Camera dei deputati, interpellanza urgente

Posted by amministratore su 2 ottobre 2010

INTERPELLANZA URGENTE

Atto Camera dei deputati

Interpellanza urgente 2-00829 presentata da

SANDRO GOZI mercoledì 22 settembre 2010, seduta n.372

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell’interno, il Ministro per le politiche europee, per sapere – premesso che:

in seguito agli allargamenti dell’Unione europea del 2004 e del 2007, gran parte dei rom europei sono divenuti cittadini dell’Unione europea, e godono pertanto, assieme ai loro familiari, del diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, un diritto che costituisce un aspetto fondamentale della cittadinanza europea quale è definita dai trattati e attuata dalla direttiva 2004/38/CE;

tale direttiva prevede limitazioni della libertà di circolazione dei cittadini dell’Unione europea soltanto in casi eccezionali, e impone limiti chiari e precisi a tali misure, prevedendo in particolare, agli articoli 28, 30 e 31, che i provvedimenti di allontanamento debbano essere valutati e decisi singolarmente, tenendo conto delle circostanze personali e assicurando garanzie procedurali e mezzi di impugnazione, mentre la mancanza di mezzi economici non può assolutamente giustificare l’espulsione automatica di cittadini dell’Unione europea ai sensi dell’articolo 14;

a seguito delle numerose espulsioni avvenute recentemente ad opera del Governo francese, il 9 settembre 2010 il Parlamento europeo ha approvato con 337 voti a favore una risoluzione con la quale, dopo aver espresso viva preoccupazione per i provvedimenti adottati dalle autorità francesi, nonché da altri Stati membri nei confronti dei rom, ha esortato gli Stati membri non solo a rispettare pienamente gli obblighi emananti dalla normativa dell’Unione europea, eliminando eventuali incongruenze nell’applicazione, ma anche a rivedere e revocare le leggi e le politiche che discriminano, direttamente o indirettamente, i rom sulla base della razza e dell’origine etnica;


il 14 settembre 2010, la commissaria europea Reding alla giustizia, dopo aver usato toni molto duri sulla politica del Governo francese sulla questione delle recenti espulsioni dei rom, ha preannunciato l’apertura di una procedura d’infrazione per un’applicazione discriminatoria della direttiva sulla libertà di circolazione dei cittadini comunitari e per la mancata trasposizione delle garanzie procedurali e sostanziali previste dalla direttiva 2004/38/CE;

il 16 settembre 2010 durante il pranzo con i leader dei 27 in occasione del Consiglio europeo, si è verificato uno «scontro verbale molto acceso» tra il presidente della Commissione europea Jose Manuel Durao Barroso tramite la portavoce della Commissione – che ha ribadito che la posizione della commissaria Reding sulle espulsioni dei rom corrisponde a quella dell’intera Commissione – e il presidente francese Sarkozy – che ha considerato le espressioni usate, come «oltraggiose» e ha dichiarato che «la Francia continuerà a smantellare tutti i campi illegali;

è sembrato così profilarsi l’avvio di un possibile scontro istituzionale tra alcuni membri del Consiglio dell’Unione europea, da un lato, e la Commissione dall’altro, mentre secondo l’agenzia France Presse, che cita fonti anonime del Dipartimento di Stato, Washington ha invitato il Governo francese e quello di altri paesi a «rispettare i diritti dei rom»; da rilevare anche la posizione tedesca, con la cancelliera Merkel che si è dichiarata d’accordo con la Commissaria Reding sulla sostanza, anche se ha specificato di non approvare i toni usati;

il Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, al termine del vertice, ha dichiarato che «si discuterà della problematica dell’integrazione dei rom in uno dei prossimi Consigli», e ha enunciato le conclusioni di principio a cui sono giunti i 27 dopo l’acceso dibattito sui rom ossia: che «uno stato membro ha il diritto di applicare la legislazione nazionale e prendere misure per fare rispettare lo stato di diritto sul suo territorio»; che «la Commissione ha il diritto, e anzi il dovere, di vegliare sul rispetto del diritto comunitario da parte degli Stati membri, in particolare sul rispetto dei diritti fondamentali e della direttiva sulla libera circolazione, e di aprire un’inchiesta se lo ritiene necessario»; che «gli Stati membri hanno preso nota della dichiarazione del presidente della Commissione a nome dell’intero Collegio dei commissari, che ha preso le distanze dalle affermazioni fatte dalla commissaria Reding»; e che «il rapporto tra gli stati membri e le istituzioni europee, in particolare la Commissione, deve essere improntato al reciproco rispetto»;

in questo difficile contesto l’Italia ha appoggiato senza indugi, in un intervista rilasciata dal Presidente del Consiglio il 9 settembre 2010 al giornale Le Figarò, la linea seguita sui rom dal Governo francese, affermando, tra l’altro, che la Commissaria meglio avrebbe fatto a trattare la questione in privato con i dirigenti francesi, piuttosto che renderla pubblica come ha fatto;

già il 21 agosto 2010, il Ministro dell’interno aveva dichiarato in un’intervista al Corriere della sera che «la Francia non sta facendo altro che copiare l’Italia» e che semmai occorre fare un passo ulteriore arrivando «alla possibilità di espellere i cittadini comunitari come già previsto per i clandestini»; in occasione di un seminario sull’immigrazione tenutosi a Parigi, prima del Consiglio europeo del 6 settembre 2010, il Ministro, annunciava che la proposta di adozione di provvedimenti di «espulsione e rimpatrio anche per i cittadini comunitari» sarebbe stata avanzata formalmente alla Commissione europea;

lo stesso Ministro in un’altra intervista del 9 settembre 2010, ricordando le passate censure della Commissione sul decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 21 maggio 2008 e sulle conseguenti ordinanze che dichiaravano lo stato di emergenza sulla questione dei rom in Lazio, Lombardia, e Campania (n. 3676, 3677 e n. 3678) – e che prevedevano tra l’altro la possibilità di procedere a censimenti di tutti i presenti nei campi rom, anche tramite il rilevamento delle impronte digitali, persino se in presenza di soggetti minori – ha ribadito che le censure a livello europeo sarebbero state fondate su un «pregiudizio politico negativo»;

venerdì 17 settembre 2010 una decina di nomadi milanesi, attraverso i loro legali, hanno presentato ricorso al tribunale civile di Milano sul decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 2008 e sull’ordinanza relativa alla Lombardia, chiedendo da un lato l’accertamento del carattere discriminatorio dei provvedimenti del Governo sull’emergenza nomadi, e la loro immediata sospensione; e dall’altro di sollevare la questione alla Corte di giustizia dell’Unione europea, qualora il magistrato lo ritenga necessario per l’interpretazione delle normative comunitarie;

l’ex presidente della Corte costituzionale, Valerio Onida, in qualità di rappresentante della Organizzazione americana Open society justice initiative, che assiste legalmente i nomadi milanesi, ha dichiarato che il censimento previsto nelle ordinanze costituirebbe un controllo a carattere discriminatorio avendo per destinatari delle minoranze, quali i rom e i sinti;

in attesa della nuova udienza prevista per il 5 novembre 2010, nella quale il giudice dovrà anche decidere se inoltrare l’istanza alla Corte europea di giustizia, prima di poter emettere una decisione sul carattere discriminatorio dei provvedimenti adottati, resta il giudizio fortemente negativo per la policy adottata dal nostro Governo nei confronti di queste minoranze, «una politica discriminatoria nei confronti di una popolazione, che, sostanzialmente, non si è riuscita a gestire attraverso canali che sono soprattutto di tipo sociale, di tipo scolastico e di accompagnamento» come dichiarato dal direttore generale della Fondazione Migrantes della CEI -:

quali siano le iniziative in materia di politiche nei confronti dei rom che il Governo italiano ha già assunto in analogia al Governo francese o che intende assumere, e se ritengano che tali misure siano compatibili con le disposizioni dell’ordinamento comunitario e non rischino di portare all’apertura di una procedura di infrazione anche nei confronti dell’Italia.

SANDRO GOZI: signor Presidente, illustrerò molto rapidamente la mia interpellanza urgente rinviando al testo e ricordando l’elemento nuovo che si è aggiunto rispetto al momento in cui l’interpellanza urgente è stata depositata e cioè l’effettiva apertura dell’inizio di una procedura di infrazione e la richiesta di ulteriori informazioni da parte della Commissione europea al Governo francese proprio per i fatti oggetto dell’interpellanza e, in particolare, per un non corretto recepimento e applicazione della direttiva 2004/38/CE.

