Romanì chib

Posted by amministratore su 24 aprile 2010

La lingua romaní detta anche romaní ©hib o romanès o romanó (quest’ultimo termine è usato in Spagna e viene detto anche calo) non ha nulla a che vedere con la lingua rumena, né con le lingue romanze, né tanto meno con il romanesco della città di Roma, ma è una lingua strettamente imparentata con le lingue neo-indiane come l’hindi, il punjabi, il kaÒmiri e il rajastani e deriva dal sànscrito.

La romaní ©hib non è altro che il risultato dell’evoluzione, al pari delle lingue citate, di forme popolari e mai scritte di idiomi indiani, mentre il sànscrito è il risultato di una lingua scritta da eruditi in forma colta e artificiale (< samskrta– = ben fatto).

Il romanès non è un dialetto delle lingue neo-indiane menzionate, ma una lingua a sé stante viva e vitale e come tutte le lingue ha tante varianti dialettali.

Essendo tramandata oralmente per oltre dieci secoli, si è arricchita degli imprestiti dei popoli con cui è venuta in contatto.

Dei tratti indiani la lingua romaní conserva soprattutto:

  1. la similitudine del sistema fonologico sia sul piano della struttura che su quello della frequenza dei fonemi;
  2. circa 800 vocaboli e affissi;
  3. identità morfologica del gruppo nominale romaní con quello delle lingue neo-indiane, con una declinazione di due casi (diretto e obliquo) e di un sistema di posposizioni; a questo si aggiunge l’accordo per genere, per numero e per casi della posposizione possessiva;
  4. delle similitudini fra le morfologie verbali romanès e le lingue neo-indiane.

Oggi i romanologi sono concordi nel sostenere che in tutti i dialetti della lingua romaní c’è una base di parole comuni: circa 800 vocaboli e affissi di origine indiana, 70 di origine persiana, 40 di origine armena e circa 200 termini tratti dal greco, non mancano termini rari come quello buruÒaski (lingua isolata dell’Himalaya) vun‡ile che significa “debiti” e la parola georgiana camcàle che significa “ciglia” (Marcel Courthiade).

Ciò sottolinea come fino all’Impero Bizantino la popolazione romaní sia rimasta
sostanzialmente unita (a parte le comunità che disseminava lungo il suo percosso verso Occidente). In Europa la lingua romaní si è arricchita dei vocaboli delle lingue e dei dialetti delle popolazioni ospitanti, a seconda dell’itinerario seguito.

Oggi, è anche una lingua scritta grazie ad una fiorente letteratura (poesie, romanzi, opere teatrali, racconti, saggi, articoli giornalistici, ecc.) che si è sviluppata soprattutto nella seconda metà del Novecento.

A causa delle persecuzioni sistematiche in molte regioni e in molti Stati la lingua romaní si è fortemente indebolita, tanto che oggi vengono adottate le grammatiche dei Paesi ospitanti arricchite con il lessico romanò. I linguisti chiamano questo innesto di romanès nelle grammatiche delle lingue locali para-romaní o -in Inghilterra- pogadi jib ( < romanès pakerdì ©hib che significa letteralmente “lingua rotta”).

Sono le comunità romanès della Gran Bretagna, della Norvegia, della Svezia, della Spagna e del Portogallo che, oggi, parlano il para-romaní (in Gran Bretagna è detta anche anglo-romanès e nella penisola iberica calo). Esistono due lingue vicine al romanès che si sono separate da esso fra l’epoca della partenza dall’India e quello dell’arrivo in Europa: il domani o nawar (Siria, Libano, qualche gruppo in Egitto) e il lomani o bo∂a (Armenia, oggi probabilmente estinti).

Romaní (in inglese si trova scritto anche romany) non è altro che la forma aggettivale del sostantivo Rom, da cui deriva anche la forma avverbiale romanès.

È importante sottolineare che, nonostante gli etnonimi diversi, tutti i gruppi di Rom (Roma), Sinti, Manouches, Kale (Cale) e Romanichals definiscono la loro lingua come romaní (romany) o romanès o romanó ed è parlata in tutti gli Stati europei, nelle Americhe, in Australia, in Nord Africa (Egitto, Algeria) e in Medio Oriente.

La lingua romaní è lo specchio fedele della storia e della cultura delle comunità romanès.

E proprio grazie allo studio della loro lingua che si è potuto svelare una parte del mistero delle origini dei Rom, Sinti, Kale, Manouches e Romanichals che da secoli girovagavano continuamente in Europa, soprattutto a causa delle politiche persecutorie.

