spazio privato»113.

[105]. «Qui non c’è privacy, non si può vivere così senza privacy»114.

[106]. «I container sono tutti troppo ammassati e vicini agli altri»115.

[107]. «Qui siamo tutti ammassati. Quando siamo venuti qui, all’inizio eravamo contenti, ma ora siamo delusi. Non c’è spazio tra un container e l’altro, non c’è privacy»116.

[108]. «È come al grande fratello, non c’è privacy qui»117.

6 IL CAMPO E LA CITTÀ

[109]. L’insediamento di via di Salone si trova in una posizione isolata nell’estrema periferia est di Roma, al di là del raccordo anulare. La distanza dai servizi essenziali, e in particolare dai servizi di trasposto che collegano il campo alla città, è considerevole: la farmacia più vicina dista 4,2 km, l’ospedale più vicino – il Sandro Pertini – 10,6 km, l’ufficio postale è a 2,7 km, il negozio di generi alimentari a 3,1 km; la fermata dell’autobus è a 1,5 km e per raggiungerla è necessario camminare lungo una strada impraticabile perché sprovvista di illuminazione, marciapiede e attraversamenti pedonali. La linea non è utilizzata dai residenti nel campo perché non ritenuta adeguata al raggiungimento dei servizi. Per raggiungere l’altra fermata è necessario percorrere 3 km. Solo nell’aprile del 2010 il funzionamento della stazione dei treni “Salone” lungo la linea ferroviaria regionale – a circa 300 m dal campo – è stata ripristinata dopo una chiusura durata 8 anni per apparenti «motivi di ordine pubblico dovuti al vicino campo nomadi»118. L’avvenimento è stato accompagnato da un episodio di discriminazione diretta: secondo quanto riferito dal sindacato autonomo Fast Ferrovie, la società Trenitalia avrebbe predisposto un modulo prestampato nel quale capotreni e controllori avrebbero dovuto segnalare e contare «eventuali passeggeri di etnia rom» in transito alla stazione di Salone, tra Roma Tiburtina e Avezzano119.

[110]. Secondo quanto osservato dall’Associazione 21 luglio, circa la metà degli abitanti del campo è priva di un mezzo di trasporto autonomo e questo ha favorito all’interno dell’insediamento la pratica della vendita “in nero” di beni di prima necessità (pane, acqua, sigarette, ecc…).

[111]. Gli abitanti del campo, nel corso delle interviste, hanno sottolineato i disagi dovuti alla condizione di isolamento dal resto della città, riportando i problemi più rilevanti – soprattutto per quanto riguarda i bambini – connessi alla distanza e alle modalità di raggiungimento dei servizi essenziali e in generale di quegli spazi del territorio cittadino dove i più giovani possono stabilire le loro relazioni sociali con il resto degli abitanti di Roma:

[112]. «Se vuoi andare verso la città, la fermata dell’autobus è a tre chilometri. Per ogni cosa è tutto difficile e lontano. Se non hai la macchina non puoi muoverti e la macchina costa per averla e mantenerla. […] I miei bambini escono solo per andare a scuola e io non posso sempre portarli al parco sulla Tiburtina. Sono tanto tempo chiusi qui, che dobbiamo fare?»120.

[113]. «Quando eravamo al Casilino i miei figli avevano tutti gli amici italiani intorno, quelli che sono cresciuti insieme a loro. Questi ragazzini venivano sempre da me a casa o i miei figli uscivano con loro. I più grandi adesso vanno spesso a Centocelle da soli. I più piccoli mi chiedono sempre di andare a vedere com’è ora il Casilino, cosa è rimasto lì ora. Qui non conosciamo nessuno a La Rustica e non c’è niente intorno, andiamo sempre verso il Casilino dove ci sono anche i miei amici»121.

[114]. «Qui intorno al campo non c’è niente. È tutto lontano, siamo isolati da tutto. Anche solo andare a fare la spesa diventa difficile. Qui alcune persone vendono pane, acqua; sono come dei negozi di alimentari. Ma è vietato e se vengono scoperti li possono mandare via. Ma fanno come un servizio perché non ci guadagnano tanto e anche per andare a comprare le cose da mangiare ci vuole tempo; tutto è lontano da qui. […] Io ogni tanto porto i miei figli piccoli dove eravamo prima e facciamo dei giri lì, nel quartiere dove abitavamo prima. Qui è troppo difficile, non c’è niente, la città è lontana»122.

[115]. «Quando ero al Casilino io uscivo con i miei parenti e anche con i miei cugini da soli per il quartiere. Ci conoscevano tutti e avevamo amici italiani della nostra scuola. I miei cugini hanno anche le fidanzate che non sono rom e sono le compagne di classe che vivono nel quartiere Centocelle. Qui c’è troppa delinquenza e non c’è integrazione con la città»123.

[116]. «Il campo è isolato e lontano da tutto. Noi, i miei figli, non avremo alcun futuro se non ci integriamo e non interagiamo con gli italiani. E come facciamo così, con questa distanza? Forse vogliono spostare gli zingari sempre più lontani, nelle montagne. Se vuoi un’integrazione devi aiutare le persone ad avere le case. Se metti le persone nei lager, lontano da tutto e tutti che integrazione ci può essere così? Forse arriveranno a metterci al Polo Sud e forse anche i pinguini farebbero le manifestazioni contro di noi. […] Qui intorno non c’è nulla per i bambini. Se posso, io li accompagno al Casilino. Quello è il mio punto di riferimento, il mio posto, dove conosco tutto e tutti. Qui non c’è niente»124.

[117]. «Noi non possiamo muoverci da qui, non abbiamo la macchina e i bambini stanno sempre qui dentro [al campo]»125.

[118]. «Siamo troppo lontani. Io vorrei che ci fosse almeno un negozio di alimentari anche piccolo vicino a Salone. O una fermata degli autobus. Ne hanno già fatta una, ma c’è solo la mattina alle otto e all’una e non puoi andare sempre, quando vuoi. Sarebbe meglio se ci fosse una fermata normale dove passa sempre l’autobus. Invece al Casilino era diverso. Mia nonna mi dava qualche soldo per andare a comprare qualcosa e fare la spesa. Le persone del supermercato mi conoscevano perché andavo sempre. Qualche volta con le mie cugine andavamo in giro a giocare intorno al campo. Qui a Salone non posso fare questo»126.

[119]. «È tutto troppo lontano dal campo. A volte io e mio marito portiamo con noi la mia nipote di 12 anni per farla stare con i cugini fuori dal campo. Poi c’è anche un problema di sicurezza: non ci sono marciapiedi e camminare per strada è anche pericoloso. Il campo non è collegato bene con i mezzi e bisogna avere per forza la macchina»127.

[120]. «La distanza è un grande problema qui. Non ci sono mezzi, allora i ragazzi vanno a piedi fino a La Rustica dove c’è l’autobus. La prima fermata è a 3 chilometri da qui e i ragazzi vanno tutti a piedi. Il campo è troppo distante e i bambini e ragazzi non possono andare in città. Qui siamo lontani da tutto, non sappiamo dove andare. Io se non avessi la macchina non so come potrei fare la spesa, e alcuni qui non hanno la macchina. Se non hai la macchina, puoi morire di fame qui»128.

[121]. «La città è lontana e anche la fermata dell’autobus è lontana. Io ci metto 3 ore a fare la spesa. Ho dei bambini piccoli, come faccio qui? […] I miei figli non possono giocare al campo qui. Io a volte li porto fuori, sulla Casilina, in un grande parco e li faccio giocare e poi torniamo la sera qui»129.

[122]. «Quando ero al Casilino andavo a piedi a fare la spesa. Qui per muovermi devo spendere 10 euro. Mio suocero è morto dopo un mese che è arrivato qui. Lui era attivo, qui si è messo paura e si è bloccato, non faceva più niente. I nostri anziani di solito sono persone attive, ma qui non si possono più muovere da soli, non sono più autonomi. […] Prima andavamo in giro nel quartiere intorno al campo ci conoscevano tutti. C’era integrazione nel quartiere. Ci stavamo integrando, mio figlio aveva gli amici gagè anche la fidanzata gagè. Qui dove possono andare? La città è troppo lontana. Dentro i campi i bambini non avranno mai futuro. La mia preoccupazione è che loro impareranno qui la delinquenza. Ci vuole un inserimento con la casa e il lavoro per mantenere la propria famiglia. Bisognerebbe vivere fuori dai campi e senza associazioni. Dentro al campo, lontano dalla città e con la delinquenza non c’è integrazione. Se un bambino vede che con la delinquenza si guadagna bene perché andare a lavorare? Il campo significa delinquenza e non integrazione»130.

[123]. «Qui viviamo isolati. L’ambulanza ci mette almeno 30 minuti per arrivare quando succede qualcosa. […] La città è lontana, da qui non si può andare facilmente. I bambini sono come rinchiusi qui»131.

[124]. «Qui siamo lontani da tutto, non c’è neanche l’autobus. Qui vicino non ci sono secchi [per l’immondizia] dove andare a raccogliere cose da vendere. Prima al Casilino io andavo in giro e incontravo le persone amiche che mi conoscevano. E loro, anche per amicizia, mi davano qualcosa. Da qui io non posso lavorare. Quelli che hanno la macchina qui possono muoversi e lavorare e pagare la macchina e la benzina. Per loro qui va bene, ma per me no. […] Da qui mia nipote non può andare in città, sta sempre chiusa qui. Qui è come… come si dice… ad Auschwitz»132.

7 SICUREZZA

[125]. Secondo le rilevazioni effettuate dai tecnici dell’Associazione 21 luglio all’interno del «villaggio attrezzato» di via di Salone non sono presenti adeguate misure di sicurezza antincendio. Le colonne idranti per l’erogazione dell’acqua in caso di incendio sono risultate inutilizzabili per la chiusura dell’alimentazione idrica. Inoltre non sono stati rilevati estintori distribuiti all’interno dell’area e non è presente alcun tipo di segnaletica riguardo ai presidi antincendio all’interno del campo. Durante le visite effettuate è stata rilevata la presenza del cancello di accesso all’area largo circa 5 m e di un cancelletto di 1,20 m munito di maniglione antipanico sulla strada laterale interna. La capacità di esodo, sulla base di quanto rilevato e nell’ipotesi che il cancello sia completamente aperto, è di 500 persone. Le criticità riscontrate in merito alla gestione delle emergenze e del pericolo di incendio sono: la presenza di materiale facilmente infiammabile quali masserizie varie accatastate all’esterno delle unità abitative e bombole di gas; la breve distanza tra i moduli abitativi stessi; l’uso di bracieri esterni per la cottura dei cibi che possono creare situazioni estremamente pericolose e di difficile gestione se gli interventi non sono tempestivi e non sono presenti i presidi antincendio richiesti (idranti ed estintori); la presenza di erbe secche nel campo incolto confinante con parte dell’area dell’insediamento che può essere fonte di pericolo in caso si incendio delle stesse, con il rischio di una veloce estensione dell’incendio anche all’area interna.