È evidente che l’apertura della procedura di infrazione da parte della Commissione europea aumenta ancora di più le nostre preoccupazioni rispetto alla linea dichiarata dal Governo e, in particolare, dal Ministro Maroni che – volevo ricordarlo – in varie interviste nel mese di agosto rivendicava la paternità delle misure adottate da Sarkozy, dal suo Ministro dell’interno Hortefeux e dell’immigrazione Besson.

Egli ha, infatti, sostenuto che la Francia non faceva altro che ripetere quello che già l’Italia faceva.

Dato che c’è adesso una procedura di infrazione aperta nei confronti della Francia per quegli atti che il Ministro Maroni diceva di aver già compiuto in Italia assumendosene la paternità del metodo e dato che la Commissione europea sta dicendo che ulteriori altri Stati membri sono sotto esame ed è in corso di valutazione anche la politica e la legislazione di altri Stati membri, siamo molto preoccupati perché non vorremmo, ma su questo aspetto bisogna sentire il Governo, che proprio l’Italia ancora una volta sia oggetto di una infrazione o comunque di una valutazione di esame specifico in materia da parte della Commissione europea.

ALFREDO MANTOVANO, Sottosegretario di Stato per l’interno. Signor Presidente, dal suo insediamento l’attuale Governo ha affrontato l’emergenza sociale e ambientale connessa ai campi nomadi. Lo ha fatto con provvedimenti concreti trovandosi come punto di partenza di fronte a situazioni indegne per una Nazione civile quale è l’Italia. Nessuno ha mai parlato dal Governo di «emergenza rom», quasi che la vicenda avesse una connotazione etnica. Abbiamo, anzi, corretto questa impostazione che veniva dal Governo precedente in particolare per Milano e l’abbiamo più correttamente definita «emergenza campi nomadi» e non si tratta di una precisazione meramente terminologica.

Al tempo stesso, è necessaria più di una rettifica di informazioni errate delle quali vi è traccia nel testo dell’interpellanza urgente alla quale rispondo. Contrariamente a quanto in essa affermato, al momento non risulta notificato alla prefettura di Milano alcun ricorso che, secondo quanto sostiene l’interpellante, taluni nomadi avrebbero presentato al tribunale di Milano contro il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 21 maggio 2008 e la conseguente ordinanza per l’emergenza campi nomadi in Lombardia.

Al contrario, tali provvedimenti hanno già superato con successo il vaglio del giudice amministrativo che ne ha sancito l’assoluta legittimità. Leggo dalla sentenza del TAR Lazio n. 6352/09: «Sia la dichiarazione emergenziale, sia le attività dei commissari delegati non sono specificamente rivolte agli appartenenti ad una determinata etnia, ma a tutti coloro che, a prescindere dalla nazionalità o da ogni altra caratterizzazione individuale, sono presenti negli insediamenti».

Pertanto, prosegue la sentenza, «non può accogliersi la tesi che la dichiarazione dello stato di emergenza e le successive ordinanze siano finalizzate alla discriminazione razziale nei confronti degli appartenenti all’etnia rom. Nel caso di specie, peraltro, non è ravvisabile alcuna forma di discriminazione né diretta, né indiretta».

Questi medesimi argomenti sono stati ripresi, da ultimo, dal tribunale di Milano, con l’ordinanza n. 49050 del 2010. Sempre il TAR Lazio ha sottolineato che il monitoraggio dei campi autorizzati e l’individuazione degli insediamenti abusivi «costituiscono misure propedeutiche necessarie per il superamento dell’emergenza e per la realizzazione delle finalità di inclusione delle comunità nomadi nel tessuto sociale». Francamente, fra l’annuncio di un ricorso e plurime, ma univoche, decisioni giurisdizionali, credo che gli stessi onorevoli interpellanti non avranno difficoltà a fare riferimento alle seconde, che forse finora saranno sfuggite.In realtà, gli obiettivi perseguiti dalle ordinanze del Presidente del Consiglio dei ministri con le quali i prefetti di Roma, Milano, Napoli, e successivamente quelli di Venezia e di Torino, sono stati nominati commissari delegati al superamento dell’emergenza nelle rispettive regioni, puntano all’inclusione, non alla discriminazione.

I commissari hanno avviato il loro lavoro compiendo quell’atto che è indispensabile per iniziare qualsiasi attività complessa: il censimento, senza il quale è impossibile capire chi ha pregiudizi penali a carico, chi è straniero e se risiede regolarmente in Italia, chi è comunitario, chi è italiano, quanti sono i nuclei familiari, qual è la rispettiva consistenza. Censimento – non schedatura etnica, come a suo tempo, irresponsabilmente, è stato detto da qualche esponente politico e da qualche media – riferito ad insediamenti non omogenei nella loro composizione. Censimento, il cui scopo era conoscere per adottare le soluzioni più opportune a superare l’emergenza, e quindi a tutelare i più deboli, in particolare i minori costretti in situazioni di degrado.