La scoperta avvenne nel 1760 grazie al sacerdote ungherese Istvàn Vályi, attraverso il
confronto fra il vocabolario della lingua Malabar di studenti indiani suoi colleghi a Leide e quella dei Rom Ungheresi.

La sua in realtà fu solo un’intuizione geniale. Anche l’inglese Jacob Bryan nel 1776 sostenne l’origine indiana della popolazione romaní così come un altro inglese Williams Marsden.

La conferma scientifica arrivò nel 1782 quando venne pubblicato a Leipzig il risultato degli studi effettuati nel 1777 “Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner aus Indien” (della lingua e dell’origine degli zingari dall’India), in cui l’autore, il tedesco Johann Carl Christoph Rüdiger dimostra attraverso il metodo comparativo, che alcune frasi in lingua romaní sono collegate con alcuni dialetti dell’India Settentrionale.

Questa “scoperta” viene consolidata e arricchita dal tedesco Heinrich Moritz Gottlieb Grellmann che con il suo libro “De Zigeuner. Ein Historischer Versuch über die Lebensart und Verfassung, Sitten und Schicksale dieses Volkes in Europa, nebst ihrem Ursprunge” (Gli zingari. Un tentativo storico sul modo e concezione di vita, costumi e sorte di questo popolo in Europa, come pure sulle sue origini) (Diuri©, 1993, p. 11), pubblicato a Lipsia nel 1783, cancellava molti dei dubbi sulle origini della popolazione romaní, unendo alle analisi linguistiche anche l’indagine storica e la descrizione dei costumi.

Durante i secoli precedenti in molti avevano fatto delle ricerche sulla lingua romaní scoprendo che NON si trattava di una lingua gergale o furbesca, ma di una lingua vera e propria pur non comprendendone le origini.

Lentamente così furono superate tutte le ipotesi e le congetture più fantasiose avanzate su di essa. Il viaggiatore inglese André Borde, pubblicò a Londra nel 1542 nel suo libro “Fyrste boke of the introduction of knowledge” (Primo libro di introduzione alla conoscenza) contenente dodici frasi in lingua romaní.

Lo studioso francese Joseph Scaligero fu il primo a redigere un vocabolario romaní-latino di settantuno parole, inserito nel libro di Bonaventura Vulcanius “De Literis et lingua Getarum sive Gotorum… quibus accesserunt, specimina variarum linguarum” (Lingua e letteratura dei Geti o goti… con in appendice elementi di varie lingue) pubblicato a Leyda nel 1597.

Johan van Ewsum (morto nel 1570) si preoccupò di raccogliere, forse dalla bocca di prigionieri, cinquantatre vocaboli ed espressioni romanès.

Sotto il titolo “Clene Gypta sprake” (Lingua del Piccolo Egitto), ne fece una traduzione nel dialetto della sua provincia, che lasciò inedita fra le carte della sua famiglia (Foletier, 1978, pp. 32, 33).

In Italia il più antico testo in romanès è quello del 1646 scritto da un sacerdote Florido De Silvestris, che scriveva con lo pseudonimo di Accademico Disunito detto l’Incapace.

L’autore inserì una ventina tra parole ed espressioni in romanès nell’opera “Signorina Zingaretta” che fu pubblicata a Viterbo da un editore sconosciuto e ripreso in un articolo pubblicato nel 1913-14 dall’inglese Devey Fearon De L’Hoste Ranking nel Journal of the Gypsy Lore Society col titolo di “An Italian Gypsy Comedy” (una commedia zingara italiana).

L’opera è una zingaresca che prevede come personaggio principale una “zingara” la cui maschera si inserisce nel genere detto ridicolosa, che deriva dalla commedia dell’arte ed ha fra le sue caratteristiche principali quella dell’impiego del plurilinguismo.

Per rispettare questa necessità letteraria il De Silvestris impiegò la lingua dei Rom presenti in Italia Centro-Meridionale all’epoca (1646) da almeno due secoli con una normale funzione comunicativa e si ispirò per la sua opera alla celebre Gitanilla (1614) di Cervantes.

L’opera, caduta in oblio, fu riportata alla luce (1994), con una lettura etnostorica, per merito dell’antropologo Italiano Leonardo Piasere (Piasere, 1994) che per l’assenza di un’approfondita conoscenza del dialetto dei Rom italiani di antico insediamento ha interpretato la traduzione di alcune frasi riportate in romanès.