[126]. La grande maggioranza dei rom intervistati ha riferito di non aver mai partecipato allo svolgimento di attività formative e a esercitazioni antincendio e ha espresso il proprio timore circa la pericolosità, per l’incolumità di tutti gli abitanti, di eventuali roghi nelle abitazioni a causa della estrema vicinanza dei container fra loro e dell’assenza di vie di uscita. La recinzione metallica che circonda il campo presenta numerosi varchi incustoditi che permettono l’ingresso di persone che, secondo il regolamento prefettizio, non dovrebbero essere ammesse. È stata infatti riscontrata la presenza di abitanti (almeno il 10% dei residenti autorizzati) formalmente non in regola con l’assegnazione dei container e che sfugge ai controlli quotidiani. Ciò comporta periodici sgomberi effettuati dalla polizia municipale all’interno dell’insediamento133. Il «villaggio», come già scritto, è sorvegliato h24 da vigilanti privati armati che operano con l’ausilio di circa 30 videocamere collocate lungo tutto il perimetro del campo. Durante le interviste, gli abitanti hanno riportato l’inefficacia di queste azioni di controllo che a qualcuno sono invece apparse inutilmente intimidatorie e pericolose per gli stessi residenti134. Altri elementi problematici sottolineati dalle persone intervistate relativi alla loro sicurezza e soprattutto all’incolumità dei minori, sono stati: la presenza di numerosi cani randagi, la convivenza forzata con altre comunità considerate pericolose e coinvolte in attività illegali, la mancata applicazione del regolamento da parte del personale preposto:

[127]. «Io ho paura degli incendi, del fuoco. I container sono troppo vicini e tutto il campo può prendere fuoco. Ora hanno anche chiuso l’acqua per gli incendi, dicono che noi la usiamo per lavare. Io ho fatto un’esercitazione antincendio due anni fa. Poi ho paura per i miei bambini. Siamo tutta gente di diversa razza qui e ci sono molte risse, la gente litiga. Ora quando sono arrivati quelli nuovi è peggio, quelli del Casilino. […] I vigilanti dicono che sono qui per la nostra sicurezza. Ma quando ci sono le risse non vengono, chiamano i carabinieri. Secondo me le videocamere servono a controllarci, per non fare succedere risse, ma non servono a niente»135.

[128]. «I vigilanti se ne stanno sempre chiusi nel loro container. Si fanno gli affari loro. Anche quando ci sono le risse non intervengono, si fanno gli affari loro perché hanno paura di intervenire e farsi male per noi. È anche pericoloso perché hanno la pistola. E se la perdono? E se qualcuno gliela prende e la usa? Io penso che le telecamere servono a controllare quello che facciamo: se qualcuno uccide un altro almeno così sapranno chi è. Dicono che è per la sicurezza. Registrano la nostra vita. […] Qui è pericoloso per gli incendi. I container, le persone sono tutte troppo vicine. Se succede qualcosa in un container, poi va a fuoco tutto. Le persone non sanno neanche dove scappare: devono scavalcare la rete intorno? Adesso hanno anche chiuso l’acqua di emergenza, perché spesso veniva usata. […] Da quando siamo venuti qui dal Casilino 900 non ci hanno detto cosa dobbiamo fare in caso di incendio e non ci hanno dato un estintore»136.

[129]. «Ci sono sempre risse al campo e c’è prostituzione e droga. Come posso essere sicuro per i miei figli? Poi c’è il pericolo degli incendi, i container sono troppo vicini. […] I vigilanti non servono a niente. Al campo ci sono sempre risse, ma i vigilanti non fanno niente, non intervengono. Qualche giorno fa c’è stata una rissa, ma i vigilanti non sono intervenuti, hanno chiamato i carabinieri. I carabinieri sono venuti dentro al campo con 7 macchine e hanno detto: ‘Fate come vi pare, ma non davanti a noi. Se volete vi potete ammazzare, ma non lo fate davanti a noi’. La vigilanza, le telecamere non servono a niente, solo a fare spendere i soldi al Comune. Avevano pure costruito un capannone per mettere la roba da vendere ai mercatini ma ora è tutto distrutto. Sono soldi sprecati e a che serve la vigilanza? Sono state anche messe delle cassette per la posta, proprio all’entrata del campo, davanti la vigilanza e sono state tutte distrutte. Alcuni abitanti del campo le hanno rotte davanti a loro e non hanno fatto nulla»137.

[130]. «Qui è più pericoloso del Casilino per noi ragazzi. Ci sono sempre persone che litigano, che si picchiano. Io sono una ragazza e ho paura a girare per il campo. Io sto sempre con i miei fratelli a casa e aiuto mia madre. Qui io ho anche paura degli incendi, siamo troppo vicini e oggi hanno detto che chiudono le uscite dei lati»138.

[131]. «Ora le autorità vogliono chiudere tutto il perimetro della rete. Hanno già chiuso tutto altre volte, ma la gente riapre di nuovo altre entrate. Qui non è sicuro per niente. Io ho chiesto al V Dipartimento che ci sia un’uscita di emergenza in caso di incendio, ma mi hanno detto che deve essere tutto chiuso. Io ho paura che ci possa essere un incendio. Ci sono anche tanti cani randagi, ci mordono e abbiamo paura. Io sono preoccupato per i miei figli. Hanno già morso mia figlia, la potevano sbranare. Noi lo abbiamo detto ai vigili e loro hanno detto: ‘Ammazzateli voi i cani’. Io ho l’estintore a casa, ma l’ho dovuto prendere io, per la mia sicurezza. Da quando sono qui, non abbiamo fatto formazione o esercitazioni antincendio. Hanno anche staccato l’acqua di emergenza in caso di incendio. Ho paura delle risse, qui si litiga troppo, io dormo 2 ore ogni notte. Ho paura a lasciare da soli i miei figli qui, non lo faccio mai. I miei figli non hanno futuro qui. […] Siamo pieni di telecamere e ci sono i vigilanti, ma non servono a niente. Qui se succede qualcosa non gliene frega niente a nessuno. I vigilanti non rispettano il regolamento e sono corrotti. La musica è sempre ad alto volume e secondo il regolamento non si potrebbe, ma nessuno viene a fare rispettare il regolamento. I vigilanti dicono: ‘Che ci importa a noi?’»139.

[132]. «Non abbiamo fatto un’esercitazione [antincendio] e non ci è stato dato un estintore. Io non mi sento sicura al campo. Io ho paura per mio figlio e qui non è un posto per lui che è malato. Qui ci sono sempre risse e lui ha paura. Quando vede dei litigi ha una crisi, urla, si morde le mani e piange»140.

[133]. «Noi siamo troppo controllati con le telecamere che sono davanti le nostre case. Io penso che servono [per controllare] che non litighiamo con qualcuno e che non accendiamo il fuoco. I vigilanti controllano che non vengano le macchine dentro al campo e chi entra e chi esce dal campo. Hai visto che hanno messo le cassette per la posta davanti al posto dei guardiani e i bambini li hanno tutte rotte? I guardiani vedono, ma non fanno nulla. […] Io non mi sento sicura al campo. Prima al Casilino quando ero con la mia gente, anche se veniva qualche estraneo c’era la mia gente intorno. Qua mia nonna non mi lascia [andare in giro] perché ci sono i rumeni che fanno casino e non sono tanto sicura»141.

[134]. «Non mi fido a lasciare mia nipote girare da sola […]. Hanno fatto del male a una signora al campo qualche giorno fa. È successo che una signora stava dormendo ed è stata aggredita e picchiata. Parlano di controllo per la sicurezza degli abitanti del campo, ma non è vero nulla, non funziona»142.

[135]. «Io penso che con tutta questa sorveglianza in questo campo i bambini crescono male. I bambini vanno a scuola e poi tornano qui e ci sono quelli che li sorvegliano come se hanno fatto qualcosa di male. Anche per voi cittadini italiani, se voi abitate dentro un palazzo e tuo figlio trova sempre un sorvegliante armato cosa penserebbe? Direbbe: ‘Ma perché quest’uomo sta qui? Cosa abbiamo fatto?’. E così i bambini non crescono bene. Loro si sentono come cittadini perché vanno a scuola con gli altri e parlano bene l’italiano, studiano l’italiano. Ma poi così si sentono diversi dagli altri. […] Ci sono alcuni che fanno impicci qui e la polizia viene qui per vedere chi sono i delinquenti, chi lavora, chi non lavora, chi ospita gente. Questo controllo è giusto per chi ha figli minori. Perché io ho paura che poi anche i figli, diventano delinquenti e certe mamme come me, che ho i figli educati bene, non vogliono che diventano delinquenti. Un’altra paura è quella per gli incendi. È successo tre anni fa. Un container si è incendiato, ma eravamo tante persone e lo abbiamo spento subito. Meno male che non sono bruciati altri container, perché vedi sono troppo attaccati. Siamo tutti troppo attaccati qua e stiamo attenti che non succede niente. È pericoloso qui»143.

[136]. «Non siamo sicuri qui. Io ho paura dei rumeni e degli altri abitanti che non conosciamo. Ho paura per i miei bambini, che qualcuno li prende e fa del male a loro. […] Io non ho capito a che servono la vigilanza e le telecamere. Qui non vengono i vigilanti, viene la polizia a parlarti. E poi i vigili vengono ogni due, tre giorni a controllare. Qualche giorno fa i vigili sono venuti e hanno bussato alla mia porta alle 3 del mattino per entrare senza chiedere il permesso e senza mostrare un ordine scritto. I bambini si sono messi paura e piangevano. I vigili hanno detto che era un controllo dei documenti e poi hanno portato altre persone che abitano qui al campo in Questura. Loro sanno tutto di me, perché mi chiedono ogni volta il permesso di soggiorno?»144.

[137]. «Qui è pericoloso per i bambini. Per la droga, per la prostituzione, per l’aggressività delle persone e per le risse. Io ho paura per la mia famiglia, per la mia bambina di 13 anni, ho paura che la violentino gli altri gruppi di zingari che sono qui. Io non la faccio uscire dal container perché ho paura. Qui c’è violenza: un giorno un uomo ha colpito il mio container con una mazza e i bambini hanno urlato per la paura. Abbiamo paura anche del fuoco qui. Se succede un incendio, da dove scappiamo? Ora stanno chiudendo tutte le entrate nei lati del campo… Da dove scappiamo? Hanno anche chiuso l’acqua di emergenza per spegnere gli incendi. Abbiamo anche paura dei cani randagi, per le malattie e le aggressioni. Ci hanno detto che sarebbero venuti a prenderli, ma non hanno fatto nulla. […] La vigilanza e le telecamere sarebbero giuste per la sicurezza, ma non vengono usate bene. Al campo ci sono sempre risse, ma nessuno interviene. Io ho chiesto perché e mi hanno detto che i vigilanti hanno paura a intervenire. I vigilanti intervengono solo se una macchina usa un’entrata del campo per scaricare la roba da vendere al mercato»145.

[138]. «Ho paura degli incendi. Siamo tutti troppo vicini e ammassati. Se succede un incendio da dove usciamo? Al Casilino le case erano tutte lontane fra loro e se succedeva un incendio avevamo il tempo di vedere e uscire. Qui siamo troppo vicini: se brucia uno, bruciamo tutti. C’è troppa plastica e lamiera. […] Ci sono la vigilanza e le telecamere per controllarci. Ma a me non mi frega nulla, io non rubo. Se mi controllano… Tanto io non faccio nulla di male. È come mi dicevano i miei nonni di quei posti durante la guerra, i campi di concentramento. Siamo qui tutti ammassati, gente diversa, di diversi posti e controllati dalla sorveglianza. Ci sono ladri e onesti»146.

[139]. «I guardiani non fanno niente, si prendono i soldi. Le autorità ci dicono che le telecamere servono a controllare la rete per la nostra incolumità. Qui al campo non mi sento sicuro, spesso ci sono risse. Qualche tempo fa c’è stata una rissa grande con asce, coltelli e i carabinieri sono venuti qui solo dopo 2 ore. Le telecamere e i vigilanti non servono a niente, solo a fare soldi. […] Siamo tutti ammassati: se prende fuoco un container tutti prendono fuoco. Non ci hanno dato un estintore e solo una volta abbiamo fatto l’esercitazione antincendio»147.