Oltre la metà degli abitanti dei campi nomadi sono risultati essere bambini in età scolare, ma solo pochi di essi frequentavano la scuola. Sarebbe stato utile e opportuno che gli ipercritici «a prescindere» dal lavoro svolto dal Governo, dai commissari, dal volontariato, dagli enti territoriali un paio d’anni fa avessero dato uno sguardo diretto e personale a realtà come Casilino 700 o Casilino 900, lasciate in eredità all’attuale sindaco di Roma dalla precedente amministrazione della capitale, con i bambini che giocavano nei liquami, con rifiuti di ogni genere a fianco e dentro le baracche, con condizioni igienico-sanitarie non descrivibili per il rispetto nei confronti di quest’Aula.

Il censimento ha posto le basi conoscitive necessarie per conseguire, in un secondo momento, tre obiettivi fondamentali: garantire le prestazioni sanitarie d’urgenza; favorire l’integrazione sociale; porre le condizioni per una piena scolarizzazione dei minori. Peraltro, il censimento si è svolto con la collaborazione della Croce rossa italiana, ed è avvenuto in base alle linee guida emanate dal Ministero dell’interno. Di tali iniziative è stata costantemente informata la Commissione europea e in data 1o agosto 2008 alla stessa Commissione è stato inviato un dettagliato rapporto, a seguito del quale il Vicepresidente dell’epoca si è espresso favorevolmente sull’attività avviata dall’Italia.

Per avere un’idea del lavoro svolto nella sola capitale, mi limito a illustrare qualche dato sommario e veloce. Sono stati censiti più di 100 insediamenti: oltre 80 quelli abusivi, 14 i campi tollerati e 7 i villaggi autorizzati, riconosciuti e gestiti dal comune. Le presenze rilevate ammontavano a circa 7 mila persone tra adulti e minori: 2.200 negli insediamenti abusivi, 2.700 in quelli tollerati e 2.000 nei villaggi autorizzati. Le condizioni generali rilevate nei campi sono quelle a cui prima facevo cenno.

Il «Piano nomadi» ha ruotato e ruota su due direttive fondamentali: riordino strutturale degli insediamenti e integrazione, anche attraverso il miglioramento delle condizioni abitative.

Sono stati previsti almeno 10 villaggi autorizzati per l’accoglienza di un massimo di 6.000 nomadi, nonché un campo di sosta-transito; la ristrutturazione dei campi autorizzati, l’attivazione dei presidi di vigilanza e socio-educativi; la chiusura dei campi tollerati con maggior degrado – tra cui Casilino 900 – e di quelli abusivi; il rilascio del «Documento di autorizzazione allo stazionamento temporaneo» (il cosiddetto DAST, Documento amministrativo di riconoscimento che autorizza allo stazionamento presso il campo);

bonifica e recupero delle aree interessate dalla chiusura.Le attività finora realizzate – ripeto: soltanto a Roma – hanno portato alla stabilizzazione e alla ricollocazione di circa tremila nomadi, all’adozione del regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati, a lavori di ampliamento e di rifacimento di cinque villaggi autorizzati (Salone, Candoni, River, Gordiani, Castel Romano), nei quali sono stati attivati i servizi di vigilanza e viene rilasciato il DAST ai dimoranti, a rilievi fotodattiloscopici, alla sistemazione nel CARA dei richiedenti il riconoscimento dello status di rifugiato, alla chiusura di Casilino 900, con la ricollocazione dei circa 650 dimoranti e alla bonifica dell’area interessata, alla ricollocazione dei nomadi della Martora, allo sgombero di svariati insediamenti abusivi e tollerati, tra cui il cosiddetto Casilino 900 ed altri.

È stata programmata la chiusura di tutti i campi abusivi, anche alla luce dell’aggiornata mappatura di tali insediamenti (sono circa centocinquanta, compresi i micro insediamenti anche di poche unità di persone).Complessivamente, per la sola città di Roma e per alcune province limitrofe del Lazio, è stata data accoglienza finora a 4 mila 150 nomadi e – tenuto conto che il piano prevede l’accoglienza complessivamente di 6 mila unità – ne restano da collocare 1.850, con la realizzazione di almeno altri due nuovi villaggi della solidarietà.