Queste frasi sono state tradotte anche dal Ranking con l’aiuto di un anonimo inglese, spesso, con espressioni sconce non attendibili perché De Silvestris, da sacerdote quale era, non le avrebbe mai usate e siccome nel contesto la lingua romaní è regolarmente funzionale è da supporre che sia stato lo stesso autore a tradurle conoscendo probabilmente la lingua romaní o alcune espressioni senza dover porre le frasi ai Rom per la traduzione.

I Rom in questo caso non sono ricorsi al solito stratagemma di tradurre in maniera impropria espressioni poste perché evidentemente il De Silvestris instaurò un breve, ma intenso rapporto di amicizia con loro garantendosi un adeguato rispetto e una sufficiente (anche se non precisa) conoscenza delle espressioni linguistiche che gli occorrevano per il suo lavoro di scrittore.

Le frasi in romanès, più che nella variante dei Rom calabresi o dei Rom Napulèngri (napoletani) come postulato da Piasere, se proprio bisogna attribuire loro una paternità geografica sono nel romanès dei Rom molisani (kadja è uno dei termini che lo conferma), anche se stiamo parlando esattamente dello stesso romanès che varia solo per qualche tratto fonetico.

Le frasi in lingua romaní, conservate ancora nel romanès di oggi (come si può notare nei raffronti sotto riportati in neretto), trascritte approssimativamente dal De Silvestris, che non avrebbe mai immaginato ai suoi tempi un interessamento da parte dei linguisti per la sua opera e trascritte da una lingua italiana diversa da quella di oggi, sono:

  1. Tagar de vel cauiglion cadia dise = Tagar Devel ka a vijòmë kadja dìsë (Grazie a Dio sono arrivato in questa città). La frase potrebbe anche derivare da Tagar te vèlë ka vijòmë kadja dìsë e allora potrebbe essere intesa sia come “spero che mi vada bene in questa città”, sia come “bene, son giunto in questa città” e sia come “Finalmente, sono arrivato in questa città”.

2) Cauiglion cadia dise siucar = ka vijòmë kadja dìsë sukuàrë (che sono
arrivata in questa bella città
).

3) Ciaccò ternò = gia ko tarnò (vai dal giovane).

4) Tu gianes soca macherao = Tu gianèsë so ka ma Keràvë (tu sai quello che voglio fare).

5) Acio prenera la veste = jà©h opràl-a leste (espressione tipicamente romanès, usato ancora oggi, inteso come “stagli addosso, non perderlo di vista” letteralmente “stai su di lui”. Piasere propone A© opral mire laves e che traduce con “sta sulla mia parola, seguimi nel discorso”, l’espressione è attendibile ma dovrebbe essere tradotta con “fidati di me” e letteralmente “stai sulle mie parole”.

6) Caglieri carnamanghi = kajà genì karenammàng (“questa persona chiamatemela”) oppure kala gene karèn-a manqe (queste persone chiamatemele) a patto che si accetti la centralizzazione che si è svolta con il passaggio della i > e.

7) Manasgodi = ma nas godì (non perdere la testa).

8) Cemognio = ©iumonakhie (qualcosa).

9) A casi dobba = a ka si dòbbë (qui è l’affare, l’arnese, lo strumento).

10) Ca mamà = Kamàvë (voglio, desidero).

11) Calori = xalarì (poco). Potrebbe essere anche il passato prossimo di xav– “capire”, xalolí “ha capito”.

12) Delmahaver forà dell obuteder = del man vavèrë foràttë, del o buddèrë (“mi da a me ancora una volta, dà dell’altro”, altrimenti “ me ne da ancora, me ne da di più”).

13) Camama mbrobacin = kamàvë mro basinë (voglio la mia parte).

14) Sig, sig = sig, sig (veloce, veloce).

15) Nascé, nascé = nàs, nàs (scappa, scappa).

16) Palio ote = pale a te (“indietro lì”, altrimenti “all’indietro, indietro laggiù”).

17) Nanagiasse = na, na giàs (no, non ci vai).

18) Nagiante na camatomisto = na gianèsë te na kamàvë trò mistò (non sai che non voglio la tua protezione) letteralmente “non sai che non voglio il tuo bene”.

19) Aci magianicai = ja©h na gia di kaj (fermati non andare via da qui).

20) Der carghiontucula = Durgirijòmattukhl < Durgerjòm tuqe (te l’ho fatta, ti ho raggirato), letteralmente “te li ho ammaliati” (riferendosi ai soldi) nel senso che “te li ho sottratti”.