[140]. «Da quando sono venute le persone del Casilino ci sono più risse. Siamo tutti razze diverse qui e litigano. Noi qui abbiamo paura del fuoco. Se si incendia un container gli altri possono prendere fuoco. Siamo tutti ammassati qui. Da quando sono qui, due volte sono venuti a dirci cosa fare se scoppia un incendio. […] I vigilanti servono per sorvegliare quello che facciamo, per non fare succedere le risse. Ma poi, quando succedono, i vigilanti non intervengono e dopo tanto tempo arriva la polizia»148.

[141]. «Qui al campo ho paura a rispondere agli insulti, perché poi prendi le botte dagli altri ragazzi. Qui è pericoloso: gli altri ci dicono che siamo gli intrusi del Casilino, che dobbiamo andare via e ci minacciano rompendo le bottiglie. Io non giro mai solo e sto sempre a casa»149

8 SCUOLA E FORMAZIONE

[142]. Nell’anno scolastico 2009/2010 i 265 bambini in età scolare residenti al campo sono stati iscritti negli istituti presenti nelle zone di Tor Bella Monaca, La Rustica, Torre Angela, Ponte di Nona dove vengono accompagnati dagli operatori dall’organizzazione che gestisce il “Servizio di scolarizzazione dei minori appartenenti alla comunità rom del villaggio attrezzato di via di Salone”150.

[143]. Le problematiche relative alla frequenza scolastica dei bambini, rilevate nel corso della ricerca, hanno riguardato soprattutto le famiglie trasferite dal Casilino 900 durante l’anno scolastico 2009/2010. I genitori, mentre ancora abitavano nel vecchio insediamento, hanno interrotto la frequenza scolastica dei figli per un periodo tra 20 giorni e un mese e mezzo per il timore dell’imminente sgombero. Inoltre i bambini, giunti al campo di via di Salone, sono stati accompagnati dall’organizzazione che si occupa della scolarizzazione negli istituti che frequentavano prima del trasferimento con l’intento di non interrompere la continuità didattica. La grande distanza dal nuovo campo e la necessità di accompagnare anche gli altri bambini nei diversi istituti ha comportato quotidiani ritardi degli alunni – anche di due ore dall’inizio delle lezioni – che hanno causato la bocciatura di un bambino:

[144]. «I bambini hanno interrotto la scuola per quasi un mese. Poi li hanno di nuovo accompagnati alle scuole loro. Certo da qui arrivavano sempre in ritardo a scuola, entravano dopo»151.

[145]. «I miei figli vanno a scuola: all’asilo, alla prima e seconda elementare. Per circa un mese non sono potuti andare a scuola quando ci hanno spostato qui»152.

[146]. «Durante lo sgombero del Casilino 900 hanno dovuto interrompere per 20 giorni. Non si sapeva quando ci sarebbe stato lo sgombero e i bambini del campo non andavano più a scuola, non arrivavano neanche i pullman per accompagnarli. Ogni giorno pensavamo di dover essere sgomberati e i bambini rimanevano a casa. Io ho dovuto portare un certificato medico perché hanno interrotto la scuola»153.

[147]. «Quando ero al Casilino andavo alla scuola media lì vicino, ma per lo sgombero ho interrotto per un mese e mezzo. Anche ora da Salone vado in quella scuola. Io in quella scuola quando ero al Casilino qualche volta andavo da sola e qualche volta con il pullman. Quando andavo a piedi ci mettevo 5 o 10 minuti. Anche ora che sono a Salone mi accompagnano con il pullman. Parto alle 7.30 e arrivo alle 9.00 a scuola. Però prima, quando ero al Casilino era meglio, conoscevo tutte le strade, era più bello»154.

[148]. «Mia nipote ha fatto la prima media, è sempre andata a scuola. Anche quando siamo venuti qui non ha smesso di andare a scuola. Quando eravamo al Casilino era più facile. Lì era più vicino alla scuola. Per arrivare a scuola da qui ci mettono tanto, io penso un’ora. Al Casilino era diverso, era tutto più vicino»155.

[149]. «I miei figli vanno a scuola sempre con regolarità. Dopo che ci hanno spostato dal Casilino arrivano sempre in ritardo perché il pullman che parte da qui deve fare tutto il giro e accompagnare gli altri bambini che abitano qui e poi arrivare alle scuole al Casilino. I miei figli entravano sempre alla terza ora! Ci mettono tanto ad arrivare. Mio figlio che andava in prima media è stato bocciato perché arrivava sempre in ritardo. Per venti giorni si è bloccata la scuola quando eravamo al Casilino e aspettavamo lo sgombero. Ogni giorno ci dicevano che dovevamo essere sgomberati e i bambini non andavano a scuola, proprio non li accompagnavano, era tutto fermo. Il prossimo anno forse li iscrivono in scuole vicine al campo, ma io spero che possano andare ancora nelle loro scuole. Due miei figli hanno vinto la borsa di studio. Io spero per l’integrazione che li iscrivono nelle loro scuole vicino al Casilino. Lì sono più brave le maestre, li aiutano e hanno gli amici del quartiere che li conoscono e li aiutano»156.

[150]. Per quanto riguarda l’ambito formativo-lavorativo, nel corso del 2010, quattro abitanti del campo di via di Salone sono stati inseriti nel progetto per la raccolta dei rifiuti ingombranti “Ricicla Casa” realizzato in collaborazione con l’AMA, l’azienda di igiene urbana che opera nel territorio del comune di Roma. Il progetto ha previsto una fase di formazione tra il 13 e il 30 luglio 2010 e una seconda fase iniziata il 13 settembre 2010 e che avrà una durata di 6 mesi che consiste in un percorso professionalizzante che vedrà i partecipanti impegnati sul campo presso l’isola ecologica di via Collatina a Roma. Nel corso del 2009 è stato realizzato un progetto che ha visto il coinvolgimento di 11 cittadini rom abitanti del campo di via di Salone che hanno frequentato un percorso formativo di 600 ore al termine del quale hanno conseguito la qualifica professionale di manutentori e installatori di impianti fotovoltaici157.

9 SALUTE

[151]. Secondo quanto affermato dal coordinatore dell’area sanitaria di un’organizzazione che interviene nel campo, le patologie più ricorrenti che riguardano i minori sono quelle che vengono definite «da ghetto»158: problemi respiratori dovuti alle abitazioni i cui ambienti sono molto caldi nei mesi estivi e freddi in quelli invernali; dermatiti, pediculosi, verruche, scabbia. Per quanto riguarda gli adulti, le altre patologie più diffuse sono l’ipertensione e le malattie dell’apparato cardiovascolare legate a tabagismo, alcolismo, tossicodipendenza e cattiva alimentazione.

[152]. La salute degli abitanti del campo, e soprattutto quella dei bambini, è messa in serio pericolo dalla presenza del vicino inceneritore per rifiuti tossici e nocivi che si trova al numero civico 245 di via di Salone159. L’impianto ha subito tra il 1999 e il 2004 una serie di guasti: la rottura di un serbatoio di acido cloridrico, lo scoppio di un forno, un principio di incendio.

[153]. Nel settembre 2003 l’Istituto epidemiologico (ASL RME) ha presentato i dati analitici secondo cui la mortalità per tumore negli uomini dal 1987 al 2001 nel territorio circostante è del 30% superiore rispetto alla media di Roma160. Il 3 novembre 2006 la ASL RMB ha pubblicato i risultati di alcune ricerche. Le indagini epidemiologiche hanno confermato, tra i dati del 2003, 8 su 9 decessi per Linfomi non Hodgkin (+156% rispetto all’atteso), ed evidenziato un maggior numero di tumori al cervello tra gli abitanti della zona. Le indagini ambientali, hanno rilevato concentrazioni di diossina da 5 a 20 volte superiori a quelle medie di altre zone italiane nella centralina posta a 300 metri dall’inceneritore. Le concentrazioni di palladio inoltre sono risultate doppie161. Il 26 marzo 2009, secondo la relazione dell’ASL RMB «si ritiene che le abitazioni e le diverse attività poste entro una distanza prudenzialmente stimabile in 500 mt. dal perimetro dello stabilimento si trovino, già in condizioni di normale esercizio degli impianti, nell’area di massima ricaduta di inquinanti pericolosi per la salute umana»162.

[154]. La ASL RMB, nella nota inviata anche alla direzione del V Dipartimento del Comune di Roma, attuale soggetto attuatore del Piano Nomadi della capitale, aveva già espresso la propria «contrarietà al rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale per l’impianto di trattamento termico dei catalizzatori esausti, a causa del rischio per la salute pubblica che esso viene a determinare nel contesto urbanistico realizzatosi»163. In seguito alla diffusione da parte dell’Associazione 21 luglio delle informazioni sulla pericolosità dell’impianto per la salute dei bambini rom del campo di via di Salone, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Ministero delle Pari Opportunità ha comunicato all’associazione l’apertura di un’istruttoria.

[155]. Dall’analisi delle interviste raccolte nel corso della ricerca emerge che spesso i bambini dell’insediamento mostrano disagi psicologici dovuti al contesto in cui vivono. La presenza di queste problematiche è stata confermata dal coordinatore dall’area sanitaria per il progetto Gestione campi attrezzati del V dipartimento del Comune di Roma: «C’è una forte correlazione tra lo sviluppo del bambino e l’ambiente in cui vive o è costretto a vivere. I bambini del campo di via di Salone sono inevitabilmente più vulnerabili rispetto ad altri bambini che crescono e vivono in ambienti sani e ricchi di occasioni e stimoli socio-culturali. I disturbi di tipo psicologico sono tra le patologie più diffuse tra i bambini che vivono in un campo nomadi come quello del campo di via di Salone. Questo tipo di disturbo è meno evidente rispetto a un disturbo fisico, ma è spesso più insidioso e più pericoloso per la crescita della persona. […] Gli studi di ricerca hanno infatti evidenziato che le deprivazioni ambientali che i bambini devono affrontare in contesti simili a quelli di un campo nomadi producono un’alta percentuale di disturbi d’ansia, fobie, disturbi del sonno, dell’attenzione e iperattività, ritardi nell’apprendimento. Questi disturbi sono gravi e invalidanti per i bambini, impediscono infatti un pieno inserimento nella realtà sociale e creano difficoltà gravi nella sfera relazionale. Inoltre sono predittivi di disturbi più gravi nell’età adolescenziale e adulta. […] Un ambiente degradato e deprivato non consente la crescita piena, libera e consapevole della persona perché quello di via di Salone è un ambiente dove il tempo è fermo, dove tutto è sempre uguale a se stesso e dove non si può coltivare nessuna ambizione e nessuna speranza. Non c’è realmente la percezione del tempo, non c’è tempo evolutivo, quindi non c’è possibilità reale di crescita. […] Il disordine sociale del campo corrisponde anche a una mancanza di regole accettate e condivise. Vivere nel disordine affettivo e sociale, crescere nella deprivazione e senza possibilità di istruzione adeguata, essere costretti a diventare troppo presto adulti, costringe i bambini rom a vivere sotto regole contraddittorie che spesso subiscono e non capiscono e tutto ciò porta inevitabilmente a una difficoltà nel riconoscimento dell’autorità e nell’interiorizzazione del super-io e della coscienza morale»164.

[156]. «[I miei figli] se stanno sempre a casa sono nervosi, piangono e litigano. Loro a volte piangono perché qui si vive troppo male»165.