Per coordinare gli interventi dei vari commissari è stato costituito, presso il Ministero dell’interno, un gruppo tecnico, che opera da dicembre 2008. A tale gruppo partecipano oltre ai commissari, i rappresentanti dei Ministeri del lavoro e delle politiche sociali, della salute, dell’istruzione, dell’università e della ricerca, dell’Unicef e degli enti territoriali interessati.Con il censimento – e queste sono le cifre complessive – sono stati individuati complessivamente 361 campi abusivi, è stata registrata la presenza di 16 mila 355 persone, sono stati disposti 2.657 provvedimenti di allontanamento.

Per la primissima fase di competenza del Governo, sono stati stanziati circa 60 milioni di euro. La seconda fase rientra nella competenza degli enti locali, con il monitoraggio del Ministero dell’interno.

Come ha ricordato il Ministro Maroni in occasione del question time del 22 settembre scorso, resta una lacuna, che rischia di vanificare l’efficacia dell’intera normativa in materia di libera circolazione dei cittadini comunitari nel territorio dell’Unione.

La direttiva comunitaria n. 38 del 2004, recepita nel nostro Paese con il decreto legislativo n. 30 del 2007, prevede che i cittadini di Paesi appartenenti all’Unione europea e i loro familiari hanno il diritto di soggiornare nel territorio nazionale, per un periodo non superiore a tre mesi, senza alcuna condizione o formalità, salvo il possesso di un documento di identità valido.

Per soggiorni superiori a tre mesi è, invece, necessario svolgere un’attività lavorativa subordinata o autonoma, ovvero disporre di risorse che non gravino sull’assistenza sociale. Se mancano questi requisiti non si può rimanere sul territorio dello Stato ospitante.

Il problema non è il precetto, né la sanzione, ma le modalità di applicazione della sanzione: l’allontanamento, in questi casi, avviene con intimazione invece che per riaccompagnamento nello Stato di appartenenza.

È noto che il diritto di libera circolazione può subire limitazioni soltanto per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza ovvero di sicurezza dello Stato. Ricorrendo tali motivi può anche essere disposto l’allontanamento effettivo, che in alcuni casi viene eseguito immediatamente, con divieto di reingresso nel territorio nazionale.

Al di fuori di tale ipotesi, il cittadino comunitario e il suo familiare possono essere allontanati, ma solo su base volontaria, come è avvenuto in Francia, se vengono a mancare le condizioni che legittimano il diritto al soggiorno. In tal caso, il provvedimento che prevede un termine non inferiore a 30 giorni per lasciare il territorio nazionale non può disporre un divieto di reingresso. Questo non impedisce che il comunitario, anche quando abbia adempiuto all’ordine di lasciare il nostro Paese, vi faccia presto ritorno. Le norme dell’Unione europea non forniscono agli Stati membri gli strumenti per rendere effettive le conseguenze della violazione sul punto della direttiva comunitaria n. 38.

Il Ministro Maroni, in occasione del seminario sul diritto d’asilo e sulla lotta all’immigrazione clandestina, svoltosi a Parigi il 7 settembre scorso, ha ribadito che non è in discussione il diritto dei cittadini di Paesi membri dell’Unione europea di circolare liberamente all’interno delle frontiere comunitarie, bensì il loro diritto di risiedervi stabilmente, in assenza dei requisiti pure indicati dalla normativa europea, a cominciare da quello di possedere adeguate fonti di reddito.

Non avere reddito e risiedere per un periodo superiore a tre mesi rende facile il rischio di procacciarsi mezzi di mantenimento con attività illecite o comunque con comportamenti contrari alla sicurezza e al decoro pubblico. Già nel maggio 2008 il Consiglio dei Ministri aveva approvato uno schema di decreto legislativo (atto del Governo n. 5) contenente modifiche al decreto legislativo n. 30 del 2007, nel senso di prevedere l’allontanamento anche nelle ipotesi in cui il cittadino comunitario non dimostri la liceità delle sue attività, dalle quali derivino le risorse necessarie al suo sostentamento. Questo schema di decreto legislativo è stato poi ritirato, ma oggi il Governo italiano intende porre nuovamente la questione all’attenzione della Commissione europea.