21) Mucarami = mukh k-avav (lascia che arrivi, lascia che ti raggiunga).

Nel 1700 un francese, Mathurin La Croze riuscì a comporre un piccolo dizionario latino-romaní di centoundici parole. Il suo amico Charles Etienne Jordan lo pubblicò nella “Historie de la vie et des ouvrages de M. La Croze, avec des remarques de cet auteur sur divers sujtes” (Storia della vita e delle opere di M. La Croze, con note, di questo autore su argomenti diversi).

Un pastore finlandese, Christfrid Ganader, che studiò fra il 1770 e il 1780 le comunità romanès del suo Paese, inserì in uno studio, rimasto manoscritto, un vocabolario di più di 150 parole, con una cinquantina di brevi frasi.

Certe somiglianze notate da viaggiatori o da studiosi fra alcune lingue dell’India e le parlate romanès misero sulla buona strada coloro che si interessavano dei presunti Egiziani (Foletier, 1978, p. 33). La scoperta, da un punto di vista scientifico, non avvenne che nel 1782, appunto per merito di Rüdiger.

Grazie ad un altro linguista tedesco August Friedrich Pott si ebbe il primo dizionario della lingua romaní pubblicato in due volumi nel 1844-45.

Il Pott fece ulteriori importanti ricerche e scoprì che la lingua romaní conteneva, oltre alle parole d’origine indiana anche parole d’origine persiana, armena e greca.

Il linguista austro-sloveno Franz Miklosich, che pubblicò fra il 1872 e il 1881 una decina di saggi, basandosi sull’analisi del modo in cui la popolazione romaní trattava i sostantivi nelle sue parlate, arrivò alla conclusione che le comunità romanès dovettero lasciare l’India intorno al X secolo, inoltre, essendo le parole greche presenti in tutti i dialetti della lingua romaní, l’area greca dovette essere la regione da cui tutti i gruppi romanès partirono alla volta dell’Europa.

L’origine indiana dei Rom, Sinti, Manouches, Kale e Romanichals è oggi ammessa da tutti gli studiosi. I pareri sono discordanti quando si tratta di individuare la precisa regione dell’India, la classe sociale cui potevano appartenere e soprattutto l’epoca e il motivo della migrazione primordiale.

La classificazione dei dialetti della lingua romaní

È un fatto ormai ben noto che la lingua romaní si divide in un gran numero di dialetti.

Se si escludono le parlate definite para-romaní o pogadi jib (anglo-romaní, calo o ibero-romaní, bo∂a o lomani armeno, domani o nawar siriano, libanese ed egiziano) gli altri dialetti sono considerati come forme di una sola e medesima lingua.

Molti romanologi e linguisti, nel corso dei secoli, hanno tentato di stabilire una classificazione di questi dialetti, ma nessuno finora è riuscito ad andare oltre dei risultati mediamente soddisfacenti appoggiandosi a limitati criteri linguistici connessi a differenti dati di carattere storico, geografico ed etnografico.

Non esiste ancora una classificazione puramente e rigorosamente linguistica dei dialetti romanès poiché lo stesso termine può designare, secondo le regioni, gruppi dialettali differenti.

La scelta di una terminologia adeguata esige la realizzazione di una classificazione soddisfacente dei dialetti, sotto-dialetti e parlate della lingua romaní.

Quattro autori finora hanno cercato di dare una risposta a questa esigenza: Bernard Gilliat-Smith, Ian Hancock, Giulio Soravia e Marcel Courthiade.

Nel loro tentativo di classificare le diverse parlate della lingua romaní hanno tenuto presente diversi elementi, fra questi vanno annoverati:

1) gli imprestiti lessicali dalle lingue delle popolazioni dei Paesi ospitanti;