[157]. «I miei bambini sono tutti più nervosi e tristi qui, perché dormono male e non c’è spazio qui. Il bambino più piccolo di 4 anni, mi chiede sempre di tornare al Casilino, vuole tornare lì. Mio figlio mi dice: ‘Che cosa ci hanno dato? Sembra un grande cesso’. Noi avevamo una baracca grande per tutta la famiglia al campo Casilino. I bambini come la possono prendere? Certo che stanno male così. […] I miei figli sono tutti più nervosi e arrabbiati qui»166.

[158]. «Io vedo che i miei figli sono sempre tristi qui e mi dicono di volere tornare al Casilino, dove eravamo prima. Qui ci sono molte persone malate di mente, che hanno molti problemi. Sono di più che al Casilino. Io ho paura che i miei figli possono avere gli stessi problemi stando qui. […] Qui i miei bambini sono chiusi, sono più chiusi di prima. Sono chiusi a casa e chiusi nel campo. Stanno male qui»167.

[159]. «Io qui vivo più triste e ho più paura»168.

[160]. «Io non voglio che i miei figli rimangano qui. Se rimangono qui sono sicuro che da grandi avranno problemi mentali. Molte persone hanno problemi mentali qui. […] Per i bambini qui è pericoloso: c’è tristezza, depressione, schizofrenia. Qui non si può vivere, c’è troppo stress, per le risse, per la paura a stare soli dei miei figli. Io non voglio che loro vivano male così. Se continueranno a vivere così qui staranno male, non c’è futuro per loro così. […] Sono troppo chiusi qui e isolati. Io ho paura che crescendo possono stare male mentalmente; i miei figli non hanno futuro qui»169.

[161]. «Il mio nipote di 5 anni è sempre triste perché non ha spazio per stare a casa. Come fanno a stare bene così? I mie bambini qui sono tristi e nervosi e piangono sempre. Non hanno spazi per fare niente. […] Sono tristi, hanno bisogno di stare più integrati con gli altri in città. Qui stanno male così»170.

[162]. «Io ora sono più triste anche perché non vedo i miei amici e parenti che sono andati negli altri campi dopo lo sgombero del Casilino»171.

[163]. «La bambina è più triste e depressa da quando vive nel campo Salone. È tutto troppo stretto, mancano gli spazi. Dal Casilino sono venuti anche minori con problemi mentali che adesso a Salone stanno peggio perché sono chiusi al campo e proprio non possono uscire. Prima al campo Casilino la bambina si muoveva e conosceva tutti: c’era una protezione e non poteva succedere niente di importante. Ma adesso ha sempre paura: per una ragazzina che sta crescendo e diventa adolescente i pericoli a Salone sono tanti»172.

[164]. «I bambini sono nervosi a volte per lo spazio che non c’è, perché non possono giocare. Prima c’era più spazio, adesso con le nuove persone dal Casilino e Martora c’è meno spazio»173.

[165]. «I miei figli piangono perché vogliono tornare al Casilino, sono sempre tristi. Non possono giocare al campo qui. Io a volte li porto fuori, sulla Casilina, in un grande parco e li faccio giocare e poi torniamo la sera qui. I miei bambini sono sempre tristi e nervosi. Siamo tutti troppo ammassati qui con gente diversa e tutto è troppo lontano»174.

[166]. «Da quando sono qui, i miei figli sono più tristi e nervosi e vorrebbero tornare nel loro quartiere»175.

[167]. «Mia nipote alcune volte è triste di stare chiusa qui. Ieri i suoi parenti sono venuti a prenderla per portarla un po’ in giro»176.

[168]. «A volte [i miei figli] si innervosiscono e vogliono uscire di più dal campo, si sentono chiusi qua dentro»177.

[169]. Gli altri elementi di criticità riportati dagli abitanti del campo di via di Salone, sono stati: l’eccessiva distanza dell’ospedale più vicino che si trova a più di 10 km dall’insediamento; l’assenza di un presidio sanitario fisso; il fatto che spesso le ambulanze giungano al campo molto tempo dopo aver effettuato la chiamata per un’emergenza. In alcuni casi gli intervistati hanno affermato che il personale sanitario del pronto soccorso si è rifiutato di raggiungere l’insediamento:

[170]. «Il lunedì viene un dottore al campo per tutti i bambini. I medici dovrebbero stare ogni giorno qui con l’ambulanza sempre qui»178.

[171]. «Prima avevamo il dottore nostro a Centocelle. Qui ce n’è uno che viene una volta alla settimana, ma io porto i miei figli sempre da quello di prima. Qui a volte non arrivano nemmeno le ambulanze. Qualche giorno fa, 10 giorni fa, c’è stata una rissa e una persona era ferita e l’ambulanza è venuta a prenderlo dopo due ore. C’erano i guardiani e guardavano solo come era la rissa, hanno visto che c’era uno ferito e non hanno fatto nulla. Se qui succede qualcosa di grave, e succede qualcosa a un ragazzino, l’ambulanza viene? Qua dovevano mettere un pronto soccorso fisso qui. Ci hanno messo come cani qua dentro, e invece dovrebbe esserci un medico e un’ambulanza fissa qui dentro. Con tutte queste persone, saremo 1000 qui, ci vuole un pronto soccorso, un’ambulanza che sta sempre qui»179.

[172]. «Qui al campo viene un dottore una volta a settimana. Ma se mio figlio sta male, dove lo porto? Qualche tempo fa una persona ha avuto un infarto e hanno chiamato l’ambulanza, ma non sono voluti venire. I vigilanti hanno detto: ‘L’ambulanza non viene, non vogliono venire. Se l’ambulanza viene, voi poi non ci volete entrare’. A Casilino era diverso, era tutto vicino: l’ospedale, i dottori… Quando ne ho avuto bisogno, ho portato mio figlio all’ospedale Pertini»180.

[173]. «I bambini hanno il tesserino per il servizio sanitario. Un medico viene al campo una volta a settimana: è troppo poco per tutti. Ci vorrebbe un’ambulanza fissa al campo e dei medici sempre presenti. Qualche giorno fa mia madre si è sentita male, abbiamo chiamato l’ambulanza, ma dopo 30 minuti non era ancora arrivata e allora sono riuscito ad accompagnarla io all’ospedale sulla Casilina. Qui se succede qualcosa anche ai bambini, non gliene frega niente a nessuno»181.

[174]. «Noi abbiamo un figlio di 26 anni handicappato. Lui ha un grave ritardo mentale, così hanno detto i dottori. Non riesce mai a dormire e stare tranquillo, a volte ha delle crisi di nervi. Noi dobbiamo sempre portarlo in giro per le sue cure e per le visite di controllo. Dobbiamo andare in ospedali diversi e lontani, Forlanini, S. Camillo, Umberto I, ma da qui non possiamo. Non abbiamo la macchina e dobbiamo camminare per 3 chilometri a piedi per prendere l’autobus e mio figlio non può: ha paura di tutto, ha paura delle macchine e si ferma, urla, gli viene un attacco di nervi. Lui è grande e forte ora e noi non ce la facciamo a trattenerlo e a calmarlo fino alla fermata dell’autobus. È tutto lontano da qui e per fare una sola visita ci mettiamo un giorno intero con lui che sta così male. Io sono triste e mi dispiace per mio figlio. Il servizio sociale conosce la nostra situazione ma non ha fatto niente per lui. Noi abbiamo chiesto di cambiare campo e di andare a quello di Candoni per migliorare le cose per mio figlio. Lì ci sono gli autobus vicini per poter andare a far curare mio figlio. Io non voglio andare via da qui per me e mio marito, ma per il bene di mio figlio. È per lui che voglio andare via non per me che sono grande. Lui ha bisogno di noi genitori, lui non mangia se non vede mangiare noi genitori»182.

[175]. «Quando ero al Casilino e stavo male, mia nonna mi portava dal dottore. E anche quando dovevo fare un certificato medico andavo con le mie cugine o andavo da sola perché era vicino. Qui quando viene il dottore devo dare un mio documento e io non ho documenti»183.

[176]. «Qui a Salone il dottore viene solo una volta a settimana per tutti i bambini! Io per i miei bambini continuo ad andare sulla Casilina anche se è troppo lontano»184.

[177]. «Prima, quando eravamo al Casilino, il medico era vicino, andavamo a piedi o con un autobus. Io non ho la macchina e non posso più portare i miei figli dal medico al Casilino. Qui dovrebbe essere sempre presente un pediatra, dovrebbe essere fisso al campo; e dovrebbe esserci anche un’ambulanza e un medico. Il medico viene qui solo una volta a settimana. La ASL dovrebbe fare dei controlli per le malattie infettive, per le malattie sessuali. Dovrebbero fare i controlli sanitari perché c’è troppa gente ammassata, si rischia un’epidemia»185.

[178]. «Noi non abbiamo il tesserino, ma quando eravamo al Casilino i dottori ci facevano lo stesso le visite in ospedale perché ci conoscevano. Io, da quando sono qui sono stata male già due volte e ho chiamato l’ambulanza. Una volta ci ha messo un’ora per arrivare e l’altra volta 30 minuti. Se uno si sente male può morire aspettando tutto questo tempo. Da qui io non posso neanche andare a fare le visite di controllo. Qui [al campo] c’è un dottore, ma se non hai il tesserino non ti visita. Al Casilino, nel posto dove andavamo, i dottori ci conoscevano tutti e ci facevano le visite anche senza tesserini»186.

[179]. «Il dottore viene qui un giorno a settimana, ma è troppo poco. Siamo tanti qui e adesso arrivano altre persone, ci sono troppi bambini per un dottore solo»187.

[180]. «Il dottore viene qui al campo una volta a settimana. Se i miei figli stanno male io vado da lui o in macchina al Pertini. Ma ci dovrebbe essere un pronto soccorso qui sempre o dei medici sempre qui»188.

Conclusioni

Nel 2006, anno in cui è stato attrezzato, il campo di via di Salone aveva i requisiti necessari per ospitare le persone effettivamente residenti in quel periodo; dal 2006 al 2010 si è assistito a un progressivo aumento degli abitanti che al momento della stesura di questo rapporto hanno raggiunto un numero stimato in circa 1076 persone. Parallelamente, le condizioni strutturali e di vita nel campo sono costantemente peggiorate: riduzione dello spazio, cattivo funzionamento dell’impianto fognario, presenza di grande quantità di immondizia e materiale da discarica non smaltita nei pressi dell’entrata del campo; apertura incontrollata di varchi nella recinzione; presenza di numerosi cani randagi; continue liti violente tra rom appartenenti alle diverse comunità; aumento di comportamenti devianti e criminalità.

Appare significativo che l’amministrazione comunale nel procedere all’allestimento del campo abbia fatto riferimento alla normativa che disciplina le strutture per il soggiorno di turisti: campeggi, villaggi, aree attrezzate per la sosta temporanea. È chiaro come in questo caso non sia possibile paragonare le comunità di rom presenti a via di Salone a turisti accolti in strutture pensate per brevi periodi. Inoltre, la normativa utilizzata fa riferimento a strutture come bungalow o simili, mentre i container adoperati al campo di via di Salone dovrebbero essere considerati come delle vere e proprie abitazioni da utilizzare in modo pressoché stabile. Il regolamento del “Commissario per l’emergenza nomadi” infatti prevede la possibilità per i rom di risiedere nei «villaggi attrezzati» per due anni, prorogabili.

Le abitazioni presenti nell’insediamento non hanno uno spazio adeguato per ospitare i nuclei familiari. Se la normativa prevede che vi siano almeno 56 mq per quattro persone, sono numerosi i casi di otto-nove persone che vivono in abitazioni con una superficie media di 24,80 mq. All’interno dei container i bambini non hanno lo spazio sufficiente per dormire, mangiare e studiare. Anche le aree del campo dedicate alle attività ricreative, culturali e sportive per i minori non sono risultate adeguate: pur essendo presenti alcune strutture, gli abitanti intervistati hanno riferito l’impossibilità pratica del loro utilizzo.

La distanza dell’insediamento dalla città pone alle famiglie alcune difficoltà oggettive nel poter agevolmente usufruire dei servizi essenziali, ma anche per poter raggiungere i luoghi della città dove i più giovani possono stabilire le loro relazioni sociali con il resto degli abitanti. I residenti del campo vivono una vera e propria condizione di isolamento.

È utile qui ricordare che l’art. 11 par. 1 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali stabilisce che gli «Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la loro famiglia, che includa un’alimentazione, un vestiario, ed un alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita. Gli Stati parti prenderanno misure idonee ad assicurare l’attuazione di questo diritto, e riconoscono a tal fine l’importanza essenziale della cooperazione internazionale, basata sul libero consenso». Inoltre, i parr. 1 e 3 dell’art 27 della Convenzione sui diritti dell’Infanzia stabiliscono che gli «Stati parti riconoscono il diritto di ogni fanciullo a un livello di vita sufficiente per consentire il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale. […] Gli Stati parti adottano adeguati provvedimenti, in considerazione delle condizioni nazionali e compatibilmente con i loro mezzi, per aiutare i genitori e altre persone aventi la custodia del fanciullo ad attuare questo diritto e offrono, se del caso, un’assistenza materiale e programmi di sostegno, in particolare per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario e l’alloggio». Allo stesso modo, l’art. 31 parr. 1 e 2 della stessa Convenzione stabilisce che: «[…] Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica. […] Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali». Infine, l’articolo 31 della Carta sociale europea (riveduta) afferma che «per garantire l’effettivo esercizio del diritto all’abitazione, le Parti s’impegnano a prendere misure destinate a favorire l’accesso ad un’abitazione di livello sufficiente […]».

Nel corso della ricerca, il campo di via di Salone ha presentato evidenti carenze riguardanti le misure di sicurezza antincendio anche in relazione ad alcuni elementi di pericolosità che sono stati riscontrati: presenza di materiale facilmente infiammabile quali masserizie varie accatastate all’esterno delle unità abitative e bombole di gas; la breve distanza tra i moduli abitativi stessi; l’uso di bracieri esterni per la cottura dei cibi che possono creare situazioni estremamente pericolose e di difficile gestione se gli interventi non sono tempestivi e non sono presenti i presidi antincendio richiesti (idranti ed estintori); la presenza di erbe secche nel campo incolto confinante con parte dell’area dell’insediamento che può essere fonte di pericolo in caso di incendio delle stesse, con il rischio di una veloce estensione del fuoco anche all’area interna.

Le persone intervistate hanno espresso una marcata percezione di insicurezza a causa delle condizioni di vita nel campo. Il pericolo di incendi, la convivenza con altre comunità considerate pericolose, l’ingresso di persone dall’esterno attraverso varchi non controllati, la presenza di numerosi cani randagi sono state le problematiche ricorrenti che i rom intervistati hanno indicato come elementi di pericolo per la propria incolumità e soprattutto per quella dei loro bambini. La presenza dei vigilanti e delle telecamere è stata per lo più avvertita come inefficace e talvolta intimidatoria e pericolosa per gli stessi abitanti. Inoltre la conformazione del campo e la vicinanza delle abitazioni fra loro determina l’assenza del diritto alla riservatezza. L’art. 6 par. 2 della Convenzione sui diritti dell’Infanzia afferma che «gli Stati parti assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo»; l’art. 7, par. 10 della Carta sociale europea (riveduta) stabilisce il «Diritto dei bambini e degli adolescenti ad una tutela» indicando che «per garantire l’effettivo esercizio del diritto dei bambini e degli adolescenti ad una tutela, le Parti s’impegnano ad assicurare una speciale protezione contro i pericoli fisici e morali cui i bambini e gli adolescenti sono esposti […]». Anche l’art. 17, par. 1, lettera a) della Carta sociale europea (riveduta) stabilisce il «diritto dei bambini e degli adolescenti ad una tutela sociale, giuridica ed economica». «Per assicurare ai bambini ed agli adolescenti l’effettivo esercizio del diritto di crescere in un ambiente favorevole allo sviluppo della loro personalità e delle loro attitudini fisiche e mentali – prosegue l’articolo – le Parti s’impegnano a prendere sia direttamente sia in cooperazione con le organizzazioni pubbliche o private tutte le misure necessarie e appropriate miranti a garantire ai bambini ed agli adolescenti, in considerazione dei diritti e doveri dei genitori, le cure, l’assistenza, l’istruzione e la formazione di cui necessitano, in particolare prevedendo la creazione o il mantenimento di istituzioni o di servizi adeguati e sufficienti a tal fine […]». Infine, basti ricordare l’art. 24, par. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea laddove afferma che «i bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere […]».

La ricerca ha registrato, per l’anno scolastico 2009/2010, l’interruzione della frequenza scolastica di alcuni alunni provenienti dal campo Casilino 900, per un periodo compreso tra i 20 giorni e il mese e mezzo, dovuta al timore dei genitori per l’imminente sgombero. I bambini, una volta giunti a via di Salone, hanno continuato a frequentare le scuole dove erano iscritti in precedenza per preservare la continuità didattica. Ciò ha comportato che gli alunni prendessero parte alle lezioni con costanti ritardi a causa della notevole distanza e per la necessità da parte dell’organizzazione che si occupa della scolarizzazione di accompagnare gli altri bambini nei diversi istituti scolastici. L’art. 28 della Convenzione sui diritti dell’Infanzia afferma che «gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione […]»; l’art. 13 par. 1 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali stabilisce che «gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo all’istruzione. Essi convengono sul fatto che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e del senso della sua dignità e rafforzare il rispetto per i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali. Essi convengono inoltre che l’istruzione deve porre tutti gli individui in grado di partecipare in modo effettivo alla vita di una società libera, deve promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra tutte le nazioni e tutti i gruppi razziali, etnici o religiosi ed incoraggiare lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace». Infine, l’art. 14, par. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sancisce che «ogni individuo ha diritto all’istruzione e all’accesso alla formazione professionale e continua».

Sotto il profilo sanitario, le patologie «da ghetto» sono quelle maggiormente diffuse all’interno del «villaggio attrezzato» : problemi respiratori dovuti alle abitazioni i cui ambienti sono molto caldi nei mesi estivi e freddi in quelli invernali; dermatiti, pediculosi, verruche, scabbia. La presenza di un inceneritore di materiale tossico posto a poche centinaia di metri dal campo pone serie preoccupazione per la salute dei minori. Sono state inoltre riscontrati in alcuni minori disagi di tipo psicologico riferibili alle condizioni del campo. L’art. 24, par. 1 della Convenzione sui diritti dell’Infanzia afferma che «gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile […]»; l’art. 24, par. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea afferma che «i bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere […]»; mentre l’ art. 12, par. 1 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali afferma che «gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che sia in grado di conseguire».

Nel corso della ricerca non è stato rilevato lo svolgimento di significativi ed efficaci progetti di inclusione sociale rivolti agli abitanti del campo di via di Salone così come invece previsto dalle ordinanze di attuazione della dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi: «[…] Realizzazione di interventi finalizzati a favorire l’inserimento e l’integrazione sociale delle persone trasferite nei campi autorizzati, con particolare riferimento a misure di sostegno ed a progetti integrati per i minori»189.

La Dichiarazione dello stato di emergenza, il Regolamento del commissario straordinario per l’emergenza nomadi, il Piano Nomadi sono le norme e le politiche che hanno consentito lo spostamento delle comunità del Casilino 900 e di parte del campo in via La Martora nel «villaggio» di via di Salone. Alcune persone intervistate hanno sottolineato il carattere costrittivo della loro permanenza nel campo. Questa non è vissuta come una libera scelta, ma come una condizione determinata dalla mancanza di un’alternativa per lo più dovuta all’impossibilità di ottenere documenti regolari anche per coloro che sono nati in Italia. Le persone intervistate spesso utilizzano il termine «ammassati»: si sentono «tutti ammassati insieme nel campo». In effetti l’unico tratto in comune che hanno gli abitanti del campo – al di là della loro appartenenza a diverse comunità, dei loro diversi status giuridici (cittadini italiani, apolidi, comunitari, provenienti da paesi terzi), delle loro storie e vissuti – è l’appartenenza alla comunità di rom e sinti. Rom, “ammassati”, concentrati in uno spazio che va riducendosi, in un’area dove sembra si siano istituzionalizzati i tratti e le condizioni di vita già presenti nei campi considerati abusivi, che storicamente sono stati il risultato di una dinamica di marginalizzazione190. Come ha spiegato il commissario ONU per i diritti umani, Navi Pillay, dopo la visita a Roma di un campo attrezzato: «Trasferire i rom dai campi abusivi a quelli ufficiali non è una soluzione adeguata, perché rimangono isolati dal resto della popolazione e hanno scarsissime opportunità di trovare un lavoro e migliorare la loro situazione»191. Il pericolo sembra essere proprio l’istituzionalizzazione di una dinamica discriminatoria e segregativa che non permette alle persone appartenenti alle comunità di rom e sinti di interagire in modo positivo con il resto della popolazione maggioritaria. I luoghi di questo allontanamento e di rimozione dal tessuto sociale urbano ben rappresentano la loro distanza dai diritti per i minori stabiliti dalle convenzioni internazionali, in particolar modo dalla Convenzione sui diritti dell’Infanzia firmata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata nell’ordinamento giuridico italiano dalla legge n. 176 del 27 maggio 1991.

Raccomandazioni

Le autorità locali e nazionali dovrebbero:

– permettere il regolare accesso ai dati che riguardano gli insediamenti previsti dal Piano Nomadi in modo da consentire il monitoraggio del livello di inclusione degli abitanti dei «villaggi attrezzati»;

– adeguare nell’immediato il campo di via di Salone secondo quanto previsto dalla normativa in materia di spazio, sicurezza e salute;

– adottare nuove normative per regolarizzare lo status giuridico degli apolidi di fatto e dei loro figli nati in Italia;

– evitare l’uso del termine ambiguo e fuorviante di «nomadi» nei provvedimenti legislativi e amministrativi che intendono riguardare rom e sinti;

– rendere più agevole l’accesso all’istruzione dei bambini rom che abitano nel campo di via di Salone;

– organizzare progetti di formazione professionale realmente efficaci e significativi per migliorare concretamente le possibilità occupazionali degli abitanti del campo di via di Salone;

– attuare interventi a sostegno dell’integrazione lavorativa dei rom presenti nel campo di via di Salone con il coinvolgimento di organizzazioni del terzo settore, soprattutto quelle di cui fanno parte rom e sinti;

– ritirare il decreto Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi, le ordinanze di attuazione, il Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio che, direttamente o indirettamente, applicano una politica discriminatoria e segregativa indirizzata esclusivamente a rom e sinti in quanto appartenenti a una comunità etnica al di là del loro status giuridico e che violano i diritti dell’infanzia sanciti dalle convenzioni internazionali;

– operare una revisione completa del Piano Nomadi attraverso:

la sospensione della realizzazione di nuovi «villaggi attrezzati» per la cosiddetta «popolazione nomade»;

la sospensione immediata degli sgomberi perché, così come finora realizzati, violano i diritti dell’infanzia;

la ricerca e la realizzazione di progetti pilota che, coinvolgendo direttamente piccoli gruppi familiari rom, sostengano la loro uscita dai «villaggi attrezzati» verso soluzioni abitative autonome.

