Il paradosso sociale del passato, la speranza culturale del futuro

Posted by amministratore su 18 maggio 2010

Se la popolazione rom e sinta in Italia è la più discriminata, più emarginata e la meno scolarizzata, una motivazione deve pur esserci.

Se la cultura romanì non è conosciuta ed è oggetto di delegittimazione una motivazione deve pur esserci.

Se l’identità culturale romanì è oggetto di criminalizzazione, una motivazione deve pur esserci.

Nulla accade per caso, c’è sempre una motivazione.

Se è vero che la popolazione rom e sinta è sempre stata usata e strumentalizzata dalla politica, è altrettanto vero che gran parte delle scelte politiche, proposte ed attivate senza la partecipazione attiva e qualificata di rom e sinti, sono in gran parte fallite.

Responsabilità della politica? Certo, ma anche responsabilità delle “interpretazioni” della cultura romanì utilizzate per “proporre” e realizzare una politica sociale di “tutela” (mai di promozione!) della cultura romanì e di assistenzialismo culturale delle persone rom e sinte.

Il paradosso delle interpretazioni della cultura romanì poteva attivare, ed infatti ha attivato, solo politiche differenziali di segregazione e di marginalità, ma anche impedito una politica di integrazione e di interazione culturale per una evoluzione della cultura romanì, ed obbligato tanti rom e sinti ad aderire ad una silenziosa e forzata assimilazione culturale.


Un paradosso che ha posto in standy bay l’evoluzione della cultura romanì e che nel passato è stato recepito da una legislazione regionale, che attraverso un’articolato di legge ha dato legittimità sociale ad interpretazioni culturali che si sono dimostrate sbagliate, producendo disastri sociali e culturali per la popolazione romanì.

Una scelta politica e legislativa che da una parte convalida la “questione di ordine sociale” di Rom e Sinti, dall’altra DELEGITTIMA la “promozione culturale” con una soluzione pragmatica per legittimare la “TUTELA” ed il “TUTORE”.

Considerato il contesto politico e culturale della seconda metà del 1900, durante il quale le interpretazioni sulla cultura romanì sono state suggerite per avviare politiche, non ho alcun motivo per dubitare sulla buona fede dei promotori.

Ma oggi è necessario prendere atto delle motivazioni del fallimento e dei devastanti risultati della politica delle interpretazioni della cultura romanì, e avviare una “rivoluzione politica e culturale” per non permettere che i disastri del passato si trasformino in un “SISTEMA” per una nuova “CRICCA”.

La popolazione romanì e la società civile non possono continuare ad essere complici di chi ignorando il passato continua a mettere in atto politiche differenziate di segregazione e di marginalità, di assistenzialismo culturale e di “tutela”, perchè il rischio di criminalizzare l’identità culturale romanì e delegittimare la nostra cultura è oggi concreto.

Occorre avviare una “rivoluzione culturale e politica” che permetta alla cultura romanì di manifestarsi, svilupparsi e progredire come tutte le altre culture.

Una rivoluzione politica e culturale che in prima istanza deve nascere dalle idee di una minoranza romanì con la collaborazione della società civile e successivamente aprirsi alla massa di popolazione romanì.

Come tutte le rivoluzioni politiche e culturali sono le idde di una minoranza ad avviarle, mai le masse.

Politica, strategia e idee che saranno presentate e discusse alla prossima assemblea annuale della Federazione romanì, Firenze 27 e 28 Maggio 2010.

Nazzareno Guarnieri



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