  1. le interferenze fonologiche con la perdita o il cambiamento di determinati fonemi, come avviene per alcuni dialetti romanès che hanno perso le occlusive aspirate indiane (kh > k), poiché sono assenti nelle lingue europee, come in altri in cui cadono le aspirate come ph e th, e come in altri dialetti ancora in cui si assiste alla palatalizzazione di certe consonanti davanti alla vocale i (k > © esempio kino > ©ino= esausto, stanco; t > © esempio tiro > ©iro= tuo; d > ‡ esempio dives > ‡ives=giorno; ©h > Ò esempio ©havo > Òavo=giovane);
  2. i cambiamenti morfologici, fra i quali quello più rilevante è il cambio del suffisso -pe(n) (sànscrito -tvana, pr…crito -ppana, hindi -pan > romanès -pen) che forma i sostantivi astratti in -mos (dal greco), tipico di alcuni dialetti vlax; questo cambiamento è avvenuto durante il lungo soggiorno nell’Impero Bizantino;
  3. la perdita della declinazione nominale riscontrabile in diversi dialetti degli Sinti in Europa e anche fra i Rom di antico insediamento nel Sud d’Italia questo perché essa si è persa in molte lingue moderne europee e questo ha condizionato anche i dialetti romanès presenti in Europa occidentale corrodendo le declinazioni; la lingua romaní ha conservato questo sistema soprattutto nei dialetti dell’Europa centro-orientale anche se c’è la tendenza a sostituire le declinazioni con l’uso delle preposizioni;
  4. i Rom italiani di antico insediamento presentano però nella loro parlata residui delle antiche declinazioni, pur facendo uso di preposizioni; esempio:

jàvë ki manç (< av mançar = vieni con me) in cui è riscontrabile la declinazione strumentale ç (forma corrosa della posposizione -çar) e la preposizione ki (< con) derivante dall’influenza dell’italiano, o meglio dal dialetto locale; nella frase dé a man ë (< de man e = dai a me) si riscontra la presenza della preposizione “a” dell’italiano.

La classificazione dei dialetti romanès secondo Bernard Gilliat-Smith prevede la semplice distinzione in dialetti Vlax e dialetti non Vlax a seconda che i dialetti romanès abbiano subito o meno le influenze delle parlate delle regioni carpato-danubiane.

La classificazione dei dialetti romanès secondo Marcel Courthiade distingue:

1) il balcanico-carpato-baltico, dalla fonologia molto conservatrice, che si divide in: balcanico antico o arli, carpato e baltico; il gruppo gurbet-cergar parlato solo nei balcani; il gruppo kalderas-lovari, che è fonologicamente il più innovatore e geograficamente il più diffuso, dagli Urali alla California passando per la Francia ed il Brasile;

2) le parlate sinto-manus, che si sono separate anticamente dal sotto- gruppo carpato-baltico; questi dialetti hanno subito una profonda erosione rispetto alla lingua d’origine, acquistando numerosi vocaboli germanici;

3) l’ultima categoria raggruppa diversi idiomi, che hanno conservato solo alcune parole romanès -da 50 a 400 parole- e ne fanno uso all’interno della lingua locale.

Ian Hancock è un linguista, studioso della cultura romanì, avvocato e politico. Ian Hancock è un rom da madre romanichal e padre rom ungherese.

Ian Hancock è un ricercatore ed attivista rom, ha pubblicato oltre 300 tra libri ed articoli occupandosi della cultura romanì in termini di linguistica, storia ed antropologia.

E’ nato e cresciuto in Inghilterra. Ha vissuto in Canada per meno di sei anni prima di tornare in Inghilterra. In Canada abbandonò la scuola, pochi o nessuno dei membri della sua famiglia è stato alfabetizzato.

Ian Hancock è un ricercatore nel campo degli studi romani. E’ direttore del Programma di Studi romanì e degli Archivi romanì e Centro di documentazione presso l’Università del Texas a Austin, dove è stato un professore di inglese, linguistica e studi asiatici dal 1972.

Ha rappresentato la popolazione romanì presso le Nazioni Unite ed è stato membro della US Holocaust Memorial Consiglio sotto la presidenza di Bill Clinton, che, secondo Hancock, ha ascendenza rom.

La classificazione dei dialetti romanès di Ian Hancock si articola in:

-Vlax (centrale e meridionale)

-Iberiano
-Nordico (Germanico, Sinto, Nordico Finnico, Baltico-Lituano, Britannico)

-Balcanico (Cinghiané, Italiano, Harvati)

La classificazione dei dialetti romanès di Giulio Soravia prevede, invece:

– dialetti dei gruppi rimasti in India (Lomani, Ûom, etc…)

– dialetti dei nawar (Ûom) del medio oriente e del Nord Africa

– dialetti dei BoÒa Armeni (Lom)

– dialetti dei Rom Europei, suddivisibili in:

– dialetti del gruppo balcanico-danubiano

– dialetti sinti

– dialetti del continuum arlija-sloveni-istriani

– dialetti dei Rom finlandesi

– dialetti dell’Italia Meridionale

– dialetti anglo-gallesi

– dialetti iberici.

Questa è una breve sintesi delle ricerche linguistiche della lingua romanì documentate e messe in circolazioni.

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