APPENDICE

Buone Prassi

Housing sociale

L’idea progettuale di housing sociale elaborata da Marco Squicciarini, Commissario nazionale per le attività di accoglienza ed assistenza umanitaria alle popolazioni rom e senza fissa dimora, è stata presentata al prefetto-commissario straordinario per la regione Lazio all’inizio del 2010, contestualmente all’avvio delle procedure di sgombero del campo Casilino 900. Essa prevedeva due fasi. La prima, della durata di un anno, avrebbe dovuto riguardare l’inserimento in appartamenti di 11 famiglie sgomberate dal Casilino 900 in 11 comuni della provincia di Rieti. Il prefetto di Roma inizialmente aveva messo a disposizione la cifra di 1,5 milioni di euro per il sostegno all’affitto e l’inserimento lavorativo delle famiglie. In vista della realizzazione del progetto sono state coinvolte alcune associazioni della chiesa cattolica (Seminario Diocesano di Roma, Caritas) con il compito di facilitare l’accoglienza e l’integrazione sociale delle famiglie nei diversi territori comunali. La seconda fase avrebbe previsto l’utilizzo di fondi europei veicolati dalla Regione Lazio (circa 5 milioni di euro) per la ristrutturazione di casali in disuso da trasformare in abitazioni per le famiglie rom trasferite dai campi la cui chiusura è stata prevista dal Piano Nomadi. Anche questa seconda fase sarebbe stata accompagnata da interventi di supporto all’occupazione in ambito rurale ritenuti necessari per il buon esito del progetto. Dopo la chiusura dal campo Casilino 900, tuttavia, si sono registrate difficoltà burocratiche nell’utilizzo dei fondi destinati alla prima fase. Anche il periodo concordato di un anno è stato ridotto a pochi mesi, rendendo così inefficace l’intera fattibilità del programma. Le autorità locali hanno quindi preferito dare seguito alle azioni previste dal Piano Nomadi con il trasferimento delle famiglie dai campi sgomberati di Casilino 900 e di via di La Martora nei «villaggi attrezzati» del comune di Roma.

L’insediamento sinto a Mentana

Nel 1999 otto famiglie di sinti marchigiani a seguito di uno sgombero da un insediamento di Roma sono stati invitate dalle autorità comunali a trasferirsi nel campo allora autorizzato de La Barbuta dove risiedevano alcuni loro parenti.

Non condividendo tale scelta, le famiglie sgomberate hanno deciso di elaborare un progetto abitativo autonomo con l’aiuto dell’istituto delle Francescane Missionarie di Maria che ha concesso loro un prestito di 80 milioni di lire. Le famiglie si sono quindi adoperate nella ricerca di un terreno di 2000 mq, del suo acquisto nel comune di Mentana e della messa in opera dei lavori di urbanizzazione: sradicamento della vigna preesistente, realizzazione della perimetrazione e del cancello d’ingresso, delimitazione di otto piazzole, allaccio idrico, fognario, elettrico e realizzazione di un’area comune. Le 8 famiglie hanno stilato un regolamento interno e inizialmente è stato nominato un coordinatore che ha curato i rapporti con le istituzioni. Tale figura nel corso degli anni non si è resa più necessaria per il rapido processo di integrazione.

L’amministrazione comunale e la chiesa locale si sono adoperate nella sensibilizzazione dei residenti in vista dell’ingresso delle famiglie nel tessuto sociale della comunità.

Contrariamente a quanto avvenuto ai parenti rimasti nell’insediamento di La Barbuta, questa soluzione autonoma ha consentito lo svolgimento dell’attività lavorativa dei sinti – spettacolo viaggiante e raccolta di materiale ferroso – e di favorire il processo scolastico dei minori. In 5 anni il prestito è stato estinto e le famiglie attualmente residenti nel comune di Mentana sono perfettamente integrate nel tessuto sociale della comunità pur mantenendo i tratti culturali della loro tradizione.

Abit-azioni a Torino

Il progetto Abit-azioni, finanziato dal ministero della Solidarietà Sociale, è iniziato nel 2008 e si è concluso nel settembre del 2010. Esso ha previsto la presa in carico di alcune famiglie in condizione di emergenza abitativa, nello specifico famiglie rom segnalate dall’ufficio Stranieri e nomadi del comune di Torino che, attraverso un percorso di accompagnamento sociale, hanno potuto accedere ad alloggi affittati nel mercato privato della locazione. Il progetto è stato gestito dal comune attraverso due cooperative del privato sociale. La famiglia segnalata dall’ufficio comunale è stata presa in carico da due operatori e successivamente iniziava la ricerca di un alloggio adeguato. Al proprietario che si è reso disponibile sono state spiegate le caratteristiche del progetto che ha previsto la possibilità di erogare un contributo all’affitto a scalare. La finalità di questa azione è stata il sostegno dei nuclei nei primi mesi della locazione che si è attivata contestualmente alla stipula del contratto. L’entità del contributo a scalare all’affitto è stato stabilito per ogni singolo nucleo dal progetto individualizzato sulla base di criteri oggettivi individuati. Inoltre è stato previsto un fondo di garanzia per la copertura del rischio di morosità dell’inquilino fino all’importo di 18 mensilità del canone di locazione. La garanzia è stata fornita a tutti i nuclei titolari di un reddito superiore a 10.022,60 euro annui. La possibilità di accedere al fondo di garanzia non è stata però vincolante: alcuni nuclei hanno infatti beneficiato unicamente dell’affitto a scalare. Sono stati anche previsti incentivi ai proprietari e agli inquilini: 1.600,00 euro per l’inquilino, a prescindere dal tipo di contratto e da 500 a 3.000 per il proprietario in base al tipo di contratto. Tra il 2008 e il 2010 sono state inserite 21 famiglie, e solamente una ha lasciato l’alloggio con preavviso e senza alcuna morosità

Un modello per una buona pratica: Metropoliz

Il progetto Metropoliz si fonda sull’idea che non «esistono gruppi etnici caratterizzati da problematiche specifiche risolvibili con la ghettizzazione degli individui in ‘etnie’, ma che esistono individui con difficoltà sociali che li accomunano e che l’interazione sociale inizi da qui»192.

Su questa idea è nata l’intenzione di avviare un percorso che unisse italiani, sudamericani, africani, europei dell’est e rom, per rivendicare i propri diritti, primo fra tutti quello all’abitare. Metropoliz è l’esempio di una città ‘meticcia’, uno spazio industriale da anni in disuso nella periferia est di Roma, occupato nel marzo 2009 dai Blocchi Precari Metropolitani, dentro il quale vivono oggi circa 200 persone, provenienti da ogni parte del mondo, convinte di dover lottare per accedere ai propri diritti che dovrebbero essere garantiti.

Tra di loro ci sono 90 rom di Calarasi (Romania), di cui il 60% minori, sgomberati nel novembre 2009 da via di Centocelle (Casilino 700) e seguiti dall’associazione Popica Onlus. Oggi vivono a Metropoliz, in un capannone entro cui hanno autonomamente costruito le proprie abitazioni in muratura (circa 400 euro per modulo) su spazi che sono stati precedentemente assegnati a ciascuna famiglia in base al numero dei componenti familiari. Le persone sono registrate su una lista e sono tenute a rispettare i punti di un regolamento che è stato concordato con le associazioni.

La rivendicazione del diritto all’abitare nasce da una precisa volontà della comunità stessa che ha scelto di voler vivere in case e di rifiutare tanto gli insediamenti, quanto i campi nomadi attrezzati dal comune. Questa volontà si è manifestata a seguito di un «percorso assembleare collettivo e orizzontale, dove ogni uomo e ogni donna ha goduto liberamente del proprio diritto di parola, senza discriminazioni e senza strutture gerarchiche. L’intero percorso, non è solamente finalizzato all’abitare dignitoso, ma anche alla rivendicazione dei propri diritti di base quali la salute, l’istruzione e il reddito e si fonda su principi di auto-determinazione che rigettano completamente criteri assistenzialistici di sorta»193.

In particolare la scolarizzazione dei minori avviene attraverso la formazione diretta delle famiglie sulla l’insostituibilità del ruolo della scuola per i propri figli e sul contatto diretto dei genitori con la scuola stessa. I genitori sono responsabili unici dei propri figli, sono loro ad accompagnarli in classe, loro a riprenderli, loro a comunicare senza mediazione con il corpo insegnante. Ad oggi tutti i bambini e le bambine rom in età scolare presenti all’interno del progetto frequentano la scuola con il massimo della frequenza e con ottimi risultati.

Per gli adulti è invece attivo un corso di lingua italiana interno a Metropoliz, tenuto dai volontari di Popica Onlus. Il progetto non richiede alcun finanziamento pubblico e prevede il restauro e la riqualificazione di aree abbandonate.

Oltre ai Blocchi Precari Metropolitani e a Popica Onlus, nel progetto Metropoliz sono oggi attive diverse realtà associative e territoriali. In particolare si distinguono per il costante impegno il comitato genitori della Scuola Iqbal Masih e Stalker OsservatorioNomade che, in collaborazione con la Facoltà di Architettura di Roma Tre, ha attivato un master universitario, interno a Metropoliz, sull’auto-recupero. Il progetto ha anche ricevuto il sostegno di altre importanti realtà quali Amnesty International e l’ARCI di Roma.

NOTE

2 European Union Agency of Fundamental Rights, Relazione sugli avvenimenti. Violenti attacchi contro la popolazione rom nel quartiere di Ponticelli, 2008: http://fra.europa.eu/fraWebsite/attachments/Incid-Report-Italy-08_en.pdf .

3 Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008, Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/immigrazione/0979_2008_05_27_decreto_21_maggio_2008.html .

4 Ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri, n. 3676, n. 3677 e n. 3678 del 30 maggio 2008: Disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio della regione Lazio, della regione Lombardia e della regione Campania:

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0987_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html per il Lazio;

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0986_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html per la Lombardia;

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0985_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html_319159483.html per la Campania.

5 Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 28 maggio 2009, Proroga dello stato di emergenza per la prosecuzione delle iniziative inerenti agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia ed estensione della predetta situazione di emergenza anche al territorio delle regioni Piemonte e Veneto http://www1.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0961_2009_05_28_dPCM_proroga_emergenza_nomadi_.html .

6 Ordinanze del Presidente del Consiglio dei ministri, n. 3777 e n. 3776, 1 giugno 2009, Disposizioni urgenti di protezione civile dirette a fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio della regione Veneto e Piemonte;

http://www1.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0963_ordinanza_3777_1_giugno_2009.htm per il Veneto

http://www1.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0962_ordinanza_3776_1_giugno_2009.html per il Piemonte.

7 Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008, Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia:

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/immigrazione/0979_2008_05_27_decreto_21_maggio_2008.html .

8 Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008, Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia:

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/immigrazione/0979_2008_05_27_decreto_21_maggio_2008.html .

9 Ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri, n. 3676, n. 3677 e n. 3678 del 30 maggio 2008: Disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio della regione Lazio, della regione Lombardia e della regione Campania:

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0987_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html per il Lazio;

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0986_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html per la Lombardia;

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0985_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html_319159483.html per la Campania.

