Associazione Idea Rom

Posted by amministratore su 26 gennaio 2010

Idea Rom è un’associazione di donne Rom di Torino aderente alla Federazione romanì.Ivana ha 18 anni, frequenta l’ultimo anno all’istituto Bosso-Monti, si vuole iscrivere all’Università, da un anno ha un ragazzo italiano.
«La famiglia del mio ragazzo è calabrese e sua madre ha pensato che fossi siciliana. Ho spiegato che sono rom. Purtroppo, il pregiudizio resiste: ha paura che io sia in cerca di “un buon partito”».

Ivana è una delle giovani donne che hanno costituito «Idea Rom», associazione al femminile che vuole lavorare per una vera integrazione, evitando di far calare sulla testa dei rom progetti spesso inutili e costosi che alla gente – specie a quella ancora nei campi – non portano vantaggi. «Idea Rom» vuole anche aiutare le persone inserite nel lavoro, a fare outing.

«La nostra gente continua a nascondersi, nei posti di lavoro dove magari è occupata da anni e apprezzata, non osa parlare della sua origine. I rom sono sempre stati dipinti come sporchi, bugiardi e ladri, così succede che persino a scuola, i bambini e le loro mamme non dicano qual è la loro realtà», spiega Vesna Vulatic, mediatrice culturale rom fin dai primi anni Novanta. Vesna, insieme con altre dieci giovani donne, ha dato vita in autunno a «Idea Rom» nella convinzione che sia arrivato il tempo per tentare qualcosa di diverso rispetto a quanto è stato fatto finora. «Siamo andate in Prefettura e abbiamo avuto un buon riscontro di interesse, abbiamo incontrato l’assessore alle Politiche sociali della Provincia Puglisi e questa settimana vedremo l’assessore comunale Borgione. Intanto, in ottobre è partito un nostro progetto per favorire l’integrazione dei bambini e la formazione delle maestre in una delle scuole con la più alta concentrazione di rom, la Leonardo da Vinci alla Falchera».

Sabato scorso, nella sede del «Sereno Regis», il centro studi su non violenza e intercultura che ospita l’associazione, le donne hanno raccontato le loro esperienze. Tutte sono accomunate dall’aver lasciato i campi anni fa – «cosa che vorrebbe fare la maggioranza di chi ancora nei campi vive», dice la mediatrice -, avere un lavoro, presentarsi con un’immagine moderna, in contrasto con quella tradizionale della donna zingara.

«Voglio iscrivermi a Scienze dell’Educazione per lavorare con i bambini rom», ha spiegato Ivana. «Io non ho mai nascosto le mie origini, fin dalle elementari quando, studiando storia si parlava del popolo rom. Di solito, attraverso la conoscenza personale, il pregiudizio scompare. Ma i miei genitori, al lavoro, non lo hanno mai detto. Mio padre ha scritto un libro di poesie e uno sulla cultura rom per bambini, eppure deve nascondersi, non può permettersi di perdere quel posto».

Ljubica e sua cognata Vesna lavorano in un’impresa di pulizie, la prima negli uffici dell’anagrafe centrale, da dieci anni, la seconda in una scuola materna. «Dopo otto mesi di borsa lavoro – racconta Vesna, che ha due bambine che frequentano una scuola cattolica – sono stata assunta a tempo indeterminato». Vesna Vulatic spiega: «Purtroppo, negli ultimi anni gli inserimenti al lavoro non sono andati avanti come è accaduto ai tempi di Ljubica o Vesna. Oggi la selezione per le borse lavoro tiene persino conto del «look», se hai tratti somatici evidentemente rom sei scartato in partenza». E a proposito di discriminazioni, «mio figlio – racconta Ljubica – lavora in un’officina meccanica: quando ha ottenuto la cittadinanza italiana ha rinunciato a quella serba».

La cittadinanza la aspetta tra pochi mesi anche Francesca, 17 anni, nata e vissuta qui. «Da anni abitiamo alla Falchera, prima eravamo al campo dell’Arrivore. Io sono arrivata solo alla seconda media ma ho intenzione di prendere la licenza con i corsi per adulti». Francesca, è la giovanissima zia di Zana, 21 anni, e di Romina, 17. «Abbiamo lasciato curriculum in vari posti», dice Zana. «Io ho già lavorato in nero: pulizie. Non è importante il tipo di lavoro, l’importante è trovarne». Sia Zana che Romina, quando parlano di sé, non precisano mai la loro origine.

«Diciamo “slave”» spiega Romina. Interviene Vesna, che ha con sé le due bimbe. «Ma anche “slavo” non piace… Le mie figlie non conoscono il serbo, con i nonni non si capiscono. Dopo tanti anni continuiamo a rinnovare il permesso di soggiorno, ma loro sono nate qui. Un giorno saranno cittadine italiane. Spero che quel giorno non siano più considerate straniere».

La Stampa

 

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: