La partecipazione attiva, il gusto del potere e le sue logiche

Posted by amministratore su 13 giugno 2010

Nelle relazioni umani passano tante cose: vissuti, emozioni, sentimenti, aspettative, rappresentazioni di sé, dell’altro e della società. Nel tempo le relazioni diventano conoscenza e anche compensazione di sé e dell’altro, ma possono anche diventare tendenza al controllo, controllo dell’altro, controllo di quello che si considera come luogo della presa di possesso sull’altro o sugli altri.

L’essere umano è un “animale sociale” ma come diceva Aristotele è anche un “animale politico” cioè qualcuno che ha una visione dei rapporti umani e del come devono essere organizzati.

Difficile non farsi contaminare dal “gusto del potere”; sappiamo che il denaro (denaro che dà potere) e il potere, come forme di dominio sull’altro, sono le componenti che fanno agire l’uomo che si lascia trascinare da questo piacere, piacere di cui può anche non rendersi conto.

La cosa più sorprendente è che questo gusto per il controllo e il dominio sull’altro avviene anche con persone che dichiarano essere per la solidarietà, l’eguaglianza e la giustizia.

Ma sappiamo che in nome dell’amore, dell’eguaglianza e della giustizia si sono anche commessi i più grandi crimini.

Le logiche del potere sono sottili e spesso invisibili; sono anche spesso seminate di buoni sentimenti, creano dipendenza affettiva e diventano armi di ricatto micidiale sulla vita delle persone, le logiche del potere hanno anche a che fare con il senso d’insicurezza sia di chi esercita il potere che di chi lo subisce o lo accetta con passività.

Nelle logiche di potere vi sono la malafede. La malafede è quella fede in se stesso che presenta come verità, è quel modo di presentare le cose in modo ambiguo che non favorisce un vero confronto, una maturazione, un mutuo apprendimento e una crescita della libertà nella libertà.

La malafede del potere di controllo sull’altro in nome del suo bene è spesso una caratteristica degli ‘esperti’ della relazione, di quelli che pretendono di avere le risposte, di quelli che spacciano per scienza quello che appartiene al mondo magico ma che favorisce la dipendenza e il ricatto.

Quando si è da troppo tempo immerso nella gestione del controllo sull’altro e gli altri si diventa un tutt’uno con il gusto del potere che diventa modo di essere nei rapporti, modo di essere quando non si permette il dibattito vero, la dialettica culturale e umana come un momento di apprendimento serio che può mettere in discussione gerarchie che sembravano stabilite rimettendo in movimento energie positive, che fanno del processo umano vero, autentico non una farsa ma un impegno che coinvolge la persona nel suo rapporto con l’altro.

Le logiche di potere diventa anche commercializzazione delle “competenze” presunte che trasformano in merce l’azione umana, azione umana che diventa servilismo, passività, assenza di autonomia vera e quindi di libertà nonché di eguaglianza delle libertà.

L’uomo prende gusto al potere e al controllo su altri esseri umani, prende gusto nel gestire la vita degli altri, in questo modo l’uomo anche più “umile” si sente come un Dio.

Accade spesso nel rapporto tra operatori e persona che vive una condizione di disagio, tra maestro e discepolo , padre e figlio, governante e governato. La relazione di aiuto o di apprendimento diventa rapporto di dominio e non dialogo tra liberi e eguali .

Per chi controlla le logiche di potere sugli altri la spinta all’indipendenza e al mettere in discussione i poteri costituiti diventa un pericolo che va scongiurato o duramente contrastato con diverse tecniche che vanno dal creare dipendenza affettiva, subalternità culturale, neutralizzazione, marginalità, dipendenza materiale per la sopravvivenza e accettazione da parte dell’altro della propria condizione di servo.

Etienne La Boétie, con spirito ribelle di fronte a tutte le forme di asservimento, soprattutto di quelle mascherate da intenzioni democratiche, scriveva:

Si trova sempre qualcuno , nato meglio degli altri, che sente il peso del giogo e non riesce a non scuoterlo; che non si lascia mai addomesticare e che sempre, come Ulisse, parte per i mari e per le terre per trovare il fumo della propria casa, non può non indicare i privilegi e ricordarsi del proprio essere, è proprio quello, che ha l’intelletto netto e lo spirito illuminato, che non si accontenta come la maggioranza di guardare solo quello che ha davanti ai piedi, guarda all’indietro e davanti e si ricorda anche le cose passate per misurare quelle dei tempi a venire e giudicare quelle del tempo presente; è quello che ha le testa bene fatta da sé, lavorata con lo sforzo dello studio e del sapere. Questo anche se la libertà fosse interamente persa e tutta fuori dal nostro mondo, la assapora ancora, la servitù non è mai di suo gusto , anche se viene presentata con i migliori vestiti”.

Questo spaventa chi ha il controllo sull’altro, chi si circonda della “servitù volontaria”, una paura di vedere la propria comunità di sinergie chiuse e gerarchiche sfaldarsi e diventare un vulcano che rimette in moto energie che possono ridisegnare in modo imprevisto e non controllabile la geografia della relazioni e dei rapporti tra esseri umani.

Quando la comunicazione è fatta di vero dibattito, di confronto vero, quando diventa un’Agorà del pensiero e delle idee che s’incontrano, un luogo non è esclusiva ma promotrice di idee, innovazioni, cambiamenti, possibilità di costruire l’inedito, dove la poesia umana ricomincia a scorrere nel tessuto vitale dei rapporti.

Dove questo mondo fatto di tante storie non è più controllato da chi crede avere un diritto di monopolio su un territorio sociale o intellettuale ma ha la capacità di rimettersi in gioco, di confrontarsi con la sfida della costruzione di una comunità di liberi e eguali.

Emmanuel Mounier, il filosofo personalista e dell’idea di comunità intesa come comunitas che accoglie, crea spazi d’incontro e rispetta la pluralità dei soggetti esistenti, che lottava, negli anni trenta, sia contro l’ascesa dei fascismi che contro il totalitarismo stalinista, notava che gli atti che fondano la comunità dialogante sono:

  1. sapere uscire da se stesso
  2. comprendere
  3. assumersi la responsabilità delle proprie azioni
  4. sapere dare
  5. essere fedele
  6. sapersi raccogliere senza chiudersi
  7. il senso del pudore e della dignità dell’altro.

La logica del potere e del controllo, del monopolio sull’altro non accetta la “fecondazione reciproca”, non riconosce il “senso dell’umanità” nella relazione, fa della diseguaglianza un modo di essere pure dichiarando il contrario, soprattutto dichiarando il contrario.

Forse oggi l’obiettivo non è scoprire quello che siamo, ma rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare” (Michel Foucault)

Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, ne demoniaco ne mostruoso.”(Hannah Arendt)

La crisi della critica non è che una delle manifestazioni della crisi generale e profonda della società … Le voci discordanti o dissidenti non sono soffocate dalla censura o dagli editori che non osano pubblicizzarli, sono soffocate dalla commercializzazione generalizzata.” (Cornelius Castoriadis)


 

 

 

 

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