10 Circa la violazione della normativa europea durante le operazioni di censimento, si veda European Roma Rights Centre, Open Society Institute e OsservAzione, Memorandum to the European Commission: Violations of EC law and the fundamental rights of Roma and Sinti by the Italian government in the implementation of the census in ‘nomad camps’, 4 maggio 2009: http://www.errc.org/db/03/D5/m000003D5.pdf .

11 European Parliament, European Parliament resolution on the census of the Roma on the basis of ethnicity in Italy, 7 luglio 2008: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+MOTION+B6-20080348+0+DOC+XML+V0//E N .

12 Memorandum by Thomas Hammarberg Commissioner for Human Rights of the Council of Europe following his visit to Italy on 19-20 June 2008, Strasbourg, 28 luglio 2008:

https://wcd.coe.int/ViewDoc.jsp?id=1309811&Site=CommDH&BackColorInternet=FEC65B&BackColorIntranet=FEC65B&BackColorLogged=FFC679 .

13 Report by Thomas Hammarberg Commissioner for Human Rights of the Council of Europe following his visit to Italy on 13-15 January 2009, Strasbourg, 16 aprile 2009:

https://wcd.coe.int/ViewDoc.jsp?id=1428427&Site=CommDH&BackColorInternet=FEC65B&BackColorIntranet=FEC65B&BackColorLogged=FFC679 .

14 OSCE, Assessment of the Human Rights Situation of Roma and Sinti in Italy: Report of a Fact-finding Mission to Milan, Naples and Rome on 20-26 July 2008, Warsaw-The Hague, marzo 2009: http://www.osce.org/documents/odihr/2009/03/36620_en.pdf .

15 Il Commissario Delegato per l’emergenza nomadi nel territorio della Regione Lazio, Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio, 18 febbraio 2009:

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/16/0767_Regolamento_campi_nomadi_pref_Roma.pdf .

16 Il Commissario Delegato per l’emergenza nomadi nel territorio della Regione Lazio, Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio, 18 febbraio 2009: http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/16/0767_Regolamento_campi_nomadi_pref_Roma.pdf .

Nel corso di un’intervista con l’Associazione 21 luglio, un rappresentante del Comune di Roma ha affermato che, in base ad accordi interni fra Prefettura e Questura, ai rom con precedenti penali per condanne superiori a due anni, non viene rilasciato il documento autorizzativo (DAST) mentre lo stesso documento può essere revocato a coloro che siano colpiti da una condanna penale.

17 Sentenza del Tribunale Amministrativo del Lazio n. 06352/2009 del 1° luglio 2010: http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Roma/Sezione%201/2008/200807785/Provvedimenti/200906352_01.XML .

18 Commissario straordinario per l’emergenza nomadi, Comune di Roma, Il Piano Nomadi, 31 luglio 2009: http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/information/N869782002/piano%20nomadi%20schede.pdf

19 Adnkronos, Roma: Maroni, su nomadi capitale esempio da seguire, 31 luglio 2009: http://www.fabriziosantori.com/modules.php?name=News&file=article&sid=4702 .

Cfr. Il Tempo.it, Vertice Alemanno-Zingaretti-Marrazzo con Maroni, 4 febbraio 2009. Il sindaco Gianni Alemanno nel febbraio 2009 aveva parlato di uno stanziamento di 23 milioni di euro: «Con i dieci milioni dal Governo su cento per la sicurezza a livello nazionale stanziati per l’emergenza rom aggiungendo gli 8 del Campidoglio e i 5 della Regione si arriva a un totale di 23 milioni, che saranno utilizzati per la realizzazione dei nuovi campi rom e per il risanamento di quelli già esistenti e per le strutture funzionali alla loro gestione»: http://www.iltempo.it/roma/2009/02/04/985356-patto_sicurezza.shtml .

20 Intervista al comandante del coordinamento operativo attuazione insediamenti nomadi della Polizia Municipale di Roma, Campo Casilino 900, Roma, 11 febbraio 2010.

21 I dati raccolti e verificati dall’Associazione 21 luglio sono stati forniti dagli stessi rom sgomberati e dalle associazioni che intervengono nei campi dove le persone sono state trasferite.

22 Amnesty International sezione italiana, Amnesty International sollecita le autorità italiane a porre fine agli sgomberi forzati dei rom, 11 marzo 2010: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3175 .

23 Comune di Roma, Gruppo di coordinamento e garanzia del Piano nomadi, sito web istituzionale del Comune di Roma: http://www.comune.roma.it/was/wps/portal/!ut/p/_s.7_0_A/7_0_21L?menuPage=/Area_di_navigazione/Sezioni_del_portale/Dipartimenti_e_altri_uffici/Dipartimento_promozione_dei_servizi_sociali_e_della_salute/Assessorato/&targetPage=/Area_di_navigazione/Sezioni_del_portale/Dipartimenti_e_altri_uffici/Dipartimento_promozione_dei_servizi_sociali_e_della_salute/Assessorato/Homepage/Comunicati_stampa/info416846366.jsp .

24 Cfr. La Repubblica.it Roma, Un rom delegato di Alemanno. «Chi resta rispetti la legge e lavori», 27 agosto 2010: http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/07/27/news/nomadi-5869812/ .

25 Comune di Roma, La Martora, con trasferimento prime 50 persone, Piano nomadi prosegue fase operativa, sito web istituzionale del Comune di Roma:

http://www.comune.roma.it/was/wps/portal/!ut/p/_s.7_0_A/7_0_21L?menuPage=/Area_di_navigazione/Sezioni_del_portale/Dipartimenti_e_altri_uffici/Dipartimento_promozione_dei_servizi_sociali_e_della_salute/Assessorato/&targetPage=/Area_di_navigazione/Sezioni_del_portale/Dipartimenti_e_altri_uffici/Dipartimento_promozione_dei_servizi_sociali_e_della_salute/Assessorato/Homepage/Comunicati_stampa/info416846366.jsp .

26 Cfr. La Repubblica.it Roma, Stop alle espulsioni. Protesta rom in piazza, 4 settembre 2010:

http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/09/04/foto/protesta_rom-6761714/1/?rss .

27 Le informazioni relative a questo capitolo sono state raccolte attraverso interviste con i rappresentanti delle associazioni del terzo settore che gestiscono progetti di intervento all’interno del campo di via di Salone.

28 M. Brazzoduro, I Rom: identità e integrazione, in L. d’Orsi e M. Torani (a cura di), Rom(a), nomadi o monadi, CSU, Roma 2009.

29 Nel presente rapporto per indicare l’insediamento formale che si trova in via di Salone è stata utilizzata sia la denominazione ufficiale contenuta nel Regolamento prefettizio di «villaggio attrezzato» sia il termine “campo” anch’esso utilizzato dai rappresentanti nazionali e locali (cfr. le dichiarazioni del commissario per l’emergenza nomadi della regione Lazio, in La Repubblica Roma, Rispetto per chi vive nei campi, non sono rifiuti da spostare, 9 settembre 2010). Inoltre l’uso del termine “campo” è motivato dalla legislazione utilizzata delle autorità locali come normativa di riferimento per l’allestimento dell’insediamento che disciplina le aree per il soggiorno di turisti come campeggi e aree attrezzate per la sosta. Nel corso degli ultimi trent’anni le autorità locali e nazionali hanno istituito “campi” come soluzione abitativa per le comunità di rom e sinti denominati erroneamente come “nomadi”. Cfr. European Roma Rigths Centre, Il paese dei campi, Cooperativa Carta, Roma 2000; European Union Agency for Fundamental Rights, Country Report Italy, Housing Conditions of Roma and Travellers, marzo 2009: http://fra.europa.eu/fraWebsite/attachments/RAXEN-Roma%20Housing-Italy_en.pdf .

30 Cfr. La Repubblica.it, Roma, carabiniere spara. Ucciso un giovane rom, 2 febbraio 2002: http://www.repubblica.it/online/cronaca/fugamorto/fugamorto/fugamorto.html .

31 Cfr. S. Drom, Roma, incendio nel “campo nomadi” di via di Salone, 5 gennaio 2006: http://sucardrom.blog.tiscali.it/2006/01/05/roma_incendio_nel__quot_campo_nomadi_quot__di_via_di_salone_1729922-shtml/ .

32 Intervista con un rappresentante di un’organizzazione che interviene nel campo di via di Salone, Roma, 4 agosto 2010.

33 Intervista con un rappresentante di un’organizzazione che interviene nel campo di via di Salone, Roma, 4 agosto 2010.

34 Cfr. Regione Lazio news, Buone pratiche: dove i diritti dei bambini diventano realtà, 21 novembre 2008: http://www.regione.lazio.it/consiglioweb/news_dettaglio.php?id=1022&tblId=NEWS .

35 Intervista al rappresentante di un’associazione che interviene nel campo di via di Salone, Roma, 20 luglio 2010.

36 Intervista al rappresentante di un’associazione che interviene nel campo di via di Salone, Roma, 20 luglio 2010.

37 Il Comune di Roma ha recepito il Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio con Protocollo n. 14286 del 6 marzo 2009 e ha demandato per competenza al V Dipartimento i poteri attuativi di pertinenza comunale.

38 Comune di Roma, Atto di impegno relativo all’autorizzazione allo stazionamento temporaneo nel villaggio attrezzato di Salone, in Archivio Associazione 21 luglio.

39 Comune di Roma, Disciplinare sulle modalità di permanenza temporanea nei villaggi attrezzati per le comunità nomadi del Comune di Roma, 15 gennaio 2010, in Archivio Associazione 21 luglio.

40 Al momento dello svolgimento della ricerca questo organo di rappresentanza non era stato ancora creato.

41 Comune di Roma, Disciplinare sulle modalità di permanenza temporanea nei villaggi attrezzati per le comunità nomadi del Comune di Roma, 15 gennaio 2010; in Archivio Associazione 21 luglio.

42 L’utilizzo di tale normativa è stata comunicato all’Associazione 21 luglio dal Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica del Comune di Roma. L’informazione è stata poi confermata anche dal direttore del Dipartimento Promozione dei Servizi Sociali e della Salute del Comune di Roma e Soggetto attuatore del Piano Nomadi durante un incontro avvenuto il 20 luglio 2010.

43 Regione Lazio, Regolamento regionale 24 ottobre 2008, n. 17, Disciplina delle strutture ricettive alberghiere: http://www.regione.lazio.it/web2/contents/normativa/dettaglio_regolamento.php?id=155&tipo=tc&nreg=&anno=&testo= .

44 Regione Lazio, Regolamento regionale 24 ottobre 2008 n.18, Disciplina delle strutture ricettive all’aria aperta: http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/information/N1442793624/RegReg18_08.pdf.pdf .

45 Comune di Roma, Deliberazione n. 7935 del 12 novembre 1932 e successive modificazioni e integrazioni, Regolamento di igiene: http://www.sigitalia.org/lex27-93/1932%2011%2012.pdf .

46 Cfr. Sentenza 6866 del Consiglio di Stato Sezione IV del 4 novembre 2009:

http://www.ambientediritto.it/sentenze/2009/cds/cds_2009_n.6866.htm .

47 Regione Lazio, Regolamento regionale 24 ottobre 2008 n.18, Disciplina delle strutture ricettive all’aria aperta: http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/information/N1442793624/RegReg18_08.pdf.pdf .

48 Comune di Roma, Regolamento Generale Edilizio del Comune di Roma: http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/node/P138069942/regolamento%20edilizio%20di%20roma.pdf .

49 Cfr. art. 3.4 del Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nella Regione Lazio, 18 febbraio 2009: http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/16/0767_Regolamento_campi_nomadi_pref_Roma.pdf .

50 Cfr. L.13/89, DMLP 236 14/6/89 regolamento di attuazione della L.13, DPR 503 24/7/’96; R. R.Lazio 17/2008 Disciplina delle strutture ricettive alberghiere; R.R Lazio 18/2008 Disciplina delle strutture ricettive all’aria aperta.

51 Intervista a C. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

52 Intervista a F. S,. uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

53 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

54 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

55 Intervista a R. H., donna rom bosniaca, 50 anni, Roma, campo Salone, 29 luglio 2010.

56 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

57 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 16 luglio 2010.

58 Intervista a V. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 24 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

59 Solamente nel corso del mese di luglio 2010 sono stati riportati numerosi casi di violente risse scoppiate all’interno del campo; cfr. Il Giornale.it, Blitz dei vigili al campo rom di via Salone: controlli e denunce per la comunità romena, 3 luglio 2010; La Repubblica.it, Via Salone, lite in campo rom: ferita anche guardia giurata, 29 luglio 2010.

60 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

61 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

62 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

63 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

64 Intervista a D. S., donna rom montenegrina, 41 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

65 Intervista a R. H., donna rom bosniaca, 50 anni, Roma, campo Salone, 29 luglio 2010.

66 Intervista a S. H., donna rom bosniaca, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

67 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

68 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 16 luglio 2010.

69 Molti rom che vivono da anni in Italia e per lo più provenienti dalla ex-Jugoslavia non sono in grado di ottenere il permesso di soggiorno regolare o un altro documento che attesti la loro formale permanenza in Italia. Ciò avviene perché spesso queste persone non hanno il passaporto della loro nazione di origine – i nuovi stati della ex-Jugolsavia non li riconoscono come propri cittadini – e così non possono ottenere un permesso di soggiorno. Per quanto riguarda l’ottenimento della cittadinanza italiana la normativa impone la certificazione della continuità di residenza che il più delle volte non è dimostrabile per la permanenza in Italia delle famiglie rom in insediamenti considerati illegali. Molti Rom si trovano così ad essere in un “limbo” per quanto riguarda il loro status giuridico e sono apolidi de facto. Cfr. Vita.it, Il censimento secondo S. Egidio, 3 luglio 2008: http://www.vita.it/news/view/83406/rss .

70 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

71 Intervista a T. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 28 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

72 Intervista a V. H., uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 24 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

73 Intervista a C. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

74 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

75 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

76 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

77 Secondo le rilevazioni effettuate dal personale tecnico dell’Associazione 21 luglio, il rapporto tra le 5 finestre o porte finestre e la superficie del pavimento non rispetta le indicazioni contenute nella normativa. Cfr. Comune di Roma, Regolamento generale edilizio del comune di Roma: http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/node /P138069942/regolamento%20edilizio%20di%20roma.pdf e Comune di Roma, Deliberazione n. 7935 del 12 novembre 1932 e successive modificazioni e integrazioni, Regolamento di igiene: http://www.sigitalia.org/lex27-93/1932%2011%2012.pdf .

78 Intervista a C. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

79 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

80 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

81 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

82 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

83 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

84 Intervista a D. S., donna rom montenegrina, 41 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

85 Intervista a R. H., donna rom bosniaca, 50 anni, Roma, campo Salone, 29 luglio 2010.

86 Intervista a S. H., donna rom bosniaca, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

87 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 16 luglio 2010.

88 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

89 Intervista a T. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 28 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

90 Intervista a V. H., uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 24 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

91 Intervista a C. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

92 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

93 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

94 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

95 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

96 Intervista a D. S., donna rom montenegrina, 41 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

97 Intervista a R. H., donna rom bosniaca, 50 anni, Roma, campo Salone, 29 luglio 2010.

98 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

99 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 16 luglio 2010.

100 Intervista a T. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 28 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

101 Intervista a C. H., uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

102 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

103 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

104 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

105 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

106 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

107 Intervista a R. H., donna rom bosniaca, 50 anni, Roma, campo Salone, 29 luglio 2010.

108 Intervista a S. H., donna rom bosniaca, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

109 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

110 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

111 Intervista a T. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 28 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

112 Intervista a V. H., uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 24 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

113 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

114 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

115 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

116 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

117 Intervista a T. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 28 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

118 RomaToday, 1 aprile 2010, Sulla tratta Tivoli-Tiburtina riaperta la stazione di Salone: http://www.romatoday.it/municipio/8-casilino/ponte_di_nona/riaperta-la-stazione-di-via-di-salone.html .

119 La Repubblica, Viaggiatori rom schedati sui treni. I controllori si ribellano: è razzismo, 6 maggio 2010: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/06/news/viaggiatori_rom_schedati_sui_treni_i_controllori_si_ribellano_razzismo-3849525/ .

120 Intervista a C. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

121 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

122 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

123 Intervista a G. R., bambina rom con genitori montenegrini, 13 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

124 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

125 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

126 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

127 Intervista a D. S., donna rom montenegrina, 41 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

128 Intervista a R. H., donna rom bosniaca, 50 anni, Roma, campo Salone, 29 luglio 2010.

129 Intervista a S. H., donna rom bosniaca, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

130 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

131 Intervista a T. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 28 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

132 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 16 luglio 2010.

133 Cfr. Il Giornale.it, Blitz dei vigili al campo rom di via Salone: controlli e denunce per la comunità romena, 3 luglio 2010.

134 Il 27 agosto 2010 l’Associazione 21 luglio in un comunicato stampa ha espresso le sue preoccupazioni sulle condizioni di sicurezza dei «villaggi attrezzati» e delle strutture predisposte dal Comune di Roma per l’accoglienza dei rom sgomberati dagli insediamenti informali: http://www.21luglio.com/comunicati_stampa/com_27agosto.htm .

135 Intervista a C. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

136 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

137 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

138 Intervista a G. R., bambina rom con genitori montenegrini, 13 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

139 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

140 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

141 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

142 Intervista a D. S., donna rom montenegrina, 41 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

143 Intervista a R. H., donna rom bosniaca, 50 anni, Roma, campo Salone, 29 luglio 2010.

144 Intervista a S. H., donna rom bosniaca, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

145 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

146 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 16 luglio 2010.

147 Intervista a T. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 28 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

148 Intervista a V. H., uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 24 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

149 Intervista a T. R., bambino rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

150 Cfr. Comune di Roma, Capitolato speciale di appalto per l’affidamento del servizio di scolarizzazione dei minori appartenenti alle comunità rom dei 7 Villaggi attrezzati del Comune di Roma per il biennio 2009 / 2011:

http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/information/N1065593204/2009_CapitolatoAttrezzati.pdf

A tale numero vanno aggiunti gli 86 minori provenienti dal campo Casilino 900 e iscritti negli istituti della zona. Cfr. Redattore Sociale, Casilino 900 non c’è più ma continua a far parlare di sé, 10 settembre 2010:

http://www.redattoresociale.it/DettaglioNotizie.aspx?idNews=320022 .

151 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

152 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, Roma, 20 luglio 2010.

153 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

154 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

155 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

156 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

157 Cfr. Comune di Roma, Programma Retis: http://www.programmaretis.it/index.php/component/content/article/17-primo-giorno-di-lavoro-per-i-tirocinanti-nella-raccolta-dei-rifiuti-ingombranti

158 Cfr. S. Geraci, B. Maisano, F. Motta (a cura di), Salute zingara, Caritas Diocesana di Roma, Roma 1998.

159 Cfr. Associazione 21 luglio, comunicato stampa: Roma: a rischio la salute di 400 bambini rom. L’Associazione 21 luglio chiede spiegazioni, 22 luglio 2010: http://www.21luglio.com/comunicati_stampa/com_22luglio.htm .

160 ASL RM/E, Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, ASL RME, Analisi sulla mortalità per causa della zona di Settecamini – Case Rosse dal 1987 al 2001,16 settembre 2003; si può leggere all’indirizzo: http://www.sitotiburtina.altervista.org/ambiente/engelhard/2009/memoria%20comm_salute_sn.pdf .

161 ASL RM/B, parere del servizio di igiene e sanità pubblica del dipartimento di prevenzione della ASL RM/B nell’ambito della conferenza dei servizi per il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale (a.i.a.) alla basf italia s.r.l., 26 marzo 2010: http://www.aslromab.it/cittadini/dipartimenti/prevenzione/contenuti/parere.pdf .

162 ASL RM/B, parere del servizio di igiene e sanità pubblica del dipartimento di prevenzione della ASL RM/B nell’ambito della conferenza dei servizi per il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale (a.i.a.) alla basf italia s.r.l., 26 marzo 2010: http://www.aslromab.it/cittadini/dipartimenti/prevenzione/contenuti/parere.pdf .

163 ASL RM/B, parere del servizio di igiene e sanità pubblica del dipartimento di prevenzione della ASL RM/B nell’ambito della conferenza dei servizi per il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale (a.i.a.) alla basf italia s.r.l., 26 marzo 2010: http://www.aslromab.it/cittadini/dipartimenti/prevenzione/contenuti/parere.pdf .

164 Intervista con il coordinatore dall’area sanitaria per il progetto Gestione campi attrezzati del V dipartimento del Comune di Roma, 27 agosto 2010.

165 Intervista a C. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

166 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

167 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, Roma, 20 luglio 2010.

168 Intervista a G. R., bambina rom con genitori montenegrini, 13 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

169 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

170 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

171 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

172 Intervista a D. S., donna rom montenegrina, 41 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

173 Intervista a R. H., donna rom bosniaca, 50 anni, Roma, campo Salone, 29 luglio 2010.

174 Intervista a S. H., donna rom bosniaca, 32 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

175 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

176 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 16 luglio 2010.

177 Intervista a V. H., uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 24 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

178 Intervista a C. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 25 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

179 Intervista a F. H., uomo rom bosniaco, 40 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

180 Intervista a F. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, Roma, 20 luglio 2010.

181 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

182 Intervista a I. R., donna rom rumena, 46 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

183 Intervista a P. S., bambina rom con genitori montenegrini, 12 anni, Roma, campo Salone, 20 luglio 2010.

184 Intervista a G. S., uomo rom con genitori montenegrini, apolide di fatto, 32 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

185 Intervista a S. R., donna rom montenegrina, 36 anni, Roma, campo Salone, 26 luglio 2010.

186 Intervista a S. S., donna rom montenegrina, 58 anni, Roma, campo Salone, 16 luglio 2010.

187 Intervista a T. H,. uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 28 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

188 Intervista a V. H., uomo rom con genitori bosniaci, apolide di fatto, 24 anni, Roma, campo Salone, 23 luglio 2010.

189 Ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri, n. 3676, n. 3677 e n. 3678 del 30 maggio 2008: Disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio della regione Lazio, della regione Lombardia e della regione Campania

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0987_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html ; per il Lazio;

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0986_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html ; per la Lombardia;

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/0985_2008_06_03_OPCM_30_05_08.html_319159483.html ; per la Campania.

190 Cfr L. Piasere, I popoli delle discariche, Cisu, Roma 1991; G. Viaggio, Storia degli Zingari in Italia, Centro Studi Zingari, Roma 1997; J. P. Liégeois, Zingari e Viaggianti, Lacio Drom, Roma 1987.

191 Reuters Italia, Immigrazione, Commissaria ONU: campi rom come in Terzo Mondo, 11 marzo 2010: http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE62A0TS20100311

192 Intervista con il presidente dell’associazione Popica Onlus, 13 ottobre 2010.

193 Intervista con il presidente dell’associazione Popica Onlus, 13 ottobre 2010.

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