Va ricordato che, con comunicazione del 21 settembre, vi è stato un prosieguo di discussione dopo le tensioni tra la Commissione e la Francia, culminate con la presa di posizione del Commissario Reding.

Il 16 settembre si è tenuto un confronto informale e non programmato tra Capi di Stato e di Governo sul punto durante una colazione di lavoro, i cui esiti sono stati richiamati dal Presidente del Consiglio dell’Unione europea, Van Rompuy.

Questi ha ribadito il diritto degli Stati membri di applicare le proprie disposizioni nazionali in materia di pubblica sicurezza, ma ha al contempo attirato l’attenzione sulla necessità di garantire il rispetto delle direttive vigenti.

Si è registrato anche l’intervento del Presidente della Commissione Barroso, il quale si è dissociato dalla forma delle note dichiarazioni rilasciate dalla commissaria Reding, pur confermando l’intenzione della Commissione di vigilare attentamente sul rispetto delle direttive e di prevenire eventuali infrazioni al principio di non discriminazione su base etnica.In conclusione, l’Italia è pienamente legittimata a sollevare la propria voce in sede europea, perché oggi, più che nel passato, ha mostrato nei fatti un lavoro intenso, teso all’inclusione e all’integrazione di chi vive nei campi nomadi. Quindi, ha esperienze e competenze tali per ricordare che nell’interesse di tutti, inclusi i tanti nomadi onesti, è indispensabile che le regole siano chiare e soprattutto che siano rispettate.

SANDRO GOZI: Signor Presidente, non posso dichiarare la mia soddisfazione.

Sulla prima parte dell’intervento del sottosegretario, vediamo cosa deciderà il tribunale civile di Milano il 5 novembre rispetto alla richiesta dei ricorrenti di sottoporre in via pregiudiziale alla Corte di giustizia europea i provvedimenti sul censimento del 2008, che presentano forti dubbi di legittimità comunitaria, proprio perché sono concepiti in maniera specifica per un gruppo etnico, quello rom.

Mi sembra anche che, dalla risposta dell’onorevole sottosegretario, sia stato confermato il fatto che questi provvedimenti sono stati concepiti unicamente per uno specifico gruppo etnico. Quindi, noi abbiamo forti perplessità e dubbi, come del resto i ricorrenti e le associazioni che hanno assistito.

Sulla questione dei campi nomadi, l’onorevole sottosegretario non ci ha parlato dei problemi di sovraffollamento: arriviamo fino a mille persone cui, in seguito agli sgomberi voluti dal sindaco di Roma e dal Governo, occorre far fronte in un campo specifico di Roma.

Questo per la prima parte. Peraltro, le cifre che il sottosegretario ci ha citato vanno confrontate, innanzitutto, con almeno 93 milioni di euro che sono stati spesi dal Governo, secondo le informazioni che noi abbiamo raccolto, per procedere agli sgomberi;

in secondo luogo, con almeno 15 milioni di euro del Fondo sociale europeo a disposizione dell’Italia per le politiche di inclusione sociale, che non ci risulta siano stati ancora utilizzati. Quindi, anche da questo punto di vista, mi rimangono alcune perplessità. Circa la seconda parte dell’intervento del sottosegretario, mi riferisco a quanto accaduto in agosto in Francia e in Italia, perché il Ministro Maroni ha sposato la linea del Governo francese e lo ha confermato anche in quel seminario informale convocato dai suoi colleghi Besson e Hortefeux a Parigi.

Credo che sia molto pericolosa la piega che alcuni Governi, come quello di Roma e di Parigi, stanno prendendo, perché tale impostazione rischia di mettere in crisi uno dei pilastri della nostra convivenza in Europa: si rischia, attraverso dichiarazioni seguite da provvedimenti, seguiti a loro volta da dichiarazioni che rilanciano poi anche oltre l’oggetto dei provvedimenti, di criminalizzare un intero gruppo etnico.

Noi crediamo invece che, da una parte, non sia assolutamente accettabile la criminalizzazione di una comunità o di un gruppo etnico e, dall’altra parte, ciò sia ancora meno accettabile se viene utilizzato per nascondere delle debolezze, delle incapacità a prevenire o a reprimere, giustamente, i criminali all’interno di quei gruppi etnici che – ovviamente come criminali, e non in quanto rom, italiani o francesi – vanno colpiti.

La soluzione non può essere né quella di cacciare tutti in modo indiscriminato, né di violare i diritti fondamentali, né di cercare di dare una lettura ed un’interpretazione che non sono consentite rispetto alla direttiva comunitaria n. 38 del 2004, e ciò per inseguire i sondaggi, per inseguire le emozioni.

Credo si tratti di una partita che si gioca tra Italia ed Europa, e che deve guardare ad un doppio pilastro: dobbiamo costruire uno spazio di libertà, e dobbiamo costruire uno spazio di sicurezza.

La linea del Governo italiano e del Governo francese rischia di restringere eccessivamente la libertà di tutti gli europei, per non riuscire a prevenire ed a colpire l’insicurezza creata da alcuni europei. Vi sono delle norme molto rilevanti, che hanno ormai un valore costituzionale: l’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali vieta le espulsioni collettive, l’articolo 21 vieta qualsiasi forma di discriminazione. È evidente che la risposta dev’essere una strategia comune di integrazione a livello europeo e nazionale.

La Commissione europea ha annunciato che presenterà un piano di integrazione nel 2011, e ciò implicherà anche l’elaborazione di piani di integrazione nazionali. A nostro parere, quanto è stato fatto sinora dal Governo italiano non è sufficiente, ed auspichiamo che il nuovo impegno che viene assunto a livello europeo spinga l’Italia ad elaborare un vero e proprio piano nazionale di integrazione dei rom.

Esso dovrà ovviamente contribuire ad una questione che o si risolve a livello europeo o non si risolve, perché altrimenti ogni misura è inutile: possiamo continuare a sgomberare una città, ed essi andranno in un’altra; possiamo benissimo espellerli da uno Stato e andranno nell’altro. Se, a livello europeo, non si impongono delle condizioni anche più dure quanto all’utilizzo dei fondi a Paesi come la Romania o la Bulgaria, in cui si origina innanzitutto la questione del movimento della comunità rom, il problema non viene risolto.

Vengo al terzo punto, la direttiva comunitaria n. 38 del 2004. Quali sono le condizioni? Vorrei ricordarlo: le condizioni per circolare sono avere un documento di identità, avere delle risorse finanziarie sufficienti ed avere una copertura finanziaria sufficiente; se, passati i tre mesi, queste condizioni non sono soddisfatte, non è possibile un’espulsione automatica. Occorre, innanzitutto, concedere al singolo individuo il tempo ragionevole per dimostrare la propria identità, se non ha un documento di identità in mano. Se non ha risorse o copertura può essere espulso solo se rappresenta un onere irragionevole per lo Stato membro: non basta che non abbia delle risorse economiche, occorre dimostrare (e ciò richiede una valutazione caso per caso, e non per gruppi) che costituisca un onere irragionevole per lo Stato in cui si trova. Bisogna, quindi, valutare se la persona si trova in una difficoltà transitoria o se la difficoltà è permanente; ed è vietato qualsiasi tipo di automatismo.

Tutto ciò dev’essere accompagnato da una valutazione specifica e l’allontanamento può esser disposto (ciò è stato ricordato dal sottosegretario) per motivi imperativi di sicurezza, ordine pubblico o sicurezza dello Stato. Il Ministro Maroni ed il Ministro Frattini continuano a dirci nelle sedi opportune che, decorsi i tre mesi, la direttiva può essere interpretata nel senso che, se non vi sono sufficienti condizioni economiche, può essere disposto l’allontanamento.

Si tratta di una piega pericolosa, perché ciò vuol dire restringere di fatto la libertà di circolazione. Vi è, tra l’altro, una serie di condanne per le espulsioni collettive, non solo in sede comunitaria, ma anche in sede di Corte europea dei diritti umani, sulle quali dovremo fare molta attenzione, ma il punto su cui non ho ricevuto risposta e che non mi trova soddisfatto è in che cosa Maroni ritiene di aver anticipato le politiche che oggi fanno l’oggetto di infrazione. Il Ministro Maroni – lo ripeto – in varie interviste ci ha detto che quello che sta facendo la Francia è semplicemente quanto abbiamo fatto noi prima.

Dato che questo costituisce oggetto oggi di infrazione e dato che riguarda esattamente un’interpretazione troppo restrittiva della direttiva n. 2004/38/CE (in merito alla quale il sottosegretario ci dice: ripresenteremo un decreto legislativo che in sostanza mira a operare un’uguale restrizione), allora è evidente che non possiamo essere soddisfatti, è evidente che questo crea un rischio ulteriore di contenzioso con la Commissione europea.

 

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: